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Fair Game, il film di Doug Liman in concorso al Festival di Cannes 2010

Nel suo raccontare la (vera) storia di Joe Wilson e sua moglie Valerie Plame - di come l’impegno per la verità di lui portò come ritorsione alla pubblica rivelazione del lavoro per la CIA di lei, della loro lotta impari contro quel che la Casa Bianca voleva mettere a tacere

Fair Game, il film di Doug Liman in concorso al Festival di Cannes 2010

Fair Game, il film di Doug Liman in concorso al Festival di Cannes 2010


Nel suo raccontare la (vera) storia di Joe Wilson e sua moglie Valerie Plame - di come l’impegno per la verità di lui portò come ritorsione alla pubblica rivelazione del lavoro per la CIA di lei, della loro lotta impari contro quel che la Casa Bianca voleva mettere a tacere (la consapevolezza dell’intelligence dell’assenza di armi di distruzione di massa in Iraq) - Fair Game si fa più recente esponente di una corrente hollywoodiana chiaramente riconoscibile.
Quella corrente che, rifacendosi a quanto avvenuto da quelle parti negli anni Settanta, è politicamente impegnata in maniera esplicita, che attraverso gli strumenti messi a disposizione dall’industria e utilizzando gli stilemi di generi forti come il thriller e altri, denunciano gli errori politici e non degli States.

Mentre il suo successore nella serie di Jason Bourne, Paul Greengrass, ha raccontato temi simili in un contesto di guerra nel recente Green Zone, Doug Liman rinuncia all’azione e alla spettacolarità cui il suo cinema ha abituato e struttura un racconto dove tensione e ritmo non mancano, ma dove è la dimensione drammatica di una vicenda privata a costituire il cuore della narrazione. La vicenda privata (che si fa pubblica) di un uomo e una donna che vedono ricadere sul loro matrimonio e i loro rapporti le scelte scomode che fanno così come quelle che non fanno.
Liman e i fratelli Butterwoth, sceneggiatori, hanno infatti la furbizia di capire che un film che si limiti unicamente a denunciare le bugie dell’amministrazione Bush che hanno (il)legittimato l’invasione dell’Iraq all’indomani dell’11 settembre sarebbe stato tardivo. E nella storia dei coniugi Wilson trovano la chiave per un ragionamento sull’importanza dei valori e della verità che riesce ad esulare dal contesto cronachistico che lo genera.

Fair Game è chiaramente un manifesto liberal, è come tutti i film manifesto non esula da una certa retorica strisciante che emerge soprattutto nel finale (specie nelle arringhe pubbliche dell’impegnato Sean Penn), da una confezione corretta ma scontata; ma è grazie a questo suo legarsi alle dinamiche psicologiche e di coppia dei due protagonisti che dribbla molti dei limiti che si autoimpone e a sfiorare un discorso politico alto e non solo fattuale.
Perché l’esigenza e la ricerca della verità, della trasparenza, è ampia e trasversale. Riguarda il discorso pubblico così come quello privato di due persone costrette per troppo a lungo ad imposi silenzio e bugie. Discorsi interdipendenti: perché quando salta un precario equilibrio da un lato, anche l’altro ne risente. E, sembra suggerire, Fair Game, la scintilla del cambiamento è destinata a partire sempre dal basso per intaccare l’alto.


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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