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Ferie d'agosto: siamo ancora quelli che ha raccontato Paolo Virzì, ma meno capaci di fare autocritica

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Quasi venticinque anni fa il regista livornese raccontava quella spaccatura politica e antropologica che si è andata scomponendo nel nostro paese, e personaggi che sono sempre più arroccati nelle loro convinzioni e persi nei rispettivi difetti.

Ferie d'agosto: siamo ancora quelli che ha raccontato Paolo Virzì, ma meno capaci di fare autocritica

Inutile che ora stia a qui a ribadire l'ovvio, a ripetere per l'ennesima volta che capacità di analisi sociologica e politica, e di preveggenza rispetto all'evoluzione avvenuta negli anni, abbia dimostrato Paolo Virzì con Ferie d'agosto.
Per quei quattro che avessero bisogno di ulteriori coordinate: l'estate, la vacanza a Ventotene, l'incontro scontro tra due gruppi familiari e amicali.
Nell'angolo rosso, il team Molino: intellettuali di sinistra, giornalisti, attori, galleristi, gente che fa workshop per organismi internazionali nei paesi del terzo mondo. Quelli che oggi (ma forse già allora) vengono bollati come radical chic da quelli che non hanno mai letto Tom Wolfe, e che sono il simbolo della sinistra "arida e elitaria", incapace ormai di relazionarsi con le classi che pretende di difendere e tutelare, e con la realtà tutta.
Nell'angolo blu, il team Mazzalupi: borghesia bottegaia romana, rumorosa e volgare, sprezzante delle regole, sottilmente razzista, che ai libri preferisce la televisione, e che della politica tutto sommato si disinteressa, ma che sicuramente non vota dalla stessa parte di quegli altri. Rozzi e cafoni, certo, ma in fondo anche sinceri, capaci di dire agli intellettuali che "non ce state a capì più un cazzo, ma da mo'", e a modo loro desiderosi di contatti, e non privi di generosità.

Era il 1996, allora. L'alba del ventennio berlusconiano. E Virzì, col supporto di Francesco Bruni in sceneggiatura, aveva già capito tutto, quello che la sinistra e gli intellettuali di quegli anni ancora stavano cercando di capire, di sé stessi e del mondo. Aveva colto e messo in scena (tutt'altro che schematizzando e semplificando, avremmo scoperto) la realtà del nostro paese, una contrapposizione più antropologica che sociale e politica che, da allora a oggi, si è fatta sempre più evidente.
Anzi. Sono passati quasi venticinque anni, e Ferie d'agosto è più contemporaneo che mai.
Certo, allora non c'erano internet, i social, i realty, con tutti i rispecchiamenti e gli sconvolgimenti della realtà che hanno portato con loro (anche se la televisione è già al centro di tutto, come tre anni prima era stata al centro di quell'episodio di Caro Diario in cui il serio intellettuale Renato Carpentieri cedeva alla seduzione di quella che Bonvi, nelle sue Strurmtruppen, aveva definito in tempi non sospetti "l'arma finale del dottor Goebbels" e fuggiva da un'altra isola, Stromboli -perché a sinistra la passione per le isole è un dato ontologico -, dove non c'era la corrente e quindi la tv).
E quel bipolarismo sinistra-destra ancora non si era trasformato nel confuso pateracchio dell'oggi, dal quale sono poi emersi nuovi organismi primordiali destinati a diventare gli esseri in cima alla catena alimentare politica come i movimenti cinquestelle (che, a ben vedere, Virzì aveva in qualche modo predetto nel personaggio di Ivan, l'adolescente di sinistra che contestava la generazione dei padri e delle madri, e che teorizzava la scomparsa di destra e sinistra così come tradizionalmente intese) o i populisti alla Salvini-Meloni.

Come scriverebbero oggi un Ferie d'agosto 2020, Covid-19 a parte, lo sanno solo Virzì e Bruni.
Noi possiamo solo ipotizzare. E probabilmente sbaglieremmo: perché ad aver capito prima degli altri sono loro, mica siamo stati noi.
Quello che però possiamo dire che è che, a occhio, rispetto a venticinque anni fa le cose sono andate peggiorando. Che entrambe le tendenze (quella alla chiusura elitista che preclude alla visione del mondo per quello che è, e quella cafona, sregolata e ignorante) sono andate peggiorando a vista d'occhio. Come ha detto lo stesso Virzì in un'intervista al Foglio di qualche tempo fa, è avvenuta "la rivolta del cretino che perfettamente si sposa con la mediocrità italiana."
E quindi oggi, sempre andando a occhio, il team Molino sarebbe ancora più spocchioso, supponente chiuso in sé stesso e incapace di leggere la realtà per quello che è, mentre il team Mazzalupi ancora più rapace, predone, cafone e ignorante.
Per non parlare della fine riservata al personaggio dell'ambulante senegalese, casus belli della disfida da burletta tra i due clan, che invece di un risarcimento per le lesioni subite riceve il foglio di via: come oggi, ma oggi è pure peggio.

Guardando oggi Ferie d'agosto, però, a colpire, oltre a tutto questo, è la capacità di Virzì infilare straordinarie dosi d'umanità in tutti i personaggi del film (proprio tutti: perché se Virzì sarebbe da ascrivere socio-politicamente al team Molino, ed è ovvio che si riconosca il loro, non ci sono dubbi che l'affetto più grande lo dimostra per i personaggi di Piero Natoli (sublime) e Sabrina Ferilli, che stanno dall'altra parte). Di non ritrarre niente e nessuno come un mostro irredimibile, ma anzi di raccontare in maniera sempre più evidente una serie di persone che devono fare i conti con i loro fallimenti personali, prima che politici. E quindi di mettersi in discussione, di avere uno sguardo critico su sé stessi e sulle loro vite, per quanto difficile e doloroso questo potesse essere.
Non so quanto questo, oggi, possa essere ancora attuale.
Una parte di me, la più ottimista, vorrebbe credere che sì, perdinci, adesso più che mai, adesso che la frattura che divideva i Molino dai Mazzalupi si è scomposta in maniera irreversibile e siamo tutti minacciati dal vuoto oscuro e insondabile che li divide; adesso che da abbiamo visto come da quel vuoto possono risalire creature antiche e lovecraftiane affamate solo di distruzione e annichilimento; adesso che la forbice è così divaricata da aver reso la situazione incendiaria, e con pure questo virus maledetto che ci ha messo sopra il carico da dodici, adesso sì, che la società italiana tutta, e quella di tutto il mondo, è pronta per un'autocritica che non è più solo necessaria, ma indispensabile.
Poi c'è anche l'altra parte, più cinica e disincantata, nemmeno pessimista, forse solo stanca, stanchissima, che alza lo sguardo e intorno a sé vede solo gente che si chiude sempre di più nelle torri delle proprie convinzioni, delle sue superstizioni, di un isolamento social che rassicura, e che spinge tutti dentro bolle omogenee, dove sentire solo quello che si vuole sentire e degli altri, e dei fatti, e delle cose vere e oggettive, chissenefrega.

Riconoscere gli errori, prendersene le responsabilità, rimboccarsi le maniche per migliorare le cose, sanare le fratture (o almeno ridurle) e diventare tutti meno brutti, tristi, meschini e ignoranti, come auspicava proprio Virzì in quell'intervista al Foglio. Di questo avremmo bisogno oggi, di fronte alle tante difficoltà che dobbiamo fronteggiare, come individui e come paese.
Rivederci allora ancora una volta in Ferie d'agosto, e prendere spunto per fare un bilancio su quello che siamo, e siamo diventati, non potrà farci altro che bene.

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