Festival di Berlino 2019: cosa ci aspetta, e cosa ci aspettiamo

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Festival di Berlino 2019: cosa ci aspetta, e cosa ci aspettiamo

Berlino, anno 2019.
L'anno del trentennale del crollo del Muro. L'ultimo anno della lunghissima direzione della Berlinale di Dieter Kosslick, in sella dal 2001, che dal 2020 verrà sostituito dall'italiano Carlo Chatrian, già direttore di Locarno, e già da questa 69esima Berlinale silenziosamente al fianco del collega tedesco per prendere mano e confidenza con la mastodontica macchina del festival tedesco.

L'establishment cinematografico, in Germania, si era negli ultimi anni apertamente schierato contro Kosslick, accusato di non essere stato in grado di preservare la centralità della Berlinale e di non aver retto il passo con la crescita dei grandi rivali europei, Cannes e Venezia.
E dispiacerà forse, al direttore uscente, di andersene "not with a band but with a whimper", come scriveva T.S. Elliot.
A essere sinceri, infatti, non è che - sulla carta - il programma della Berlinale 2019, sia per quanto riguarda il concorso, che per le altre sezioni, appaia particolarmente forte o interessante.
A scorrerlo, salta subito all'occhio un dato: l'assenza totale, in concorso, di cinema americano. Per carità, parlando in astratto non sarebbe nemmeno un problema, ma sappiamo tutti cosa voglia dire oggi, per un grande festival internazionale, poter far percorrere il tappeto rosso alle grandi star hollywoodiane; e sappiamo bene anche come, da quando gli Oscar sono stati anticipati, l'irrilevanza della Berlinale in termini promozionali per i grandi Studios americani e i loro film sia stata uno dei grandi problemi che Kosslick ha dovuto affrontare negli ultimi anni.

Ma lasciamo perdere quel che manca, e concentriamoci su quello che c'è: e colpisce che a esserci, in concorso, ci sia The Golden Glove, che è un thriller su un serial killer ambientato negli anni Settanta ed è il nuovo film di Fatih Akin, uno che alla Berlinale e a Kosslick deve la carriera (vinse nel 2004 l'Orso d'oro con La sposa turca), ma che è stato uno dei promotori e dei primi firmatari di quella lettera aperta allo Spiegel che chiedeva un passo indietro al direttore.
Esserci c'è anche François Ozon, l'altro grande nome del concorso del Festival di Berlino 2019, un altro che la Berlinale la frequenta spesso e volentieri dai tempi di Gocce d'acqua su pietre roventi, e che quest'anno porta a Potsdamer Platz con Grâce à Dieu, una storia che affronta il delicato tema della pedofilia all'interno della Chiesa cattolica.
E poi, ovviamente, ecco Claudio Giovannesi, un davvero bravo che per la prima volta sale alla ribalta del concorso di uno dei grandi festival dopo che Alì ha gli occhi azzurri e Fiore vennero presentati, rispettivamente, a Roma e alla Quinzaine des realizateurs. A Berlino Giovannesi ci arriva con La paranza dei bambini, trasposizione cinematografica dell'omonimo romanzo di Roberto Saviano che racconta la storia di una baby gang di adolescenti napoletani decisi a giocarsi il tutto per tutto abbracciando la vita criminale e impugnando le armi, nel sogno di avere tutto e subito e di poter fare il bene attraverso il male.

In un concorso come quello Berlinese di quest'anno, un film come La paranza dei bambini potrebbe legittimamente ambire di arrivare a premio, ma non è detto che l'assenza di grandi nomi sia necessariamente sinonimo di scarsa qualità. Anche perché, oltre a Akin e Ozon, ci sono anche da prendere in considerazione concorrenti come Zhang Yimou, che presenta un film dal titolo One Second, e anche personaggi meno noti ma di grande valore come il norvegese Hans Petter Moland, il canadese Denis Côté e l'israeliano Nadav Lapid: il primo adatta per il grande schermo il romanzo di Per Petterson "Fuori a rubar cavalli"; il secondo racconta una storia a cavallo tra il dramma e il fantasy, ambientata in una piccola cittadina canadese; e l'ultimo la vicenda parzialmente autobiografica di un giovane israeliano che si trasferisce a Parigi.
Meno speranze ripongo nei nuovi film di registe come Lone Scherfig (che con The Kindness of Strangers avrà l'onore di aprire le danze a Berlino), Isabelle Coixet e di Agnieszka Holland.

Fuori concorso vanno sicuramente segnalati il documentario sul Watergate di quattro ore e venti diretto da Charles Ferguson, e quello su Aretha Franklin intitolato Amazing Grace, costruito a partire da un girato rimasto sugli scaffali degli archivi della Warner per oltre quarant'anni e assemblato solo di recente da Alan Elliott; ci sono poi anche gli esordi alla regia di due attori come il brasiliano Wagner Moura (il Pablo Escobar di Narcos) e l'inglese Chiwetel Ejiofor: Marighella e The Boy Who Harnessed the Wind.
Impossibile poi non citare l'autoritratto di Agnès Varda, Varda par Agnès, e il nuovo film di André Techiné, L'adieu à la nuit, che segna il ritorno del maestro francese a Berlino a tre anni dalla presentazione di un film davvero bellissimo come Quando hai 17 anni.

Tutte da scoprire, come al solito, saranno poi le streminate sezioni Panorama e Forum: nella prima ci sono ben quattro film italiani: c'è Dafne, che è il nuovo film di finzione di Federico Bondi, storia di una ragazza down e di un padre anziano che devono recuperare il loro rapporto dopo la morte improvvisa della donna che gli era madre e moglie; c'è l'esordio nella regia di Michela Occhipinti, Il corpo della sposa, un film ambientato in una Mauritania inedita, che attraverso la storia di una giovane donna cui viene imposto dalla tradizione di ingrassare prima delle nozze, esplora il tema del rapporto delle donne col loro corpo; c'è il nuovo documentario di Agostino Ferrente, Selfie, sorta di autoritratto di due adolescenti del quartiere napoletano di Traiano; e c'è Normal, documentario di Adele Tulli che invece esplora di confini di quelle cose che normalmente chiamiamo maschile e femminile.
In Panorama ci saranno anche - giusto per fare qualche titolo - Hellhole, il nuovo film di Bas Devos, regista fiammingo che qualche anno fa presentò al Festival di Torino un esordio straordinario intitolato Violet, che vede nel cast anche Alba Rohrwacher; un documetario su P.J. Harvey e uno sulla famosa critica cinematografica statunitense Pauline Kael; l'esordio alla regia, parzialmente autobiografico anche questo, di Jonah Hill con Mid90s e quello (nella regia di finzione) di Casey Affleck, con il Light of my Life che lo vede anche protagonista come attore.



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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