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El Pepe, una vida suprema: recensione del documentario di Kusturica su Pepe Mujica presentato al Festival di Venezia 2018

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Kusturica non scava, non approfondisce, non chiede. Si limita a replicare un'immagine ben nota, quella di un folklore che fa passare la politica in secondo piano.

El Pepe, una vida suprema: recensione del documentario di Kusturica su Pepe Mujica presentato al Festival di Venezia 2018

Pepe Mujica, il guerrigliero tupamaro diventato presidente dell’Uruguay. Il presidente che continuava a prendersi cura dei suoi campi col trattore, e dei suoi fiori, che non ha mai rinunciato al Maggiolino celeste e a vivere nella sua fattoria, che donava il 90% del suo stipendio da presidente a chi ne aveva più bisogno di lui.

Se il folklore che circonda Mujica ha rischiato e rischia tutt’ora di farne passare in secondo piano il pensiero e la rilevanza politica, in anni in cui la sinistra mondiale è in cerca di una nuova identità, è allora davvero un peccato che questo documentario - che si chiama El Pepe, una vida suprema - non sia in grado di approfondire, di restituire, di scavare dietro la superficie del personaggio e del suo agire.

Emir Kusturica - un altro che oramai vede spesso il suo cinema superato dal suo stesso folklore, e che pare non curarsene più di tanto - sembra più occupato a pensare ai tanti piani d’ascolto inseriti nel film, in cui ride, fuma il sigaro, o impara a bere il mate, che non a far domande al suo protagonista, a capire cosa si celi sotto quel sorriso bonario, da dove vengano quei proclami semplici e così condivisibili, a mostrare la complessità di un personaggio che astutamente finge di non esserlo.

E dire che sulla politica di Mujica ci sarebbe tanto da commentare: molte delle frasi dell’ex Presidente e dei suoi collaboratori, alle orecchie del pubblico europeo, possono sembrare una curiosa commistione tra alcune sacrosante preoccupazioni ambientali e sociali, un pizzico di retorica vetero-rivoluzionaria, e alcune posizioni sul progresso e sulla politica estera che fanno tornare alla mente certi movimenti ora governativi di casa nostra.

Ma a Kusturica basta l’immagine: bastano i campi, il trattore, il maggiolino, il popolo adorante, le immagini di repertorio mescolate a quelle di L’Amerikano di Costa-Gavras. Basta a lui, come basta a Mujica.
E alla fine, anche la storia d’amore tra lui e Lucía Topolansky (ora vice-Presidente al fianco di Tabaré Vázquez Rosas) finisce con l’essere parte di quello che sembra un filmino propagandistico più che un documentario da festival.

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