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Exit Through The Gift Shop, il film di Banksy

Preceduto da un videomessaggio dello stesso artista inglese, è sbarcato fuori concorso a Berlino il film firmato dallo street artist più famoso (e quotato) del mondo, l'inglese Banksy. Una ricognizione ironica e intelligente su un movimento e sulla sua percezione.

Exit Through The Gift Shop, il film di Banksy

Exit Through The Gift Shop, il film di Banksy

Preceduto da un videomessaggio dello stesso artista inglese, è sbarcato fuori concorso a Berlino il film firmato dallo street artist più famoso (e quotato) del mondo, l'inglese Banksy. Una ricognizione ironica e intelligente su un movimento e sulla sua percezione.

Sono anni, oramai che il nome di Banksy ribalza sui giornali, i notiziari, le gallerie d'arte e le case d'asta di tutto il mondo. La sua identità, fortunatamente, è ancora mantenuta segreta. Indubbiamente geniale e un passo avanti a molti suoi "colleghi", Banksy è comunque solo la punta dell'iceberg di un movimento, quello della street art, che sta costantemente aumentando non solo la sua visibilità ma anche i riconoscimenti da parte del mondo dell'arte "ufficiale"; e, di conseguenza, l'attenzione mediatica, ed il giro economico che coinvolge gallerie, agenti, collezionisti e case d'asta che trattano i pezzi di questi nuovi artisti.

È questo, tutto questo, al centro del primo film dell'artista inglese, che comincia raccontando in prima persona come un certo Thierry Guetta abbia cercato disperatamente di fare un documentario su di lui, finendo per diventare il protagonista di quello del soggetto del suo desiderio.

Guetta, francese trapiantato a Los Angeles dove gestiva un negozio di abiti vintage, ha iniziato a mettere la sua ossessione per la ripresa audiovisiva al servizio di numerosi street artists, partendo dal cugino parigino e arrivando negli anni fino a Banksy in persona. Il suo tentativo di assemblaggio dei materiali è stato però tanto fallimentare da spingere lo stesso Banksy a suggerirgli di dedicarsi invece alla street art: consiglio preso sul serio e con grandeur da Guetta che, privo di alcun vero talento, ha allestito col tempo una personale di enormi proporzioni suscitando intorno a sé interesse e clamore e facendo così una barca di quattrini.

È soprattutto questa seconda parte del racconto, la trasformazione di Guetta in artista ed il suo istantaneo successo, ad aver portato più di un osservatore ad esprimere scetticismo sulla veridicità del racconto documentario di Exit Through the Gift Shop. Ma la questione è sostanzialmente e praticamente oziosa.

Documentario o finzione, o una combinazione tra le due cose, Exit Through the Gift Shop è esattamente quello che Banksy voleva che fosse: un'opera frizzante e intelligente, che se nella sua prima parte celebra e fissa nell’eternità dell'audiovisivo un genere artistico soggetto a deperimento e scomparsa per le sue inevitabili caratteristiche, celebra artisti più che degni di questo nome e racconta l’esaltante evoluzione di un movimento, nella seconda denuncia con estrema (auto)ironia le degenerazioni che la grande attenzione dei media ed il conseguente giro di denaro hanno portato con sé, senza dimenticare di smontare (o avallare?) implicitamente l’idea del “questa roba la possono fare tutti".

Di certo il Banksy cineasta, quand'anche abbia messo in piedi un'elaborata "hoax", non raggiunge le vette del Banksy street-artist. Ma non era questo il suo intento: il suo intento era di lanciare alcuni semplici messaggi, ironici e non, divertendosi e divertendo. E c’è riuscito in pieno.


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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