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Ecco i film più importanti visti all'edizione virtuale del Toronto Film Festival 2020

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Abbiamo potuto vedere online alcuni dei titoli selezionati dalla kermesse canadese

Ecco i film più importanti visti all'edizione virtuale del Toronto Film Festival 2020

L’edizione online del Toronto Film Festival 2020 ha garantito alla stampa e al pubblico una cinquantina di titoli inseriti in un cartellone in formato ovviamente ridotto rispetto alle edizioni passate. Come al solito una buona parte dei lungometraggi scelti ha già trovato vetrina più o meno virtuale in altre kermesse precedenti quella canadese: eccovi dunque il meglio della selezione del TIFF 2020.


I film più attesi presentati al Toronto Film Festival 2020

  • One Night in Miami
  • Penguin Bloom
  • Falling
  • Concrete Cowboy
  • Good Joe Bell
  • Violation
  • Shadow in the Cloud
  • Another Round

One Night in Miami

Molto efficace l’esordio dietro la macchina da presa di Regina King, premio Oscar per Se la strada potesse parlare e reduce dall’enorme successo televisivo di Watchmen. One Night in Miami è tratto dall’omonima pièce teatrale di Kemp Powers - autore anche della sceneggiatura del film - e racconta di una notte immaginaria in cui Muhammad Ali, Malcolm X, Jim Brown e Sam Cooke decidono di passare una serata a conversare in una camera d’albergo, riflettendo in maniera anche drammatica su cosa significhi essere nero nell’America degli anni ’60. Un film ottimamente orchestrato a livello di messa in scena, dato che l’impostazione teatrale dell’operazione si fa sentire ma non diventa mai opprimente, tutt’altro. L’attualità di moltissimi dei temi affrontati e il coraggio di prendere in maniera precisa determinate posizioni riguardo la situazione razziale negli Stati Uniti fanno di One Night in Miami un film decisamente coinvolgente. In particolare modo la messa in scena del personaggio di Malcolm X (ottimamente interpretato da Kingsley Ben-Amir) permette allo spettatore di assimilare molte delle sue posizioni più precise senza essere fuorviato dal preconcetto che gli insegnamenti del leader dei diritti civili fossero solamente improntati alla violenza. E a ben vedere quello che Malcolm X denunciava negli anni ’60 è ancora oggi tangibile in America…Il film è stato presentato al Festival di Venezia (ecco la recensione del buon Mauro Donzelli), così come il Leone d'Oro Nomadland e Pieces of a Woman, che ha regalato la Coppa Volpi a Vanessa Kirby

Penguin Bloom

Protagonista assoluta di questo dramma intimista Naomi Watts porta in scena la storia vera di Sam, moglie e madre di tre figli che dopo un incidente fortuito rimane paralizzata. A darle la forza di abbracciare la sua nuova vita e condizione è una gazza, anch’essa ferita e portata in casa dai suoi bambini per essere accudita. Attraverso i progressivi miglioramenti del pennuto pure la donna inizia pian piano a riassaporare la felicità degli affetti. La Watts si costruisce addosso un personaggio perfetto per sfruttare le sue innate capacità drammatiche. L’attrice lo riempie con sapienza, evitando di andare mai sopra le righe ma riuscendo al tempo stesso a restituire la frustrazione e la disperazione interiore di Sam. Le fa da discreta spalla nel ruolo del marito l’ormai ex-Walking Dead Andrew Lincoln, mentre nel cast troviamo anche l’icona del cinema australiano Jackie Weaver. Penguin Bloom è un dramma dal tocco gentile, con alcune scene capaci di scaldare il cuore del pubblico. A volte la storia sembra prolungarsi senza un centro narrativo preciso, ma come prodotto di genere indubbiamente funziona. 

Falling

L’esordio alla regia di Viggo Mortensen è un dramma familiare incentrato su un uomo che deve accudire il padre ormai anziano. Il problema sta nel fatto che il vecchio patriarca alle prese con i primi segni di demenza ha sempre avuto uno stile di vita e idee radicalmente opposte da quelle del figlio, pilota omosessuale che si è costruito una famiglia a Los Angeles, lontano dai ricordi di un’infanzia difficile. Falling possiede un tono pacato molto piuttosto convincente, nonostante la drammaticità di eventi e situazioni trattati. L’alternarsi della storia con i flashback che raccontano l’infanzia del protagonista lavorano in armonia nel costruire un quadro familiare complesso, dalla visione non univoca. La sceneggiatura originale scritta dallo stesso Mortensen infatti non riduce i personaggi a stereotipi ma consente loro, soprattutto quello dell’anziano burbero e dalle visioni retrograde, di svilupparsi con una verità che ne mette in luce anche i (pochi ma presenti) aspetti umani. Falling è un dramma contenuto, dall’atmosfera intima e in molte scene vera. Grande merito dell’attore/regista è poi quello di aver dato la parte del problematico padre all’icona Lance Henriksen (Uomini veri, Aliens) che lo ripaga con una performance ruvida ed energetica, esattamente quello che serviva per il personaggio. Esordio dietro la macchina da presa “piccolo”, sentito e orchestrato con buona lucidità per il tre volte candidato all’Oscar Viggo Mortensen.

Concrete Cowboy

L’esordio alla regia di Ricky Staub racconta la storia di crescita di un adolescente nero che a causa del suo comportamento scolastico non proprio integerrimo viene spedito a vivere col padre nei sobborghi di Philadelphia. Insieme a un altro gruppo di allevatori l’uomo gestisce una serie di stalle in cui accudisce e alleva cavalli difficili da domare. Concrete Cowboy è un dramma urbano che affronta un tema già portato la cinema molte volte ma tenta un approccio diverso soprattutto nell’ambientazione. Una certa retorica di fondo nello sviluppo narrativo, non aiutata da snodi della trama tutto sommato prevedibili, non consente al film di incidere quanto avrebbe potuto a livello emotivo. Da segnalare comunque la buona direzione di attori: Idris Elba nel ruolo del padre è carismatico come sempre ma stavolta anche efficacemente contenuto. In un ruolo di supporto conferma il proprio talento Jharrel Jerome, lanciato dalla miniserie Netflix When They See Us diretta da Ava DuVernay. Ma la forza primaria di Concrete Cowboy é il giovane protagonista Caleb McLaughlin, star di Stranger Things che in questo film dimostra di potersi scrollare di dosso il “tipo fisso” in cui la serie Netflix di successo rischia di omologarlo. 

Good Joe Bell

Dopo il riuscito Monsters and Men Reinaldo Marcus Green è tornato dietro la macchina da presa per dirigere la storia (purtroppo) vera di un uomo che decide di percorrere a piedi gran parte del territorio americano per parlare alla gente di bullismo e delle conseguenze che può comportare. Interpretato da Mark Wahlberg in versione inedita nel ruolo principale, il film di dipana in maniera curiosa fin dall’inizio, esplorando la complessità e le contraddizioni di un uomo che deve fare i conti con la propria coscienza e i propri errori. Il percorso emotivo del protagonista risulta decisamente interessante e rappresentato da un’angolazione originale, ma questo non impedisce al film di alternare buoni momenti ad altri più convenzionali. La seconda parte di Good Joe Bell trova un baricentro emotivo più robusto e il film cresce di intensità, supportato da un discreto Wahlberg ma soprattutto dalla prova maiuscola del giovane Reid Miller nel ruolo di suo figlio Jadin. Un film solo a tratti intenso, ma intrigante nelle premesse e in fin dei conti piuttosto riuscito. Aspettiamo con ansia di vedere il prossimo lavoro di Reinaldo Marcus Green, King Richard con Will Smith

Violation

Nei tre film scelti per la sezione Midnight Madness in questa edizione virtuale del TIFF 2020 si trova Violation, livido dramma familiare diretto a quattro mani da Dustin Mancinelli e Madeleine Sims-Fewer (che ne è anche la protagonista). Il film si dipana attraverso il rapporto conflittuale tra due sorelle, un episodio di violenza e la vendetta sanguinaria che ne seguirà. Le atmosfere dell’ambientazione bucolica ben si sposano sia con il dramma psicologico che offre l’ossatura della trama che con la derivazione horror/gore successiva. Alcune sottolineature di troppo nella regia e una certa lentezza nell’esposizione dei fatti, spesso raccontata attraverso intermezzi temporali che confondono più che incuriosire, rendono questo prodotto canadese meno efficace di quanto ci si aspettava, confinandolo nella categoria delle buone idee che non si sposano con la necessaria maturità nell’esposizione, soprattutto quando tema trattato e messa in scena si rivelano così forti. 

Shadow in the Cloud

Sempre nella sezione Midnight Madness è stato inserito anche Shadow in the Cloud dell’esordiente Roseanne Liang, divertente calderone che mescola film di guerra e horror/action come qualche tempo fa aveva fatto il sottovalutato Overlord. Protagonista assoluta è Chloë Grace Moretz nel ruolo di un soldato che durante la Seconda Guerra Mondiale sale su un aereo da guerra per piazzarsi nella cabina della mitragliatrice. Tutta la prima parte del film è ambientata nell’abitacolo, e se l’idea sulla carta sembra intrigante la lunghezza eccessiva del racconto appesantisce il ritmo. La seconda parte invece è decisamente più frizzante e ricca di trovate intelligenti, le quali garantiscono a Shadow in the Cloud di diventare un prodotto di intrattenimento più che godibile. Il riferimento maggiormente esplicito del film è senza dubbio Ai confini della realtà, e già soltanto per questo merita di essere visto.

Another Round

Il nuovo film di Thomas Vinterberg (in originale Druk) ritrova i suoi due attori feticcio Mads Mikkelsen e Thomas Bo Larsen per raccontare la storia tragicomica di quattro professori di liceo che decidono di tentare la via controllata dell’alcol al fine di aumentare le proprie prestazioni nella vita. Il film rimane costantemente diviso tra commedia dell’assurdo e dramma personale, non riuscendo spesso a imboccare un tono preciso. L’idea di base sembra essere quella della commedia grottesca e in certi momenti Another Round ottiene il risultato di intrigare lo spettatore. Per la maggior parte del tempo però Vinterberg sembra propendere per atmosfere drammatiche, un tono che in passato ha dimostrato di saper gestire egregiamente. Il suo ultimo film pur interessante non ottiene la solita potenza di penetrazione psicologica ed emotiva, pur confermando il carisma e la presenza scenica del solito, magnetico Mikkelsen. 

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