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Festival di Berlino 2014: recensione di Aimer, boire et chanter, film di Alain Resnais

Ancora un film che riflette sulla vita e (quindi) sulla morte, o viceversa, per il 91enne regista francese.

Festival di Berlino 2014:  recensione di Aimer, boire et chanter, film di Alain Resnais

Già nel 2012, con il Vous n’avez encore rien vu visto al Festival di Cannes, Alain Resnais aveva utilizzato il teatro come filtro per un cinema che riflettesse sul grande mistero della Morte. Con Aimer, boire et chanter questo procedimento di ripete, e si ripete in maniera ancora più esplicita dal punto di vista formale e narrativo, seppur con toni meno testamentari di quanto era avvenuto in precedenza.
Basato sulla pièce teatrale Life of Riley (di Alan Ayckbourn, lo stesso di Smoking/No Smoking e Cuori) il nuovo film di Resnais è quasi letteralmente teatro filmato, con pochi, pochissimi inserti “di cinema” tra un susseguirsi di scene che, per scenografie e stile di recitazione, sono più vicine a quelle del palcoscenico che non a quelle del grande schermo.

Protagonisti sono sei personaggi attorno ai sessant’anni che vedono la loro vita sottosopra quando scoprono che un settimo, sempre invisibile, ha pochi mesi di vita. Sono due coppie di amici, e l’ex moglie del malato terminale e il suo nuovo compagno, interpretati da fedelissimi di Resnais come Sabine Azéma, Sandrine Kiberlain, Caroline Silhol, André Dussollier, Hippolyte Girardot, Michel Vuillermoz.
Tutti decidono di star vicini a questo George, ma saranno soprattutto le donne, inesorabilmente, a lottare fra loro per diventare la prediletta dell’uomo, evidentemente uno sciupafemmine anche in prossimità del suo decesso. Di qui, una serie di gelosie, rivalità, crisi familiari che sono l’ossatura del racconto del film.

L’intento di Resnais è piuttosto chiaro: ragionare sulla vita e (quindi) sulla morte, o viceversa.
George, sempre fuori scena, sempre silenzioso, sempre immanente, sempre evocato dai ricordi e dalle parole dei sei personaggi del film, sempre motore di ogni dinamica narrativa, è un chiaro memento mori. O meglio, un memento vivere: per i protagonisti, per i Resnais, per lo spettatore.
Contrariamente al chiaro e un po’ rassegnato requiem di Vous n’avez encore rien, qui Resnais appare più vitale, più memore della felice anarchia de Gli amori folli, e non nega l’incombenza della fine ma (si) invita a sfruttarla per vivere più pienamente il tempo che rimane. E al tempo stesso celebra l’impossibilità di un’eterna giovinezza, e di una maturità consapevole ma non per questo meno spensierata: solo diversamente tale.

E però le riflessioni di Resnais, legittime, per carità, iniziano a risultare un po’ pedanti, il suo cinema non più in grado di acciuffare la vitalità e il dinamismo del suo penultimo film, e l’impianto teatrale è pedante e vagamente indigesto.
La vivacità degli attori è sfacciatamente artificiosa, seppur ben recitata, e alla fine di Aimer, boire et chanter è una talpa che surrealmente appare e scompare dal film l’unico vero elemento d’interesse e curiosità.
 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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