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Festival di Toronto 2015: Quando gli attori non bastano...

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Le belle prove di Matt Damon e Jake Gyllenhaal non salvano The Martian e Demolition

Festival di Toronto 2015: Quando gli attori non bastano...

Se The Martian, il nuovo film di Ridley Scott presentato in anteprima mondiale al Festival di Toronto, avesse avuto il coraggio di rimanere avvinghiato al suo protagonista Mark Watney, sarebbe probabilmente stato un lavoro da ricordare negli anni. Perché in The Martian Matt Damon tratteggia questo astronauta rimasto isolato sul Pianeta Rosso in maniera esemplare, ironica, umanissima. Una prova maiuscola che dietro il sorriso lascia trapleare disperazione e paura. Molto merito della profondità e della simpatia del personaggio va attribuito alla fonte, cioè alla penna del romanziere Andy Weir, autore del libro da cui il film è tratto. Purtroppo per il lungometraggio la seconda parte invece si concentra fin troppo sulla missione di salvataggio e sui suoi risvolti “eroici”, continuando però a sciorinare quel tono leggero che applicato alle figure di contorno non restituisce la sopita disperazione di Watney ma soltanto un vago senso di superficialità. Formalmente ineccepibile - come del resto tutto il cinema di Ridley Scott - questo suo nuovo film di fantascienza sembra il tentativo di fare qualcosa di nuovo che però alla fine torna a troppo facilmente a viaggiare sui binari della retorica e del buonismo. The Martian è il migliore tra i più recenti film diretti da Scott, non c’è dubbio, ma è altrettanto vero che non serviva un’opera gigantesca per esserlo. Alla fine si ha la sensazione di un'occasione mancata.

Stesso discorso si può fare per l’apertura ufficiale di Toronto 2015, Demolition di Jean-Marc Vallée (stranamente presentato alla stampa solo il secondo giorno del festival…). L’inizio del film è avvolgente, la primissima parte che presenta la psicologia bloccata e l’anima sanguinante di Davis Mitchell/Jake Gyllenhaal è ipnotica, ma quando la storia dovrebbe cominciare a sviluppare l’arco del personaggio nel suo processo di faticoso ritorno all’equilibrio, ecco che si dilunga in una serie di scene ripetitive che espongono la metafora senza però costruire una storia. Se Demolition rimane un lungometraggio capace di attirare l’interesse dello spettatore è per Jake Gyllenhaal, che film dopo film continua a dimostrarsi un trasformista esemplare, che non ostenta la metamorfosi fisica e psicologica ma le mette al servizio completo del personaggio che interpreta. Dopo Prisoners, Lo sciacallo e Southpaw un’altra prova d’attore maiuscola di Gyllenhaal, adesso veramente uno dei più ispirati interpreti a livello internazionale. Accanto a lui un'efficace Naomi Watts, a tratti però troppo tenuta in disparte.

 

 Neppure la solitamente efficacissima Julianne Moore - nuova “Signora delle lacrime”? – riesce poi a innalzare le sorti di Freeheld di Peter Sollett. Insieme a lei troviamo un prezioso cast di supporto formato da Ellen Page, Michael Shannon (tutto sommato il migliore), Steve Carell e Josh Charles, tutti impossibilitati a esprimersi secondo le loro capacità da una messa in scena poverissima, mai capace di incidere sul serio nonostante la potenza della storia narrata. Il risultato è asettico e soltanto in un paio di scene si riesce veramente a provare un minimo di empatia e adesione emotiva con i personaggi. Il resto è rappresentazione claudicante di un film sulla ricerca di uguaglianza e libertà.

Tra le altre opere presentate in questa prima parte di Toronto Film Festival c’è anche il curioso Legend di Brian Helgeland, regista/sceneggiatore che quando ha scritto copioni per altri ha creato veri e propri gioielli quali L.A. Confidential di Curtis Hanson o Mystic River di Clint Eastwood. Dietro la macchina da presa Helgeland stavolta racconta l’escalation dei realmente esistiti gemelli Kray nella malavita londinese degli anni ’60. Il film è interamente retto sulle spalle di Tom Hardy che interpreta sia Ronnie che Reggie Kray. Il divertimento sta nel vederlo sbizzarrirsi dentro due ruoli totalmente sopra le righe, dimensione attoriale in cui Hardy si trova naturalmente a proprio agio. Preso appunto come un prodotto senza altre pretese se non quelle cinematograficamente edonistiche Legend intrattiene, ma il vero e corposo cinema di gangster risiede altrove, lontano da questo prodotto leggero e sbarazzino.

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