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Festival di Berlino 2014: Historia del miedo, la recensione del film argentino di Benjamin Naishtat

Un dramma della paranoia presentato in concorso.

Festival di Berlino 2014: Historia del miedo, la recensione del film argentino di Benjamin Naishtat

Le suggestioni di un mondo socialmente pieno di disuguaglianze è un tema molto caro al cinema sudamericano, che ha spesso raccontato le dinamiche quotidiane di molte città, con una minoranza di benestanti che cercano di limitare i contatti con la maggioranza più povera, finendo spesso per erigere delle barriere, vivendo in enclave chiuse.

Ce lo ha raccontato qualche anno fa il film La zona, e ora torna a proporcelo, in chiave di dramma della paranoia, l’argentino Historia de miedo, diretto dall'esordiente classe ’86 Benjamin Naishtat. La quiete del centro residenziale in cui si svolge la vicenda è turbata propria dalla paura del titolo, che arriva insinuante dal nulla, con sparatorie e disordini nella vicina realtà metropolitana, mentre continui incendi appiccati a pneumatici e immondizie appena fuori dai confini arrivano a inquinare anche le belle case dai giardini curati.

Un contagio dell’aria, che inizia a provocare istinti paranoici in una famiglia con figli che viene letteralmente accerchiata; un assedio che Naishtat cerca insistentemente di rappresentare con suggestioni sensoriali e attraverso il comportamento silenzioso, ma via via più ostile, da parte di alcuni personaggi che lavorano al servizio degli abitanti, ma vivono nei quartieri proletari all’esterno.

Le premesse sarebbero anche intriganti, ma la ricerca delle sfumature nel raccontare il montare della paranoia finiscono per rendere il film talvolta inconsistente, altre volte fin troppo banale nelle sue metafore, nel mettere in scena la perdita della luce, il buio, e lo smarrimento generale. Se i personaggi sono sempre imbronciati, gli attori dimostrano come la scelta di non professionisti non sia certo senza rischi.

Si continua ad aspettare con sempre maggiore impazienza che la storia decolli, o almeno che risolva tutto una bella invasione aliena o a una irriguardosa irruzione di zombie assetati di sangue, ma niente di tutto questo accade. O meglio, niente accade tout court, accompagnando lo spettatore verso un finale insulso come i precedenti 79 minuti.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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