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Fratelli d'Italia: il trait-d'union tra Neri Parenti e Pietro Germi (passando per Sabrina Salerno, e usando una Fiat Tipo)

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In due dei tre episodi di questa sboccata e scollacciata commedia del 1989, detestata dalla critica ma amatissima dal pubblico, i fratelli Vanzina, sceneggiatori, avevano messo sottotraccia tutta la loro cinefilia.

Fratelli d'Italia: il trait-d'union tra Neri Parenti e Pietro Germi (passando per Sabrina Salerno, e usando una Fiat Tipo)

Uscito nei cinema italiani il 27 novembre del 1989, al termine di un decennio chiave, durante il quale la commedia italiana cercava disperatamente di perpetuare e aggiornare sé stessa, finendo poi negli anni successivi per scivolare lungo il versante più becero e vacuo del cinepanettonismo, il film Fratelli d'Italia fu un grandissimo successo di pubblico, con un incasso di 950 milioni di lire, e fu trattato male o malissimo dalla critica.
Film a episodi, sboccati e scollacciati, tutti volgarotti, ma tutti in un modo o nell'altro capaci di restituire uno spaccato socio-antropologico dell'Italia di quegli anni: più che della sciatta regia di Neri Parenti - che qui comunque fa meglio che non altrove - il merito è della sceneggiatura dei fratelli Carlo e Enrico Vanzina che da, da colti cinefili e amanti del cinema italiano, non si sono risparmiati qualche ammicco più o meno evidente a un paio di titoli noti e importanti della storia del nostro cinema.

Fratelli d'Italia e Il Conte Max



Il primo dei tre episodi di Fratelli d'italia vede Christian De Sica nei panni del classico boro romano, un commesso di nome Cesare, che appena sbarcato dal traghetto che l'ha portato in Sardegna viene scambiato da Nathalie Caldonazzo (che ancora si faceva chiamare Nathaly Snell) per il figlio di ricco e famoso industriale, e portato a bordo del lussuosissimo yacht di un amico, dove sfoggerà uno slippino leopardato e faticherà a nascondere i suoi modi popolari. In questo primo episodio, i Vanzina e De Sica attingono a piene mani, e in maniera piuttosto evidente, alla trama e alle gag di Il Conte Max, il film del 1957 di Giorgio Bianchi nel quale Alberto Sordi, edicolante romano in trasferta a Cortina, si spacciava per il personaggio del titolo, un nobile decaduto e senza un soldo interpretato da Vittorio De Sica che gli insegnava le buone maniere e le abitudini dei ricchi. Non a caso, due anni dopo Christian De Sica girerà un non fortunatissimo remake di quel film, intitolato proprio Il Conte Max, nel quale si riproporrà nel ruolo dell'aspirante arrampicatore sociale incapace di nascondere le sue origini ruspanti.

Fratelli d'Italia e Signore e signori



Meno evidente di quanto non fosse quello con Il Conte Max, citato in maniera abbastanza esplicita, è il legame tra il secondo dei tre episodi di Fratelli d'Italia, quello interpretato da Jerry Calà e Sabrina Salerno, con un vero e proprio capolavoro come Signore e signori di Pietro Germi.
In questo caso la storia è quella di Calà, galletto di provincia, che scommette con i suoi amici di riuscire a portarsi a letto la bella moglie del suo datore di lavoro, un industriale del luogo. A ricordare il film di Germi sono l'ambientazione nella provincia veneta (l'episodio è ambientato a Verona, con una puntata a Bergamo che non sposta più di tanto l'asse delle vicende), il racconto di una comitiva maschile e maschilista che, ai tavolini del bar della piazza della città, guarda e commenta le donne che passano, e perfino quello di vicende sessuali e extraconiugali basate su complicati raggiri, che si concludono nel nome dell'omertà più perbenista.
Al di là dei legami col film di Germi, questo secondo è forse il più ricordato dei tre che compongono Fratelli d'Italia, per via di un Calà in gran forma e di una Sabrina Salerno che era all'apice della sua popolarità (il successo di Boys era arrivato appena due anni prima) e della sua esuberanza fisica, che qui mette in scena con ben poco pudore.

Fratelli d'Italia e gli anni Ottanta: la Tipo, Gardini e il Milan di Berlusconi



Nel terzo episodio di Fratelli d'Italia, quello slegato da ogni riferimento cinefilo, si racconta invece di un Massimo Boldi sfegatato tifoso del Milan che viaggia verso seguire la sua squadra in trasferta, e che decide improvvidamente di dare un passaggio a quelli che si riveleranno essere due truci e violentissimi ultrà romanisti. A parte chiamare il personaggio di Boldi, che dovrà ovviamente fingersi tifoso della Roma per tutto il tempo, col nome di Carlo Verdone, il cinema qui non c'entra. Come negli altri episodi, però non mancano i riferimenti alla realtà italiana di quegli anni: se nel primo De Sica si spacciava per il figlio di Raul Gardini, il celebre imprenditore simbolo della Montedison, che aveva appena fondato Enimont che di lì a pochi anni finirà suicida in seguito al suo coinvolgimento nelle indagini di Mani Pulite, qui, attraverso il suo Milan - quello di Arrigo Sacchi e delle star olandesi Gullit, Van Basten e Rijkaard che stava dominando la scena italiana e internazionale - si parla chiaramente di Silvio Berlusconi, allora ancora presidente e proprietario della squadra.
Quello di Boldi è poi l'episodio dove ha maggiore presenza sullo schermo l'auto che serve da raccordo per ogni capitolo del film. A unire le storie di Fratelli d'Italia, infatti, c'è la macchina che ogni protagonista noleggia per qualche spostamento, e che qui è quella che porta da Milano a Roma Boldi, Mattioli e Bernabucci. Si tratta di una Fiat Tipo prima serie: che stata lanciata nel 1988, e proprio nel 1989 venne eletta Auto dell'Anno.

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