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Festival di Cannes 2008 - ultimi film del Concorso, Cantet su, Wenders giù

Sorprende in positivo - perlomeno chi scrive - il terzo ed ultimo dei film francesi in concorso a Cannes, Entre les murs di Laurent Cantet. Al contrario, non sorprende poi troppo che Wim Wenders abbia realizzato con Palermo Shooting una delle vette negative della sua carriera e della competizione cannense.

Festival di Cannes 2008 -  ultimi film del Concorso, Cantet su, Wenders giù

Festival di Cannes 2008: ultimi film del Concorso, Cantet su, Wenders giù

Entre le murs, l’ultimo film presentato in concorso al Festival di Cannes (nonché terzo ed ultimo componente della pattuglia francese nella competizione) è un film piuttosto sorprendente, forse soprattutto da un punto di vista soggettivo. Non ho mai amato particolarmente il cinema di Laurent Cantet, né la tipologia di film cui quest’ultima fatica del francese rientra, eppure va riconosciuto che nel complesso Entre les murs è un film efficace ed in grado di centrare il suo bersaglio.
Tratto da un romanzo semi-autobiografico di François Bégaudeau (qui anche co-sceneggiatore e protagonista), il film di Cantet segue un anno scolastico di un insegnante di francese che lavora in una scuola alla periferia di Parigi, delle difficoltà e delle soddisfazioni che è in grado di ottenere con una professione oramai non facile che lo porta ad essere alle prese con 14enni irrequieti ed arrabbiati, difficili ad interessare allo studio e ancor più complessi per quanto riguarda la gestione dei rapporti personali.

Quello della scuola e dell’attitudine delle generazioni più giovani nei confronti dello studio e dell’autorità è – in Francia come forse ancor di più in Italia – uno dei temi caldi della nostra contemporaneità, e Cantet riesce a raccontarlo e declinarlo con efficacia evitando con abilità la maggior parte delle trappole retoriche che una storia di questo tipo poteva presentare. E ci riesce anche grazie ad una complessiva essenzialità dello stile narrativo – per quanto il film avrebbe potuto tranquillamente durare una ventina di minuti in meno – ed appoggiandosi alle interpretazioni di non professionisti più bravi di molti attori che il mestiere lo fanno da parecchio.
Un film discreto, Entre les murs, forse non originalissimo ma capace di parlare con franchezza e semplicità dei tanti problemi della scuola al giorno d’oggi, visti e vissuti attraverso gli occhi di un insegnante come ce ne dovrebbero essere di più.

Se Cantet ha sorpreso in positivo, Wim Wenders con il suo Palermo Shooting ha superato le peggiori aspettative, conquistandosi il premio non ufficiale e anzi sempre un po’ rimosso di film più fischiato e dileggiato del concorso cannense.
Siamo a Dusseldorf e seguiamo Finn, un fotografo artistoide, egocentrico e arrogante nel suo lavoro e nella sua vita quotidiana, fatta anche di incubi bizzarri. Quando però Finn evita per miracolo un incidente stradale potenzialmente mortale, inizia a riflettere sul suo comportamento e ad incontrare bizzarri personaggi che gli fanno strani discorsi esistenziali, come una sorta di pastore-filosofo in papillon nel bel mezzo di un parco cittadino e un Lou Reed versione fantasma che gli appare in un bar subito dopo il mancato incidente. Scosso da tutto ciò, ed avendo visto un cargo battezzato Palermo navigare in un canale, Finn decide di partire per il capoluogo siciliano per realizzare uno shoot fotografico promesso a Milla Jovovich, che desiderava vedere immortalata la sua affascinante gravidanza. Ma se dopo il lavoro la modella e tutto il team di Finn fanno ritorno in Germania, il fotografo sceglie di rimanere a Palermo, girovagando per la città, accorgendosi di essere perseguitato da un misterioso figuro incappucciato e innamorandosi di una bella disegnatrice interpretata da Giovanna Mezzogiorno.

Dedicato a Bergman e Antonioni (sic!), Palermo Shooting è un film sbagliato dall’inizio alla fine: Wenders estetizza e lecca le immagini come oramai sua abitudine, abusa di effetti digitali e della musica che accompagna il protagonista che gira sempre con gli auricolari nelle orecchie, vuole essere onirico ed esistenziale sfiorando e oltrepassando molto spesso la soglia del ridicolo involontario. Non a caso è stato accolto da salve di fischi e risa al termine della proiezione per la stampa.
Se è vero quel postulato che vuole ogni film in cui appaia Milla Jovovich degno di essere visto proprio per la presenza di Milla Jovovich, è altrettanto vero che sarebbe bastato distribuire al pubblico gli scatti effettuati alla modella nel film e risparmiargli tutto il resto.

Da bocciare anche la presenza in concorso del film My Magic, opera quarta di un “cocco dei festival” come il regista di Singapore Eric Khoo.
La storia del rapporto tra un padre fachiro e alcolizzato e suo figlio pre-adolescente è banale nelle premesse e nello sviluppo, ed è soprattutto messa in scena attraverso una forma sciatta e ai limiti della sufficienza grammaticale. Non solo My Magic è un classico film da festival della specie peggiore (anche se ha la scusante di una relativamente bassa dose di arroganza), ma Eric Khoo è uno di quei registi che un certo mondo cinefilo e intellettualoide decide senza reali basi di eleggere a “cineasta d’autore”, forse per riuscire a coprire etnicamente e geograficamente un’area, come quella di Singapore, ancora tutto sommato cinematograficamente da scoprire.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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