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Finisce Toronto 2015: Room con Brie Larson è la sorpresa del festival

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Pochi film davvero convincenti alla rassegna canadese. Il migliore rimane senz'altro Spotlight

Finisce Toronto 2015: Room con Brie Larson è la sorpresa del festival

Anche gli ultimi film in programmazione al TIFF 2015 hanno evidenziato che questa edizione mediamente ha fatto segnare, a livello qualitativo, un netto calo nelle opere presentate. Anche rispetto all’edizione 2014, già non propriamente esaltante se paragonata a quelle immediatamente precedenti.

Veniamo comunque ai titoli visionati in questi ultimi giorni. Dopo la convincente prova di Frank Lenny Abrahamson continua il suo percorso di cinema molto personale con Room, dramma che per la prima parte è interamente ambientato dentro una stanza minuscola, microcosmo che racchiude la vita di una giovane donna e di suo figlio di cinque anni. Il tono del film non eccede mai nella ricca troppo facile dell'effetto, anche se il regista si concede un uso forse talvolta un po' abusato della voce fuori campo. Room rimane quindi un film intimo, silenzioso nella sua disperazione, magnificamente interpretato da Brie Larson, che dopo l'inedito Short Term 12 conferma di essere attrice di talento cristallino, soprattutto quando può esprimerlo in film piccoli e sentiti come questo. Fa anche molto piacere vere accanto a lei una grande attrice (ritrovata?) come Joan Allen. In mezzo a pochissime conferme e una più che discreto numero di grandi e piccole delusioni, il film di Abrahamson può essere considerato a buon diritto l’opera-rivelazione del Festival di Toronto 2015.

Molto più votato al dramma classico nella messa in scena si rivela invece The Man Who Knew Infinity, biopic dedicato al rapporto professionale e all’amicizia tra il grande matematico indiano Srinivasa Ramanujan e ol suo mentore inglese G.H.Hardy, la cui collaborazione si svolse in Inghilterra tra il 1914 e il1920. Il regista Matt Brown non lesina di certo momenti a effetto, non dosando sempre con accuratezza una colonna sonora che sottolineando le scene più emotive spesso crea un effetto ridondante. La forza del film sta nella bellissima prova d'attore del grande Jeremy Irons, finalmente tornato a un ruolo principale. La classe e l'eleganza del protagonista di capolavori come Inseparabili e M. Butterfly , entrambi di David Cronenberg, rimane inalterata nel tempo.

Già apprezzato all'appena concluso Festival di Venezia, Beasts of No Nation ha scosso anche il TIFF 2015. Cary Fukunaga continua a lavorare su storie senza sbavature su cui costruisce un'idea di messa in scena sempre più viscerale e poderosa. Il risultato è visivamente vibrante, anche se il dubbio che l'estetismo si celi immediatamente dietro l'angolo inizia a serpeggiare. Fukunaga ha talento e sa come mostrarlo in tutta la sua forza espressiva. Ciò che produce sia in TV che per il grande schermo è indubbiamente valevole, e proprio per questo con la sua messa in scena spesso riesce a nascondere l'originalità non sempre presente nelle sceneggiature che trasforma in immagini. Il rischio è quello di specchiarsi nella propria estetica cinematografica, cosa che in un paio di scene Beasts of No Nation si ha la sensazione faccia. Il risultato finale è comunque decisamente cinema capace di scuotere.

Nonostante una certa retorica di fondo la messa in scena di Stonewall risulta uno dei migliori lavori di Roland Emmerich, soprattutto perché anche dietro alcune ingenuità traspaiono in pieno la sincerità del cineasta e delle sue intenzioni. Parabola che non racconta nulla di nuovo ma sa bene come sfruttare gli stilemi e gli stereotipi a cui si aggrappa, Stonewall è efficace soprattutto nella definizione di alcuni personaggi di contorno, come l'attivista interpretato da un Jonathan Rhys-Meyers davvero perfetto nel ruolo. La ricostruzione in alcuni momenti risulta vagamente posticcia, ma non distoglie più ti tanto dalla presa emotiva che il lungometraggio riesce a proporre al pubblico.

Tom Hiddleston è totalmente aderente nel fisico e nell'accento del Sud al cantante Hank Williams, che interpreta in I Saw the Light. La sua è una prova che coniuga carisma e lavoro di mimesi. Purtroppo la bella interpretazione è sprecata da un film che non possiede un vero e proprio andamento narrativo, ma si limita a mettere in scena per quasi due ore la caduta progressiva nel proprio inferno personale dell'icona della musica country. Incorniciato dalla fotografia sempre elegante del nostro Dante Spinotti, I Saw the Light é Hiddleston e poco altro, troppo poco altro perché lo spettatore alla fine possa scampare alla noia.

Bravi Ryan Reynolds e Ben Mendelsohn in Mississippi Grind di Ryan Fleck e Susanna Boden, storia risaputa ma sviluppata con efficace realismo di due giocatori incalliti, ambientata tra squallide camere d’albergo e casinò di second’ordine. Cinema che mette in scena la finitezza umana con un occhio non scontato e attenzione alla solitudine che si cela dietro l’ossessione per il tavolo verde.

Charlie Kaufman è finalmente tornato con il film d’animazione Anomalisa, diretto insieme a Duke Johnson. Un uomo qualunque, in piena crisi di mezza età, trascorre una nottata in un albergo qualsiasi di Cincinnati tra fantasmi del passato, illusioni per il futuro e l’ipocrisia del presente. Piccolo grande gioiello di sulfurea ironia, che spiattella allo spettatore la meschinità del sogno americano consumato tra le mura di una stanza. Si ride soltanto per mascherare, come fa il protagonista, la vuotezza che si nasconde dietro l’assenza di valori e significato. Come dicevamo, Charlie Kaufman è tornato…Anche questo lavoro è già passato al Lido pochi giorni fa.

Sky della francese Fabienne Berthaud è un’opera tutta la femminile che soffre della freddezza estetica del digitale di bassa qualità con cui è stata realizzata ma riesce a irretire lo spettatore grazie al ritratto di donna alla ricerca di sé stessa che propone. Diane Kruger è finalmente convincente nel dare volto e disperato silenzio a un personaggio sincero e sfaccettato, perno emotivo intorno al quale ruotano una serie di altre figure in chiaroscuro discretamente caratterizzate. Nel cast anche Norman Reedus, che recita fondamentalmente il “dannato2 dal cuore tenero che lo ha reso popolare con The Walking Dead. Film “povero” ma convincente.

Con The Danish Girl Tom Hooper scentra il suo primo film per il cinema perché non riesce mai a trattenersi dal sottolineare in maniera invasiva qualsiasi momento drammatico della vicenda narrata. Non lo aiuta un Eddie Redmayne costantemente sopra le righe in un ruolo che invece richiedeva maggiore finezza, quella che a sorpresa invece dimostra la brava Alicia Vikander. Il film risulta un melodramma faticoso, dove la messa in scena diventa ridondante.

Curioso esempio di cinema realistico l'indipendente Beast dei registi australiani Tom e Sam McKeith. Incentrato su un padre allenatore e figlio pugile che tentano di sbarcare il lunario a Manila, il film riflette sul senso di responsabilità lavorando molto in sottrazione e restituendoci con forza emotiva il travaglio interiore del giovane protagonista. Da segnalare nel cast la presenza del bravissimo Garret Dillahunt, uno dei migliori caratteristi americani in circolazione oggi.



  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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