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El prófugo - The Intruder: recensione del thriller argentino in concorso alla Berlinale 2020

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Quasi un horror gotico di quelli con Barbara Steele, tra echi polanskiani e rimandi a Berberian Sound Studio.

El prófugo - The Intruder: recensione del thriller argentino in concorso alla Berlinale 2020

Inés fa gli incubi. Dopo che un fidanzato di breve data si suicida misteriosamente mentre stanno trascorrendo la loro prima vacanza insieme, in Messico, ne fa sempre di più. E ti credo). Tornata a casa, a Buenos Aires, sente i fantasmi di quegli incubi rovinarle la voce, con cui lavora come doppiatrice, e con cui canta in un coro. Li vede, quei fantasmi, perdendo la capacità di distinguere ciò che è reale da quello che non lo è.
El prófugo inizia quasi ammiccando al bellissimo Berberian Sound Studio di Peter Strickland, con la sua ossessione per le voci e i suoni, per la cabina di doppiaggio all'interno della quale scorrono le immagini di uno strano film giapponese fatto di violenza e sesso perverso, quasi un Miike o uno Tsukamoto d'antan.
E poi muta, abbracciando il thriller psicologico pieno di sfacciati riferimento polanskiani, e poi ancora, diventando quasi un horror gotico di quelli che, che se fosse stata più giovane, sarebbe stato perfetto per Barbara Steele (con quell'organo che suona, poi...).
Anche per via dell'ambiguità con cui tratta la questione della dipendenza sentimentale e sessuale, e della possibilità e volontà della sua protagonista di riconquistare una sua assertività: una sua voce, appunto.

Il fidanzato che muore la voleva controllare anche nei sogni, si lamentava Inés. Spingerla a dire e fare cose cose che non voleva fare o dire. Poi in casa sua entra una madre ingombrante, che impone la sua presenza e il suo interventismo nella vita della figlia. E poi appare un giovane misterioso, dall'occhio ceruleo e la fisicità aerea, che pare sbucare dal nulla per permettere al desiderio di Ines di sfogarsi liberamente: ma è davvero così?
La coppia - dal punto di vista femminile - è necessariamente possessione, costrizione, coabitazione, sembra dire la regista argentina Natalia Meta, alla sua opera seconda. E lo dice giocando con abilità con le chiavi del genere, aprendo spesso e volentieri la porta all'ironia e all'autoironia, attraverso una messa in scena formalmente elegante ma mai troppo patinata o, al contrario eccessivamente rigorosa.
Compatto e veloce, El prófugo si fa seguire e apprezzare grazie alla voglia di giocare con tutti gli strumenti del cinema (il sonoro è qui importante tanto quanto l'immagine), alla capacità di creare e gestire le atmosfere e a quella di non prendersi troppo sul serio. E a un cast che funziona in tutti i reparti, a partire dalla protagonista Erica Rivas, in scena in praticamente ogni inquadratura.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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