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Festival di Cannes 2008 - il giorno di Sorrentino e di Kaufman

Dopo Gomorra, il cinema italiano miete nuovamente un successo - più che meritato – con Il divo, il film di Paolo Sorrentino dedicato a Giulio Andreotti e al suo mistero umano e politico. Delusione invece per l’esordio alla regia di Charlie Kaufman, Synecdoche, New York: come purtroppo si temeva, il neoregista non è stato in grado di a...

Festival di Cannes 2008 -  il giorno di Sorrentino e di Kaufman

Festival di Cannes 2008: il giorno di Sorrentino e di Kaufman

Il quadro socio-politico che ne deriva è a dir poco desolante, ma per una volta fa piacere poter sottolineare che il cinema italiano si presenta ad una vetrina internazionale con opere di grande valore cinematografico. Se già Gomorra aveva riscosso plausi, è ora il turno di Paolo Sorrentino e del suo Il Divo di fare (e farci fare) bella figura sulla Croisette.
Come noto, il divo del titolo del film in Concorso è Giulio Andreotti, personaggio che non ha certo bisogno di presentazioni, e nel suo film Sorrentino ne racconta la vita nel periodo che va dai primi anni Novanta all’inizio del processo per mafia e per l’omicidio Pecorelli.
Attraverso la figura di Andreotti, facendo nomi e cognomi, il regista napoletano (ri)racconta delle tante ombre che gravano sulla politica italiana, sulle collusioni con la malavita organizzata, gli intrecci politico-finanziari con massoneria e Vaticano. Ma pur essendo anche un film “di denuncia” - seppur declinato in maniera personalissima e senza lanciare j’accuse diretti e militanti - quello di Sorrentino è un film che si fa carico di (cercare di) raccontare il mistero rappresentato dall’Andreotti politico e dall’Andreotti uomo, un mistero apparentemente impenetrabile e profondo.
Pur non ambendo a svelare del tutto questo mistero, Il Divo è un film che con coraggio cerca di raccontare la psiche dell’uomo che per decenni ha rappresentato il Potere in Italia, di mostrarne le capacità e le debolezze, e soprattutto di ipotizzarne le imperscutabili spinte motivazionali.
L’Andreotti impersonato da Toni Servillo è un politico abilissimo e cinico, convinto della necessità di fare Male per raggiungere il Bene (collettivo?), ma anche un uomo ossessionato dalla morte di Moro e dalle parole spietate che il compagno di partito lasciò scritte su di lui, un uomo in qualche modo oppresso dalle responsabilità dirette e indirette che lui stesso ha voluto caricarsi addosso, un uomo che affronta con fiera e sottile aggressività le denunce più infamanti ma è costretto a sentirsi dire dalla moglie che in fondo non è quel politico coltissimo e intelligentissimo che tutti credono ma solo una persona mediamente erudita che ha la battuta pronta e grande capacità di concentrazione. E se ne Il Divo il velo del mistero Andreotti non viene coscientemente squarciato del tutto, Sorrentino è bravissimo a poterlo strappare qui e là e a condurci a sbirciare quel che vi si nasconde dietro, con uno stile formale e narrativo che non ha eguali nel nostro paese – e probabilmente anche oltre.
Sorrentino è un visionario, un regista vero, attento tanto al cinema in quanto arte audiovisiva quanto alla storia che racconta, in grado di sorprendere con scelte visive (e musicali) creative e bizzarre. Scelte che rendono il suo film lontanissimo dal realismo (vero o presunto) del cinema italiano di denuncia e non, ma che è in grado di essere tanto più inquietante ed efficace nella descrizione di pagine oscure della nostra storia quanto più è surreale e barocco, grottesco ma mai eccessivo.
Se c’è una pecca nel film, è quella che Sorrentino è perfettamente cosciente (e forse un pelo compiaciuto) del suo talento, ma finché si esprime in queste forme, qualche peccatuccio di arroganza glielo possiamo pure perdonare.

Quelli di Charlie Kaufman, al contrario, sono ben più che peccatucci: arroganza e compiacimento sono alla base del suo esordio dietro la macchina da presa, Synecdoche, New York, anch’esso presente a Cannes in concorso.
La storia è quella di Caden Cotard (Philip Seymour Hoffman), un regista teatrale un po’ depresso ed in crisi con la moglie pittrice, che sta per partire alla volta di Berlino con la figlioletta per una mostra: un viaggio dal quale non torneranno. Ricevuta una grossa sovvenzione economica, Caden decide di lavorare ad un’opera teatrale di enormi proporzioni, ricostruendo in un gigantesco magazzino buona parte della città di New York e mettendo in scena la vita sua e di tutti quelli che conosce senza alcun tipo di filtro e con brutale sincerità. Sarà l’inizio di un’impresa surreale e titanica, di durata decennale, dove si moltiplicheranno e assommeranno i personaggi ed i loro interpreti, la realtà e le fantasie, in un gioco di scatole cinesi non solo l’una dentro l’altra ma anche legate in parallelo.
Impossibile da riassumere in tutte le sue trame moltiplicate, Synecdoche, New York è un film nel quale il neoregista riprende (ed amplia) molti dei temi che hanno caratterizzato le sue sceneggiature precedenti, dalla moltiplicazione (che è studio) delle identità alle dinamiche dell’amore e dei rapporti di coppia, passando per la decostruzione della realtà oggettiva e sensibile. E a tutto questo aggiunge una trattazione quasi esistenziale sulla vita e sulla morte.
Tanta carne al fuoco quindi, troppa, ed assai ambiziosa, seppur condivisibile per quello che vuole dire ed esprimere. Ma un concetto condivisibile deve comunque essere espresso in maniera adeguata, e Kaufman pecca invece in sicumera e protervia, lasciando che la sua creatività debordi in maniera autocompiaciuta e ponendosi eccessivamente su un piedistallo nell’esposizione delle sue tesi.
Non mancano nel film idee e scelte apprezzabili, anche dal punto di vista registico, ma francamente più che affascinare Synecdoche, New York infastidisce per l’arroganza di fondo che dimostra. Ulteriore conferma che il talento di Kaufman, comunque innegabile, abbia imprescindibile bisogno di essere guidato, incanalato e contenuto.

Per quanto riguarda invece la sezione Un certain regard, spazio al cinema cinese – ma assai più hongkonghese, non solo per l’ambientazione - con Ocean Flame di Liu Fen Dou. Wong Yiu, un uomo uscito di prigione dopo otto anni dà il via ad una sua personale vendetta nei confronti di alcuni personaggi che conosceremo tramite un lungo flashback che inizia dopo pochi minuti di proiezione e che durerà quasi fino alla fine del film. Scopriremo che l’uomo era un gangster specializzato nel ricattare uomini d’affari che in un elegante hotel venivano sedotti da prostitute da lui prezzolate, ma al centro della narrazione c’è il suo rapporto a dir poco conflittuale e violento con Ni Chen, una ragazza che per farsi amare accetterà di entrare nel giro del racket gestito da Wong.
Ocean Flame è quindi l’ennesima storia di amor fou, raccontata però con uno stile dinamico, ruvido e sanguigno derivato dai gangster movie di Hong Kong: tecnicamente valido, il film è gradevole, ma ha dei limiti nella pretestuosità di alcune situazioni, costantemente portate all’estremo.
Resteranno nella memoria di molti le forme esibite della bella attrice protagonista, Monica Wang.

Tulpan è invece un film kazako diretto dall’esordiente Sergey Dvortsevoy, protagonista Asa, un giovane ragazzo che torna a vivere con la famiglia dedita alla pastorizia nomade nella steppa dopo aver svolto il servizio militare in marina. Il sogno di Asa è quello di dare inizio ad una nuova fase della sua vita e di crearsi la sua fattoria nelle terre dove è nato: l’unico modo per ottenere questo risultato è sposare Tulpan, la figlia di un’altra famiglia di pastori.
Quello di Dvortsevoy è esattamente il film che ci si poteva aspettare: tipico esemplare di un cinema autoriale e d’essai da festival che si fa forte della propria “etnicità” per cercare di conquistare il pubblico. Scene di vita quotidiana dei pastori, grande sfoggio dei panorami naturali e poco più, anche se va segnalato il tentativo costante di giocare con l’umorismo e l’ironia.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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