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Film che fanno pensare positivo: Zoolander e l’apologia della stupidità

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Un antidoto contro le responsabilità, l’esperienza personale di visione del film che più mi ha fatto ridere al cinema.

Film che fanno pensare positivo: Zoolander e l’apologia della stupidità

Sono tante le cose che possono ricordarti un sapore, un odore, o in questo caso un’ora e mezza di risate a rischio soffocamento e caracollamento dalla poltrona di un cinema. Massimo rispetto per Proust e le sue madeleine, ma io ricordo ancora perfettamente la superficie rovinata di plastica dura del retro della poltrona davanti, su cui rischiavo di sbattere violentemente ogni pochi minuti durante la prima visione del film più divertente che abbia mai visto: Zoolander. Per divertente intendo con il maggior tasso di singulti violenti e involontari e di una risata che i miei amici con cui lo vidi all’epoca, luglio 2002, temo ancora ricordino con un certo raccapriccio.

Era il cinema Barberini di Roma, e la Universal aveva previsto una cosiddetta “uscita tecnica” per il film, cioè poche copie, in un periodo balneare, con i cinema aperti a ore alterne e quasi nessuna promozione. Del resto negli USA non fu un successo, uscì il 28 settembre 2001, un paio di settimane appena dopo lo sconvolgimento dell’11/9, con Stiller che rimosse digitalmente le Twin Towers dallo sfondo di alcune inquadrature. Era troppo presto per ridere, probabilmente, anche perché il cuore del film era l’ambiente della moda newyorkese. 

Poi il film negli anni è diventato di culto, ottenendo numeri sontuosi in home video, quando ancora esisteva, e nei passaggi televisivi e streaming, forzando un sequel, ahimè non all’altezza, prodotto a furor di popolo nel 2016. Zoolander è un film quasi unico per la mia carriera di spettatore di commedie; mi vengono in mente solo alcuni momenti del film di South Park che potrebbero avvicinare la sospensione della vita reale che mi suscitò quel film, capace di catapultarmi in un mondo di risate a volte quasi nocivo per la normale respirazione.

Sarà che niente fa più ridere di veder messa alla berlina la propria stupidità, però la genialità del film di Stiller sta probabilmente nel superamento del trash, diventato derelicte, trash chic con cui prendere in giro la moda e l’arte contemporanea, nella sua supponente volatilità. Poi la stupidità, mio Dio che meraviglia liberatoria esplodere la sana stupidità che tutti abbiamo dentro - altro che lato oscuro -, con l’apice nella scena al benzinaio in cui Dereck e i modelli si mettono a ballare e si tirano benzina in allegria… fino alla ovvia esplosione e la morte di uno di loro. Perché non siamo nel mondo dei cartoni, anche i modelli possono morire, ma non solo, possono anche complottare nel corso dei secoli uccidendo addirittura Abraham Lincoln e altri celebri politici.

Già, i modelli, qui assurti alla nobiltà di una tribù da gioco di ruolo, di una masnada di supereroi con tanto di mito di fondazione appunto nel sottobosco della guerra di secessione americana. In fondo non sono molto diversi da alcuni noti politici, sono così convinti di determinate assurdità da non rendersi conto di vivere in un loro mondo, fatto di colori assemblati da altri e di sguardi che uccidono, come la proverbiale Blue Steel, mortale ai livelli del calcio della gru di Karate Kid. In fondo Zoolander lo si ama perché i modelli sono dei bambinoni mai cresciuti, e quel mondo lì ci manca, è ovattato e protetto da un candore in cui non ci sono responsabilità e c’è solo bellezza. 

I modelli siamo noi, la stupidità è il nostro Vangelo e Zoolander il Nuovo Testamento. 

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  • critico e giornalista cinematografico
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