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Far East Film Fest 10 – Horror e non solo

Dopo aver ieri introdotto il film ha aperto l’Horror Day di questa decima edizione del Far East Film Fest, vediamo quali sono stati gli altri titoli che hanno caratterizzato la giornata che maggiormente scatena gli entusiasmi e gli strali del pubblico di Udine, per poi raccontare di una commedia di Hong Kong e di un dramma nipponico.

Far East Film Fest 10 – Horror e non solo

Far East Film Fest 10 – Horror e non solo

Dopo aver ieri introdotto il film ha aperto l’Horror Day di questa decima edizione del Far East Film Fest, vediamo quali sono stati gli altri titoli che hanno caratterizzato la giornata che maggiormente scatena gli entusiasmi e gli strali del pubblico di Udine, cominciando con il tailandese The Screen at Kamchanod. Ispirato da fatto di cronaca realmente accaduto nell’ex Siam all’inizio degli anni Novanta, il film di Songsak Mongkolthong racconta di un gruppo di persone che cercano di scoprire il mistero celato dietro ad una leggendaria proiezione cinematografica organizzata nella foresta citata nel titolo. Una proiezione dove gli spettatori apparvero improvvisamente nel cuore della notte per sparire altrettanto rapidamente una volta terminato il film e che ha successivamente visto i protezionisti coinvolti morire o impazzire.
The Screen at Kamchanod parte da premesse non originalissime ma abbastanza interessanti, ibridando le ossessioni sul cinema e sulla natura fantasmatica delle immagini di Cigarette Burns con le follie post-visione e le storie di fantasmi di The Ring. Curato nella confezione e discretamente recitato, il film inizia però dopo una quarantina di minuti a ripetere insistentemente – come un disco che si è incantato – le stesse situazioni. Ed è quindi tutto un susseguirsi incessante di scene nelle quali i protagonisti, dopo aver trovato e visto il film “maledetto”, iniziano ad essere perseguitati da orribili apparizioni ectoplasmatiche. Peccato, visto che se l’inizio aveva promesso qualcosa, anche il finale si costruisce su alcune suggestioni da non buttare via: è però troppo tardi, ché il meccanismo si è oramai rotto irreparabilmente.

Un po’ meglio vanno le cose con il coreano Black House, diretto da Shin Terra. Il protagonista è un uomo gentile ed empatico, che non ha mai superato il suicidio del fratellino di cui si sente responsabile e che lavora in una compagnia di assicurazioni con il compito di indagare su possibili frodi. Proprio nel corso di una delle sue indagini, l’uomo si trova coinvolto in una strana situazione, dove un bambino si è suicidato e dove il padre è fin troppo ansioso d’incassare il premio della sua polizza sulla vita: ma i colpi di scena non sono finiti, e non tutto e tutti sono quello che sembrano.
Più che un horror, Black House è un thriller psicologico con aggiunta di qualche situazione leggermente splatter, ben girato e ben recitato dai protagonisti: Hwang Jeong-min, già visto in Memories of a Murder e Yu Seon, la stella di Lady Vendetta. A tratti il film è fin troppo hollywoodiano nell’impianto, ma nel complesso gestisce bene la tensione e la sua ibridazione con temi che nel cinema americano non avrebbero trovato affatto spazi: la storia si trasforma lentamente infatti nello scontro a due tra il protagonista ed una personalità psicopatica, ovvero nel confronto tra capacità empatiche e assenza totale di sentimenti. Si capisce che tali tematiche stanno molto a cuore al regista, come testimoniato da un finale dilatato in tanti sotto-finali dove in un crescendo di suspense esplodono per l’appunto i traumi passati ed i conflitti interiori del protagonista.

In serata è stato invece presentato The Guard Post, opera seconda del regista coreano Kong Su-Chang, che qui a Udine due anno fa aveva conquistato buona parte del pubblico con il militaresco R-Point. Anche in questo caso Kong racconta una vicenda ambientata in ambiente militare: siamo in una postazione al confine tra le due Coree, dove viene inviato un gruppo di investigatori militari per capire il mistero legato al massacro di 19 dei 21 soldati di stanza nel posto di guardia, e dell’apparente follia dei due sopravvissuti. La storia si svolge in linea teorica tutta nel corso di una notte, ma attraverso una complessa struttura il regista alterna quasi senza soluzione di continuità eventi “presenti” con flashback che descrivono quanto accaduto in precedenza: il risultato è però assai confuso, e non sempre è immediata la comprensione del piano temporale che sta venendo rappresentato. Il vero problema di The Guard Post è però il suo annullare i pregi del precente R-Point (ovvero delle indagini psicologiche abbastanza interessanti) ed espandere i suoi difetti: questo nuovo film di Kong pare non avere sviluppo e ripetere per due ore abbondanti di narrazione sempre le stesse dinamiche, senza che queste divengano realmente “ossessionanti” per lo spettatore ma con il risultato di dare l’impressione di essere un film che non procede, che gira a vuoto e non si sviluppa.

Poi, il programma del festival ce lo aveva presentato come sanguinosissimo ed effettivamente il tasso di sangue non è da sottovalutare: ma francamente non basta per salvare il film. Archiviato l’Horror Day, il Feff prosegue con la consueta programmazione, fatta in stragrande maggioranza di film di ogni genere e tipo ma sempre caratterizzati da un un’impronta popolare e commerciale, lontani da autorialismi – sinceri o pedanti che siano. Classico esempio del cinema che s’incontra al Teatro Nuovo Giovanni da Udine nei giorni del festival è l’hongkonghese Magic Boy, scritto e diretto da Adam Wong e prodotto dal noto attore Eric Tsang.
La storia è quella di due amici, Hei e Leggo: il primo prestigiatore serio e appassionato, il secondo suo allievo, che però usa la magia in maniera giocosa e per far colpo sui clienti del servizio di cibo a domicilio per cui fa le consegne. Quando Leggo s’innamora di una bella commessa, userà tutti i trucchi che conosce e la sua simpatia per conquistala: alla lunga ci riuscirà, ma dovrà poi fare i conti con l’interesse (ricambiato ) della sua conquista per Hei. Magic Boy è una tipica commedia romantica giovanile di Hong Kong, con toni che oscillano tra quelli della comicità (a volte ai limiti del demenziale) e invece un romanticismo sincero e mai troppo zuccheroso. Il risultato è quello di un film forse discontinuo, ma che complice la breve durata, scorre leggero, risollevando nel finale – nel quale si parla in maniera mai pesante del senso di una storia d’amore e della maturazione dell’individuo e della coppia – certe cadute della prima parte. Non entrerà di certo nella storia e forse si dimenticherà presto, ma perlomeno non ci si annoia.

Di un genere completamente diverso è invece Your Friends, diretto dal giapponese Hiroki Rauchi: attraverso le foto che ha scattato nel corso di anni, scopriamo la storia della ventenne Emi, ragazza rimasta zoppa da bambina per via di un incidente. Una storia fatta da una profonda amicizia con la coetanea Yuka (morta a quindici anni per via di una malattia ai reni) e da un atteggiamento austero ma compassionevole nei riguardi delle persone che le sono vicine. A dispetto di quel che la trama può lasciar intuire, Your Friends è un film che non si abbandona (quasi) mai al pietismo strappalacrime, ma che segue percorsi narrativi assai simili al comportamento della sua protagonista: quelli di un distanza partecipe e pudica. Attraverso il racconto di Emi non solo si parla della sua amicizia con Yuka, ma si tratteggia una realtà, soprattutto scolastica, dove gli outsider (per ragioni fisiche o caratteriali che siano) possono e devono cercare in sé stessi e tra loro la forza per una riscossa intima e personale nei confronti del sistema. Storie minimali, di sentimenti basilari, quella di Your Friends, solo a tratti appesantite da un’eccessiva dilatazione dei tempi e da qualche scelta formale del tutto errata, come l’inserimento saltuario di sequenze in traballante camera a mano in un contesto invece statico e trattenuto.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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