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Dovlatov: recensione del film biografico di Aleksey German Jr. presentato in concorso al Festival di Berlino 2018

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La storia del grande scrittore russo, pubblicato in Italia da Sellerio, sintetizzata in una settimana del novembre 1970 a Leningrado.

Dovlatov: recensione del film biografico di Aleksey German Jr. presentato in concorso al Festival di Berlino 2018

Oggi Sergej Donatovič Dovlatov è uno scrittore noto in tutto il mondo: in Italia, i suoi libri sono stati pubblicati da Sellerio.
Ma prima di lasciare con fatica l’Unione Sovietica, dove comunque le sue opere rimasero bandite fino al 1989 (e lui, morto nel 1990, non seppe mai del successo che ottennero), Dovlatov ha vissuto una vita di rifiuti e di fatiche, sbarcando il lunario come giornalista e soffrendo perché la sua arte veniva rifiutata e avversata dalle autorità sovietiche, che si rifiutavano di pubblicarlo.
Con lui tanti altri scrittori e artisti, spesso destinati a fini ancora più ingloriose della sua; con lui, personaggi come Brodsky o Kuznetsov, suoi amici, che con lui appaiono in questo film biografico (ma non solo) firmato da Aleksey German Jr.

In una Leningrado del novembre 1970, fredda, cupa, malinconica, dominata dal grigio e dal marrone, seguiamo Dovlatov nella lotta quotidiana che doveva portare avanti, lui che si rifiutava di piegarsi alle richieste di editori e direttori che avrebbero voluto solo propaganda, lui che soffriva nel veder rifiutata la pubblicazione delle sue opere ma non voleva scendere a compromessi , ed era riluttante a lasciare la patria.
Un vagare costante e dolente, quello di Dovlatov nel film che porta il suo nome, dentro case e redazioni, per fumose riunioni alcooliche tra artisti come lui e sedi di riviste letterarie governate dall’ipocrisia, un viaggio che mostra anche come lo sguardo dello scrittore, che amava ostentare ironia nella sua lettura del mondo e della vita, si faceva sempre meno lieve e sempre più addolorato.

Al centro del cinema di Alexey German Jr.,e  anche in questo Dovlatov, ci sono sempre due cose, la Russia e la Storia, il loro senso, le loro contraddizioni, la loro eredità. Come spesso accade, anche in questo caso il protagonista del film di German è un personaggio che cerca di resistere alla stasi della prima e all’impeto della seconda, come può. Dovlatov si muove costantemente, sembra un salmone che cerchi di risalire una corrente troppo forte, e sogna spesso, di quei sogni strani che in qualche modo ricordano il precedente film di German, Under Electric Clouds, ma con minome carica visionaria.

E però, per quanto la storia, vera, di Dovlatov sia importante e simbolica (e in qualche modo eterna, perché in fondo c’è sempre, e ovunuque, un sistema di potere e di interessi che blocca l’emergere di qualche talento che non vuole piegarsi a ipocrisie e strategie di conventicole), e per quanto la ricostruzione di German sia sempre attenta e veritiera nei volti, nei modi, negli abiti e negli interni, il film fatica a trovare un senso e un progressione, girando per tutte le sue oltre due ore attorno ai dubbi e ai patemi del suo protagonista, e finendo col rimanere impantanato esattamente come lui.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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