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Festival di Berlino 2014: la recensione del film austriaco Macondo

Una storia nella comunità cecena di Vienna diretta Sudabeh Mortezai.

Festival di Berlino 2014: la recensione del film austriaco Macondo

Anche le guerre vanno di moda, almeno dal punto di vista mediatico. Una di quelle spesso rimasta confinata ai limiti del flusso informativo occidentale è sempre stata quella cecena. Troppo importante non irritare la Russia, o semplicemente poco glamour. Di quella guerra, o meglio degli effetti su un gruppo di persone comuni la cui vita ne fu sconvolta, pone l’attenzione l’iraniana nata in Germania Sudabeh Mortezai in Macondo.

Nella sua opera prima cerca di mettere un po’ della sua esperienza di immigrata, attraverso il racconto della vita quotidiana fra gli abitanti di Macondo, un piccolo quartiere dormitorio abitato da 3000 rifugiati in attesa di una riposta alla richiesta di asilo politico, provenienti da 22 paesi diversi. Uno di loro è un bambino di undici anni, Ramasan, che è venuto dalla Cecenia con la madre e due sorelle minori. Il padre è stato ucciso durante il conflitto di casa, almeno così gli viene detto. La sua vita quotidiana è piena delle dinamiche tipiche di un bambino della sua età - la scuola, qualche tiro al pallone - ma anche del tentativo di indossare i pani del capo famiglia, di prendersi cura del suo nido e del rispetto della sua religione islamica.

La Mortezai ha voluto raccontare una storia mille volte portata al cinema di bambini che devono crescere troppo in fretta, con uno stile neo realista, alla ricerca del rispetto della realtà di una comunità in bilico fra gli ideali di rinascita e affermazione, sociale e personale, e una quotidianità dura, anche se è pur sempre una baraccopoli alla viennese, quindi non certo disagiata come in altre realtà.

Ovviamente il percorso di maturazione di Ramasan lo porterà a compiere degli errori, a coinvolgere Isa, amico del padre dei vecchi tempi e possibile nuovo ingresso in famiglia, nei suoi complessi atteggiamenti. Sospeso fra responsabilità, rispetto dell’onore familiare e luoghi comuni, Macondo è un compito svolto con una certa diligenza, ma senza originalità e fuoco sacro. Considerando che si parla di un’opera prima e della storia di un ragazzino che vorrebbe prendere in mano il proprio destino, è un peccato non veniale.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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