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Festival di Berlino 2016: spicca nella prima giornata l'umorismo nero e caustico di John Michael McDonagh

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Davvero divertente War on Everyone, con Alexander Skarsgård e Michael Peña. Convince anche Boris sans Béatrice di Denis Côté, più anonimo Hedi.


Possiamo stare qui a discuterne per ore, ma tanto le cose stanno così e lo dovrebbero ammettere tutti: ai festival, le commedie non sono molto benviste. Di certo, se ne vedono pochissime.
Allora fa davvero piacere, come prima cosa al mattino, accomodarsi in una delle confortevoli sale della Berlinale e divertirsi con il nuovo film di John Michael McDonagh, War on Everyone, tra i titoli della sezione Panorama.

Il regista di The Guard e di Calvario lascia l'Irlanda e vola negli Stati Uniti, fa saltare un turno a Brendan Gleeson e sceglie come strana coppia di protagonisti Alexander Skarsgård e Michael Peña, ma non perde un briciolo della sua vena caustica e irriverente.
War on Everyone vede i due attori nei panni di una coppia di sbirri alla Starsky & Hutch, ma molto (molto) meno ligia alle regole: freschi di sospensione, Terry Monroe e Bob Bolaño tornano in servizio e indagano su un progetto di rapina che li porterà dentro una storia molto più complessa, e che affronteranno a colpi di whisky e cocaina, a cazzotti in faccia e parolacce, attraversando imperturbabili (o quasi) un mondo marcio fatto di informatori, pornografia, abusi minorili, omicidi spietati, baronetti inglesi psicotici e i loro tirapiedi ancora più perversi (bravissimo Caleb Landy Jones).
Come un episodio dilatato di una serie poliziesca degli anni Cinquanta intinto in un film di Tarantino prima maniera, War on Everyone gioca con una grammatica quasi televisiva e con una narrazione episodica e discontinua, alternando l'azione con dialoghi surreali e pseudo-filosofici e a una comicità che passa senza soluzione di continuità dalle one-liner irresistibili al deadpan più stralunato.
L'umorismo di McDonagh è nero, scorrettissimo e provocatorio, la sua violenza fumettistica, ma certi dolori e certe cupezze sono vere e molto serie, e colpiscono tanto più sorprendono. Qualcuno, in Italia, dovrebbe comprare il film alla svelta.
3 stelle e mezzo.

Un altro regista che, come McDonagh, è di casa alla Berlinale è il canadese Denis Côté (a lui l'accento circonflesso lo lasciamo) che - dopo Bestiaire, Vic and Flo Saw a Bear e Que ta joie demeure - torna, in Concorso, con Boris sans Béatrice.
Lui, Boris, è un uomo d'affari di successo, algido e arrogante; lei, la moglie che ama senza forse sapere nemmeno il perché, ma sinceramente, ministro del governo canadese caduta in una profondissima depressione malinconica che l'ha rinchiusa in una stanza della loro bellissima casa di campagna, muta. Premuroso, per quanto il carattere glielo permetta, Boris ha affiancato a Beatrice una giovane che si prende cura di lei, mentre lui si trastulla con l'amante bionda e tira fuori di prigione la figlia ribelle: almeno fino a quando non arriva un misterioso personaggio (il sulfureo Denis Lavant) che lo mette alle strette. È lui, infatti, la causa del male di sua moglie, che non guarirà fino a quando non cambierà il suo modo di stare nel mondo e con gli altri.
Quello di Côté è un petit conte moral che ammicca alla mitologia greca, fa apparire Bruce LaBruce nei panni del primo ministro canadese, e si diverte a giocare una forma al tempo stesso fredda come Boris e surreale come la situazione in cui si trova. È questo e poco altro, e si accontenta di esserlo, cercando sfumature nelle pieghe della storia e nei dettagli il suo senso.
Lo stile del canadese, come d'abitudine, è elegante e misterioso, e trascina senza strappi dentro una vicenda narrativamente elementare ma carica di ripercussioni sul presente.
Nota di merito al casting, e non solo per LaBruce o Lavant: il fisico di James Hyndman rende bene la rigidità e la fragilità di Boris, mentre i volti femminili sono quello morbido e carico di promesse di Simone-Élise Girard (Beatrice), quello più selvatico e spigoloso di Dounia Sichov (l'amante Helga) e quello preraffaellita e sensuale di Isolda Dychauk (l'infermiera Klara, nonché sosia di Lily Cole).
3 stelle.

Sempre in concorso, il tunisino Hedi, di Mohamed Ben Attia: un solido film “da festival”, storia di un uomo che, conosciuta una donna della quale s'innamora, deve trovare il coraggio di liberarsi dalle catene familiari, lavorative e psicologiche che lo hanno represso per anni, e fuggire all'estero con la bella ben più libera di lui. Il tutto raccontato con sguardo pulito e naturalistico, corretto ma capace di regalare pochi sussulti, ispirato a quei Dardenne che appaiono accreditati come co-produttori.
2 stelle e mezzo.

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