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Festival di Cannes 2008 - l'accoglienza della stampa per Blindness di Meirelles

Gelida accoglienza da parte della stampa per Blindess, il film d'apertura del festival di Cannes diretto dal brasiliano Fernando Meirelles. Sospeso tra i toni dell’horror esistenziale e quelli ruffiani del cinema d’autore, Blindness non convince né conquista.


Festival di Cannes: Fredda l'accoglienza della stampa per Blindness di Meirelles

L’apertura della 61esima edizione del Festival di Cannes è stata affidata ad un film cosmopolita come Blindness, che uscirà nelle nostre sale con il titolo di Cecità. Cosmopolita non solo a livello produttivo, ma anche per via delle personalità che vi sono coinvolte e per un setting volutamente “planetario”.
Blindness è infatti l’adattamento del romanzo dello scrittore portoghese premio Nobel José Saramago, diretto dal brasiliano Fernando Meirelles, sceneggiato dal canadese Don McKellar (anche attore) ed interpretato da un cast che va dagli statunitensi Mark Ruffalo, Julianne Moore e Danny Glover al messicano Gael Garcia Bernal passando per i nipponici Iseya Yusuke e Kimura Yoshino.
Tale variegata composizione di cast e troupe è diretta conseguenza della trama del film, che racconta di un’improvvisa epidemia di cecità che colpisce un’imprecisata megalopoli: gli “infetti” vengono internati dal governo in delle strutture a metà tra prigioni e campi di concentramento, dove vengono completamente lasciati a loro stessi.
In uno di questi centri sono rinchiusi anche Mark Ruffalo e sua moglie Julianne Moore, che però è l’unica ad essere stranamente e segretamente immune dal “mal bianco” che ha colpito la popolazione. All’interno della struttura gli esseri umani saranno costretti a sopravvivere, cercando di ricreare parvenze di strutture sociali e lottando contro gli istinti più barbari della natura umana, scoprendo lati di sé oscuri e meravigliosi. Unica a vedere in un mondo di ciechi, la Moore dovrà farsi carico di un fardello non indifferente, pur nascondendo la sua condizione al resto della popolazione, nel frattempo universalmente vittima del contagio.

Inutile dire che una storia di questo genere ha grandi ambizioni di riflessione sulla natura umana, sul senso e l’applicazione della solidarietà, sulle strutture di potere ma anche sulle conseguenze della loro eventuale assenza.
Temi importanti senza dubbio, ma che soprattutto al cinema corrono spesso e volentieri il rischio di essere declinati con pedanteria quando non con arroganza. E Meirelles il rischio non è stato in grado di evitarlo, o perlomeno non del tutto.

Affascinante da un punto di vista visivo – ma di un fascino che alla lunga stanca – Blindness è un film che rimane a lungo sospeso tra due opposte forme e concezioni di cinema, finendo con lo scegliere quella che per l’appunto sfocia nella pedanteria e nell’aulico compiacimento autoriale.
Testimonianza ne sono diversi passaggi del film, l’uso del tutto inappropriato della voce off (seppur saltuaria), una lunga serie di simbolismi sfacciati e persino inopportuni ed una generale volontà di dire sempre più di quel che sarebbe necessario per mantenersi nei binari della sobria efficacia.

Ed è un peccato, perché quando invece il regista brasiliano gioca la carta della radicalità, sfiorando il genere e facendosi quasi un horror dai chiari risvolti esistenziali (con i ciechi che si muovono e agiscono come zombie), il suo film è in grado di avere il suo fascino perverso. È un peccato perché azzeccate sono molte scelte di setting e scenografia, specie relativamente al ritratto di un’anonima ma personalissima megalopoli-mondo (realizzata girando tra Brasile, Canada, Giappone ed Uruguay), luogo da incubo ma dotato di una bizzarrissima familiarità. Ed è un peccato perché Julianne Moore è brava come al solito e radiosa nel suo offrirsi all’occhio della macchina da presa in tutto il suo fascino nature, miriadi di lentiggini comprese, e spoglia di ogni sovrastruttura anche dal punto di vista della recitazione.

Ma Meirelles conferma ancora una volta tutti i difetti del suo cinema, fatto di un compiacimento delle proprie doti tecniche tanto eccessivo da sfociare nel manierismo, di uno sguardo apparentemente partecipe ma in realtà freddo ed arrogante sulle vicende che racconta, e soprattutto di un’estetizzazione del dolore e della sofferenza che lascia perplessi a livello morale.

E non han giocato a favore di Blindness anche diversi ammorbidimenti della sceneggiatura rispetto al libro di Saramago (riportatimi da chi il libro l’ha letto…), soprattutto in un finale consolatorio ma non troppo.
Tanto che, al termine di questa prima proiezione cannense per la stampa, l’accoglienza al film è stata a dir poco gelida.

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