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Far East Film Fest 10: sotto il segno del Sol Levante

L’edizione del Far East che ha segnato il decimo compleanno della manifestazione udinese si è conclusa con un trionfo nipponico: non solo l’Audience Award ha presentato un podio tutto giapponese, ma il cinema del Sol Levante è stato quello che ha dominato per qualità rispetto alle altre cinematografie rappresentate nel capoluogo friulano.

Far East Film Fest 10: sotto il segno del Sol Levante

Già nelle ultime edizioni del Far East, i film giapponesi erano stati tra i migliori del festival, conquistando applausi e premi. Ma mai come quest’anno il cinema del Sol Levante ha dominato in maniera assoluta su quello delle altre nazioni orientali rappresentate ad Udine.
E ad accorgersene è stato anche il pubblico nel suo complesso, che con il voto dato al termine di ogni proiezione assegna l’Audience Award del FEFF e che quest'anno ha deciso la vittoria di Gachi Boy, seguito da Adrift in Tokyo e da Fine, Totally Fine.

Il film vincitore, diretto dal 27enne Koizumi Norihiro, racconta di un giovane che a causa di un incidente stradale ha subito un grave danno alla memoria a breve termine: ricorda tutto quel che gli è accaduto prima dell’incidente ma, per quanto riguarda il dopo, ad ogni risveglio non ha alcuna memoria di quel che è accaduto nel giorno precedente. Questo lo costringe a tenere un diario dove annotare tutto e tutti, ma non gli impedisce di coltivare un sogno, quello di entrare a far parte della sgangherata squadra di wrestling della sua università.
Gachi Boy è un tipico rappresentante di quella tendenza del cinema nipponico (molto ben rappresentata ad Udine) nella quale delicatezza ed equilibrio sono le parole chiave di un modo di narrare storie che spesso contengono al loro interno cambi di registro decisamente evidenti. Il film di Koizumi inizia infatti come una commedia al limite del demenziale, per poi trasformarsi in qualcosa di profondamente diverso quando rivela la verità sulla condizione del protagonista, divenando capace di essere melanconico e portare alla commozione, senza usare mezzucci, per poi portare nuovamente alla risata virando ancora una volta alla commedia.
Se è pur vero che molte situazioni del film sono facili a coinvolgere (la trama del riscatto “sportivo” del protagonista, il suo eroico combattimento finale), Gachi Boy non è decisamente bollabile come ruffiano, né per quanto riguarda i suoi aspetti comici né per quanto riguarda quelli drammatici: soprattutto in questi ultimi a colpire è la misura e l’efficacia emotiva del racconto strutturato da Koizumi, che gestisce il suo film con un’abilità non comune considerata la sua età.

Un primo premio nel complesso meritato quindi, quello di Gachi Boy, anche se personalmente avrei preferito veder vincere Fine, Totally Fine. Il film diretto dall’esordiente Fujita Yosuke ha infatti numerosi punti in comune con quello di Koizumi – è una commedia dai numerosi risvolti malinconici, alterna con abilità i registri ed è caratterizzato da un’ottima gestione della narrazione – ma riesce a colpire ancora di più, raccontando una storia meno “facile” e dai toni più trattenuti e più lunari.
Protagonisti sono due amici d’infanzia che più diversi non si può (l’uno amante dell’horror e degli scherzi ad ogni costo, l’altro fin troppo serio ed educato, ma in realtà un po’ misantropo) che sono alle prese con il normale fluire della vita e dell’irrompere in quest’ultima di una ragazza timidissima e pasticciona, di cui entrambi s’innamoreranno. Fine, Totally Fine è stato il vero gioiello del Far East decima edizione, un film nel quale la capacità di tratteggiare sentimenti e suscitare emozioni colpisce profondamente per la sua bizzarria e per la sua efficacia. Quello di Fujita è un inno alla vita, alla necessità di seguire la propria strada per quanto insolita od originale questa possa sembrare, al diritto alla propria individualità ma sempre del rispetto della necessità dell’altro: amico, parente, amante che sia. Speriamo di vederlo presto in dvd.

A tenere alta la bandiera del Giappone poi ci ha pensato anche Miike Takashi (e non poteva essere altrimenti): a Udine, preceduto da un suo esilarante videomessaggio, Miike ha presentato Crows – Episode 0. Basato su un manga – e si vede – il film racconta della spietata lotta tra alcune bande per la supremazia all’interno del liceo più violento e pieno di teppisti di tutto il Giappone, il Suzuran: a sfidarsi saranno soprattutto il leader della banda più grande della scuola, Serizawa Tamao, ed un nuovo studente figlio di uno Yakuza, Takaya Genji.
Violentissimo, ma di una violenza iperfumettistica e priva di sangue, Crows – Episode 0 non è di sicuro teorico e profondo quanto opere come Big Bang Love – Juvenile A o Gozu, ma è infinitamente superiore al recente Sukiyaki Western Django, è un piacere per gli occhi e non è nemmeno alieno a quei dettagli emotivi e sentimentali che spesso Miike dissemina qui e lì nelle sue opere.

Poi certo, dal Giappone proveniva anche il noiosissimo, manierato e inefficace Peeping Tom, film sospeso tra commedia, racconto onirico, erotismo e mistero alla Edogawa Rampo. Ma pretendere un en plein sarebbe stato forse troppo.

Se il Sol Levante ha trionfato, le altre grandi cinematografie orientali come Cina, Hong Kong e Corea hanno presentato sostanzialmente prodotti di medio livello, con la ovvia eccezione dei due film firmati da Johnnie To, Mad Detective (diretto a quattro mani con il fido Wai Ka Fai) e Sparrow, di cui vi abbiamo già parlato dai Festival di Berlino e Venezia. Molto diversi fra di loro, i due film di To sono opere decisamente più leggere di capolavori recenti quali i due Election o Thrown Down, ma sono comunque di gran lunga superiori alle opere più commerciali del regista di Honk Kong.
To
delude invece in veste di produttore di Tactical Unit, serie per la televisione (ma girata con stile e mezzi cinematografici) basata sul suo PTU, di cui ad Udine è stato presentato il primo episodio, diretto da Law Wing-cheong. Ripercorrendo la stessa struttura narrativa di PTU, Tactical Unit non riesce però a ricrearne il fascino e profondità, vuoi per la mano del regista, vuoi per una programmaticità meccanica e un po’ noiosa.
Sempre da Hong Kong non lascia il segno il nuovo film di Tony Ching Siu-tung, An Empress and the Warriors, cappa e spada dai risvolti romantici nel quale lo stile del regista (che pure aveva inaugurato uno stile) si fa manierato e patinato, mentre decisamente sbagliato è il grottesco Run Papa Run, nuova fatica registica dell’ex attrice Sylvia Chang.

Decisamente hollywoodiano (ma apprezzabile dal punto di vista dello sforzo produttivo) il blockbuster vietnamita The Rebel, film di arti marziali e non solo ambientato nel Vietnam occupato dai francesi, mentre eccessivamente legato alla volontà di raccontare un mondo che cambia è il cinese Lucky Dog, pedante e mai realmente originale come ambirebbe ad essere. E per quanto riguarda la Corea, anche il prolisso film di chiusura, Shadow in the Palace, colpisce più per una vaga tendenza all’imitazione di modelli occidentali che per una reale capacità di raccontare una storia che mescola trame di corte, indagini su un omicidio ed estemporanei elementi sovrannaturali.

In conclusione, va segnalato comunque che il bilancio complessivo del Far East di quest’anno è nel complesso superiore a quello fatto registrare nelle ultime due edizioni, e non solo in termini di affluenza di pubblico e di accreditati. Da un punto di vista qualitatuivo ci sono stati qualche vetta in più, meno film da bocciare più o meno nettamente e tanta medietà industriale, segno forse anche di una stagnazione complessiva del sistema produttivo del cinema orientale.
Con l’eccezione appunto di un vitalissimo e splendido Giappone, che lega quindi in maniera indissolubile il suo nome a quello dell’edizione del decennale del festival di Udine.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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