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Facebook, i drammi di Mitchell e la sorpresa Cupellini

Giunta alla sua quinta giornata il Festival di Roma edizione 2010 compie la peculiare scelta di giocarsi, tutti in una volta, tre delle sue carte più pregiate.


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Sotto la pioggia ecco Facebook, i drammi di Mitchell e la sorpresa Cupellini


Giunta alla sua quinta giornata il Festival di Roma edizione 2010 compie la peculiare scelta di giocarsi, tutti in una volta, tre delle sue carte più pregiate. In un Auditorium flagellato dal maltempo, infatti, vengono presentati l'atteso The Social Network per quanto riguarda il fuori concorso mentre, sul versante della competizione ufficiale, il Rabbit Hole di John Cameron Mitchell interpretato da Nicole Kidman e Aaron Eckhart e Una vita tranquilla di Claudio Cupellini, forse il film italiano più atteso della Selezione ufficiale.

Una cosa bisogna subito dirla: non è degno di un Festival che ama definirsi "internazionale" presentare alla stampa (o al pubblico) una copia doppiata del film com'è accaduto oggi con il film di David Fincher. E a poco è servito mettere una toppa con una proiezione straordinaria in originale (senza sottotioli), ché è arrivata tardiva e mal gestibile da chi all'Auditorium lavora.
Ciò detto, The Social Network - che a Roma è accompagnato dal suo protagonista Jesse Eisenberg - è un film che conferma moltissimi dei pregi di cui si narrava da tempo, ma che non è forse il capolavoro che qualcuno già sta acclamando.
Indubbiamente David Fincher e ancor di più Aaron Sorkin hanno fatto un ottimo lavoro: il primo con una regia fluida e tesa al tempo stesso, mai inutilmente virtuosistica; il secondo con una sceneggiatura precisissima, dai dialoghi interminabili, intrecciati, mai noiosi e sempre arguti. Ma la storia della fondazione del sito più popolare del mondo e delle cause legali che hanno visto protagonista il suo fondatore e proprietario Mark Zuckerberg, che pure costituiscono il telaio narrativo del film, sono funzionali solo al racconto di una personalità complessa, universale nella sua specificità, indipendentemente dalla corrispondenza o meno tra lo Zuckerberg del grande schermo e quello vero.
Brillante e creativo, ma ossessivo e socialmente inetto (anche, paradossalmente, per via della sua intelligenza), lo Zuckerberg del bravo Eisenberg è qualcuno che, attraverso i gesti e i successi professionali, cerca di trovare riscatto da una serie di frustrazioni sentimentali e amicali alle quali non riesce a far fronte altrimenti. Che questo avvenga per mezzo della tecnologia, è del tutto accessorio: e non a caso il film esplicita senza mezzi termini come il modello di Facebook sia stato basato su quelle stesse dinamiche socio-relazionali che governano e governavano da decenni i rapporti all'interno dei campus universitari.
Le frustrazioni di Zuckerberg e le sue particolari forme di lotta, non hanno nulla di generazionale, non sono emblematiche di nulla che riguardi uno specifico contesto dei protagonisti di nuove forme mediatico-economiche: sono al contrario la declinazione contemporanea - con nuove armi - di questioni ataviche, connaturate all'esperienza umana e soprattutto nella società americana come quelle dell'accettazione e l'anelito ad essa. E in questo, The Social Network trova i suoi tanti pregi così come i suoi limiti.

Dell'esperienza umana, in modi e con obiettivi decisamente differenti, parla anche John Cameron Mitchell con il suo Rabbit Hole, film che vede Nicole Kidman, che la chirurgia estetica ha portato ad assomigliare a Nina Moric, e Aaron Eckhart nei panni di una coppia costretta ad affrontare uno dei dolori più terribili che si possano provare nella vita: quello della perdita di un figlio. Un dolore che li scuote e irrigidisce, li ferisce e li allontana, nel costante e disperato tentativo di trovare possibili forme di conforto e di reazione.
Rinunciando a molti delle eccentricità stilistiche e formali del suo cinema precedente, ma senza snaturarsi, John Cameron Mitchell mette tutta la sua sensibilità e la sua capacità dietro la macchina da presa al servizio di un melodramma puro, duro nei temi che tratta, cercando di essere elegante evitando inutili e controproducenti leziosità e soprattutto di mantenere un tono intimo anche nei momenti di maggiore sofferenza, sforzandosi di non abusare troppo né di urla né di lacrime.
Se i suoi tentativi sono di certo apprezzabili, i risultati non sono forse del tutto all'altezza: quel che manca soprattutto ad un film comunque più che dignitoso, nel suo genere, come Rabbit Hole, è una personalità che lo distingua da prodotti analoghi. Nonostante sia forte anche se mai sfacciato, nel film, il tema di un contrasto tra le forme di conforto che tradizionalmente vengono ricercate nella fede e nella religione e un pensiero nuovo di stampo scientifico - e quindi razionale e tutto insito nell'uomo - che aiuti a sopportare una ferita indelebile dell'animo.

E quindi, se Fincher conferma le aspettative e Rabbit Hole ne delude un po', va a finire che per una volta la vera e piacevole sorpresa di una giornata festivaliera sia un film italiano. Già sulla carta Una vita tranquilla, opera seconda (ma anche un po' prima) di Claudio Cupellini, era il titolo di casa nostra più interessante del menù proposto dal Festival di Roma di quest'anno, ma che potesse risultare uno dei prodotti italiani più interessanti degli ultimi mesi forse non era da noi ipotizzabile.
Curiosamente, anche in questo caso di troviamo a parlare di genitori e figli: perché protagonista di Una vita tranquilla è Rosario, un napoletano emigrato in Germania che vive - appunto - tranquillamente gestendo un ristorante/albergo con la famiglia e uno staff di pochi amici. Ma Rosario non è ciò che tutti pensano che sia: ha alle spalle un passato scomodo, che torna a bussare alla sua porta nei panni del figlio oramai grande che aveva abbandonato a casa, e che ora aveva seguito i suoi passi come affiliato alla Camorra.
Il cuore del film di Cupellini, assai ben girato e ben scritto, è tutto nei legami e nei dilemmi di un uomo che cerca disperatamente di equilibrare la nuova vita e la nuova famiglia che si è creato con tutto ciò che ha cercato di lasciarsi alle spalle, che ha rincontrato per caso e vorrebbe riconquistare. Un cuore portato avanti da un Toni Servillo che finalmente torna privo delle gigionerie delle sue interpretazioni più recenti e con uno stile elegante che si rifà a modelli recenti come, per certi versi, alcuni titoli di Sorrentino o La ragazza del lago (analogie suggerite anche dalla colonna sonora di Theo Teardo), senza per questo cadere nel plagio involontario.
Costruito sul contrasto tra superfici, materiali, apparenze e quel che invece vi si agita nervosamente sotto, compreso un sangue inteso sia come legame che come violenza, Una vita tranquilla è un’opera sfaccettata e intrigante, che suscita consenso nonostante delle insistenze del finale che costituiscono un’improvvisa rottura in un ritmo e un rigore fino a quel momento esemplari. Una quindicina di minuti in meno e meno ansia esplicativa avrebbero reso il film di Cupellini ancor più affascinante e positivamente sospeso.


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