Ecce bombo, quarant'anni e non sentirli: quando il 1978 di Michele Apicella sembra il nostro 2018

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Ecce bombo, quarant'anni e non sentirli: quando il 1978 di Michele Apicella sembra il nostro 2018

Sarà per via dei titoli di testa, per quei cartelli col carattere bianco su uno sfondo blu che a vederlo così è tale e quale, o comunque molto simile, al blu di Facebook, ma Ecce bombo è un film che pare fatto oggi.
Intendiamoci. Non è che io non veda come Nanni Moretti, che allora aveva solo 25 anni, abbia inchiodato sulla pellicola della sua 16mm, spietato, tutte le contraddizioni di quegli anni e della sua generazione. Il senso di vuoto e smarrimento di chi, dopo aver provato - sognato, giocato, chi lo sa - a fare la Rivoluzione, o perlomeno una rivoluzione, si scontrava che quello che oggi, col senno di poi, possiamo definire un fallimento radicale del loro tentativo di cambiare la società.
Un fallimento non perché tutto quello che è derivato dal ‘68 è stato un male, ci mancherebbe. E non per via del solito, trito - ma sensato - discorso per cui quella meglio gioventù lì, in larga parte, si è rivelata una peggio gioventù, peggio di quella dei loro padri (significativo che nel film appaiano, al fianco degli attori e di intellettuali irreprensibili come Alberto Abruzzese, Filippo La Porta e Nadia Fusini, anche Augusto Minzolini e Giampiero Mughini).
Un fallimento perché - e qui torniamo a bomba, anzi, a bombo sull’attualità del film di Moretti - quelle contraddizioni lì, quel vuoto e quello smarrimento lì sono quelli che ci circondano oggi, a quarant’anni di distanza.

Allora, in quegli anni così caldi, non c’era nessun ministro che si potesse permettere di dare dei bamboccioni a personaggi come Michele Apicella e i suoi amici, anche se è lo stesso Michele a gridare a un certo punto “Ma quando i miei genitori smettono di mantenermi, io che faccio?”. Anzi, allora i professori, alla maturità, si spostavano per non mettere la cattedra di mezzo tra loro e i maturandi, anche se poi la distanza ideale rimaneva invariata.
Però, epiteti a parte, nell’impasse di quella generazione c’è l’eco di quella di oggi: certo, da una parte c’era un’origine ideologico-politica e oggi invece lo scacco è primariamente economico, ma in fondo il marxismo ci dice che le cose coincidono.
E poi c’è la dittatura del divertimento, del divertirsi, dello stare assieme anche quando uno non si diverte, e vorrebbe stare da solo.
Ci sono tutti quei tic e quelle formule vuote della famiglia borghese che vengono replicate dai loro figli: Michele fa e dice alla sorella minore Valentina le stesse cose che contesta ai genitori, e Valentina a sua volta fa quello che faceva Michele alla sua età, e tutti si guardano, come in quella scena esemplare in cui Michele spia dalla porta Valentina e i suoi amici che parlano dell’occupazione del loro liceo in camera, e la macchina da presa arretra lungo il corridoio, fino a mostrare il padre di Michele che lo spia a sua volta da un’altro stipite.
Ma ci sono soprattutto i tic e le formule vuote imposte a Michele e a tutta la società dalla politica sessantottina, che Moretti mette alla berlina impietosamente, e che sono quelle con cui facciamo i conti ancora oggi, e che hanno impedito alla sinistra di questo paese di crescere: le retoriche dei collettivi, delle sedute di autocoscienza, della vita in e nelle comuni, delle Feste dell’Unità coi balletti moldavi e le ciocie importate dall’Ungheria. Di quel far finta che ai problemi degli altri ci si interessi davvero, mentre alla fine da Olga, la compagna che sta male, ci andrà proprio il solo Michele.

Difficile poi, in questi mesi di scandali, sacrosante rivendicazioni, hashtag spianati e un senso di giustizia a dir poco sommario, non vedere in quell’altro tema centrale di Ecce bombo, che è il rapporto tra i sessi, e il sesso, e il femminismo - un femminismo rigidamente ideologico, anti-sentimentale e a volte un po’ caricaturale: "Se c'è un motivo per cui tu mi hai chiesto di fare l'amore. Se c'è non lo facciamo, se non c'è non vedo perché non dovremmo." - che ha messo sotto scacco il pensare e l’agire di un maschio più confuso che aggressivo, una possibile spiegazione dal passato di come gli uomini stiano o non stiano reagendo nel presente alla veemenza del nuovo femminismo ultramilitante, e del perché questo rischi di continuo la miopia ideologica.
Per non parlare della straordinaria attualità delle discussioni sul cinema italiano maistream che è brutto e razzista mentre emerge “un nuovo cinema d’idee”, della rappresentazione del giornalismo tv come qualcosa di vacuo, narcisista e superficiale, del ritorno alla campagna come antidoto ai mali della città e dei circoletti romani che pensano di essere tutto il mondo.

D’altronde, Nanni Moretti è sempre stato il migliore di tutti noi, e il più lucido della sua generazione, come testimonia anche la famosa esternazione di Piazza Navona, “con questi dirigenti non vinceremo mai”: e curioso che nel corso della famosa telefonata di Michele, quella del “mi si nota di più?”, si parli di una festa in cui gli altri finiscono per ballare “i girotondi”.
Ma Nanni Moretti è, o è stato, anche Michele Apicella: che pur già presente in Io sono un autarchico, è qui, in Ecce bombo, che inizia a prendere la forma definitiva, quella che ce lo rende così familiare e riconoscibile.
Michele Apicella con il suo ego (“piccola, perché piangi, perché sono un grande artista?”), con i suoi scatti d’ira, con la sua fragilità, il suo senso di protezione per una sorella, Valentina, che ha lo stesso nome di sua figlia in Palombella rossa (quella interpretata dalla giovanissima Asia Argento), e che gli fa alternare ruvidità a momenti di grande tenerezza infantile. Il Michele Apicella di “come sono fatto male”, del “non faccio mai conoscere fra loro le persone a cui tengo” che esploderà in Bianca, delle idiosincrasie che vanno dal come Nino Manfredi anticipava il product placement al rumore prodotto dalla sedia di Valentina quando si alza da tavola, nemmeno fosse un precursore del Reynolds Woodcock di Il filo nascosto. Il Michele Apicella che è triste, sì, ma triste teatrale, mentre Mirko, mentre noi, siamo tristi squallidi.

E allora, per rispondere a un regista che qualche anno fa parodiava in un suo film la battuta più famosa di Ecce bombo, facendo gridare a un suo personaggio “Ma che siamo in un film di Nanni Moretti?”, guardandoci intorno verrebbe da dire che sì, forse siamo in un film di Nanni Moretti. Forse siamo ancora in Ecce bombo.
E forse no, uno bravo come Nanni Moretti, noi, non ce lo meritiamo.



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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