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Dopo l'amore e gli altri celebri film sulle coppie che si dicono addio

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Da Casablanca a 500 giorni insieme, abbandoni, separazioni, pianti e lacrime o lotte al coltello nei grandi capolavori della storia del cinema.

Dopo l'amore e gli altri celebri film sulle coppie che si dicono addio

Come molti film di qualità, Dopo l’amore è passato per la sezione del Festival di Cannes Quinzaine des Réalisateurs ed è arrivato fino a noi (sarà nei cinema italiani a partire dal 19 gennaio), per raccontare la crisi di un gruppo di famiglia in un interno: quello formato da Marie e da Boris e dalle loro due figlie. Costretti a subire le conseguenze di un matrimonio fallito, restano tutti profondamente segnati, perché obbligati a dividere la stessa casa e a seguire regole precise. A narrare la loro storia è il belga Joachim Lafosse, che non prende le parti di nessun personaggio, limitandosi a registrare una crisi irrisolvibile perché scoppiata in un'epoca nella quale si getta più facilmente la spugna.

Se però è vero che oggi basta un niente per divorziare, sono secoli che gli amori tramontano, e quindi l’argomento non è prerogativa solo del cinema presente. Anzi, è da più di un secolo che i registi ci presentano storie di coppie che si lasciano: per mancanza di sentimento, per differenze profonde, per il destino avverso. Chi scrive trova le separazioni sul grande schermo emozionanti e catartiche, perché in grado di esorcizzare timori, delusioni e malinconie. Ecco perché si è molto divertito a trovare dieci film sulle passioni che finiscono.

BREVE INCONTRO (1945)

Dietro questo must degli amori infelici e impossibili su celluloide, ci sono due artisti che non sono esattamente dei signor nessuno. Uno è il regista David Lean, l'altro il commediografo Noël Coward, che ha scritto l'atto unico che ha ispirato il film. Osannato al Festival di Cannes nel 1946 e girato in uno splendido ed elegante bianco e nero, Breve incontro narra di un uomo e una donna che si conoscono in una stazione ferroviaria e cominciano innocentemente a frequentarsi. La scena iniziale, riproposta quasi alla fine, è mirabilmente scritta e girata, e a trasformare l'amarezza della conclusione di una storia in disperazione e angoscia è il concerto per pianoforte n. 2 di Rachmaninoff che si sente prima della scritta "fine". Mamma mia che struggimento!

SE MI LASCI TI CANCELLO (2004)

Magnifico questo film diretto da Michel Gondry e sceneggiato da Charlie Kaufman, e non solo perché a interpretarne i protagonisti sono Kate Wislet e Jim Carrey, che secondo noi si produce in una delle sue migliori performance di sempre. Anche visivamente la storia di Joel e Clementine, che tentano di farsi estirpare dalla mente il ricordo dell’altro, è bellissima e ci ricorda un quadro di De Chirico, o di Dali. Reale e onirico - o meglio immaginario - si mescolano continuamente e mirabilmente, fra il blu, il verde e l’arancione, mentre in chi guarda si insinua il dubbio che certe persone siano fatte veramente l’una per l’altra e che siano destinate a rincontrarsi in eterno. Oscar per la migliore sceneggiatura originale e titolo inglese (Eternal Sunshine of the Spotless Mind) impareggiabile.

COME ERAVAMO (1973)

Non sempre basta il sentimento amoroso, per quanto impetuoso e passionale, a tenere saldamente unita una coppia. In un tempo come il nostro, segnato dal vuoto ideologico, ormai non capita quasi più che convinzioni politiche o semplicemente stili di vita opposti arrivino a creare fratture inconciliabili. A metà del secolo scorso, però, accadeva di frequente. Succede così che, in questo meraviglioso film di Sydney Pollack con Barbra Streisand e Robert Redford, la ragazza ebrea Katie Morosky - che appartiene alle Lega dei Giovani Comunisti - e il disimpegnato e conservatore ragazzo dell’upper class Hubbell Gardiner non riescano in nessun modo a far durare l’unione. La foto che vedete ci restituisce la scena finale, citata dalle ragazze di Sex & The City quando Mr. Big scarta Carrie a favore di una moglie algida e sofisticata.

BLUE VALENTINE (2010)

E’ passato piuttosto inosservato questo gioiello del cinema indipendente americano che ha infiammato soprattutto il pubblico di un lontano Festival di Cannes e che segna la prima collaborazione fra Ryan Gosling e Derek Cianfrance, che ha chiamato a recitare anche la validissima Michelle Williams. Semplice e sincera, ma non per questo poco curata registicamente parlando, la cronaca della fine del matrimonio di Dean e Cindy - che comincia con un weekend in uno squallido motel per coppie in cui i due vanno per tentare di ricostruire un rapporto - crea un perfetto equilibrio fra presente e passato, il primo illuminato dai colori freddi del digitale, il secondo "raccontato" in pellicola. C’è grande attenzione per i dettagli, e l’assunto che emerge con chiarezza è che la fine di un amore è inspiegabile. E, ahimé, inarrestabile.

CASABLANCA (1942)

Chi scrive ha rivisto questo iconico film all’infinito, e ogni volta che si imbarca nell’impresa, comincia a singhiozzare sempre un attimo prima. Perché lo sappiamo tutti che alla fine Ilsa preferisce a Rick Victor Laszlo, e quindi è normale che ci portiamo avanti con la commozione, che esplode o quando Sam suona la mitica "As Time Goes By" (che non a caso ha ispirato Provaci ancora, Sam di Woody Allen), o addirittura quando appare la Torre Eiffel che apre il lungo flashback parigino che racconta l’inizio del folle amore. In questa trasposizione cinematografica dell’opera teatrale "Everybody Comes to Rick’s" la parte che precede l’arrivo di Ingrid Bergman è un po’ noiosa (diciamocelo), ma la battuta finale - che però non parla d’amore - riporta il capolavoro di Michael Curtiz a un livello molto alto. Rick dice al Capitano Renault: "Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia”, e noi andiamo in brodo di giuggiole.

FINE DI UNA STORIA (1999)

E’ di una tristezza abissale l’adattamento con Julianne Moore e Ralph Fiennes di uno dei romanzi di più struggenti di Graham Greene, che descrive a ritroso un amore e due vite funestate da una sorte al limite del sadismo. La passione illecita fra la donna sposata Sarah Miles e lo scrittore Maurice Bendrix scoppia durante la Seconda Guerra Mondiale, dopo una reciproca e romantica dichiarazione d’amore al ristorante, dove la rossa più bella del cinema americano sfoggia un elegante cappellino bordò. Un po’ come in Un amore splendido, un non detto genera l'allontanamento e a un certo punto ci si mette anche una malattia incurabile. Impeccabile la regia di Neil Jordan, che sceglie una fotografia ovattata e grigio-marrone. Siamo nel pieno territorio del melò e della dialettica fra amor sacro e amor profano.

KRAMER CONTRO KRAMER (1979)

Finisce presto il matrimonio fra Ted e Joanna Kramer in questo film da 5 Oscar, 4 Golden Globe e 3 David di Donatello, per la precisione in una scena che è un saggio di altissima recitazione e che si svolge fra salone e cucina. A essere esplorate, nella terza regia di Robert Benton e ancor prima nel romanzo di Avery Corman, sono più che altro le conseguenze emotive di una separazione, in particolare sul figlio dei genitori che intendono divorziare. E’ curioso apprendere che la parte della protagonista femminile era stato inizialmente offerto alla Sabrina Duncan di Charlie’s Angels Kate Jackson, perché per molti Kramer contro Kramer è (anche) Meryl Streep, magnifica nella scena in tribunale in cui chiede l’affidamento del piccolo Billy. Il film riflette l’air du temps (il mutamento dei ruoli all’interno della famiglia) e non è mai banale. Negli anni ha dato origine a due strambi remake: una commedia messicana e un musical indiano.

500 GIORNI INSIEME (2009)

Siamo proprio sicuri che le delusioni amorose si superino con maggiore facilità quando si è giovani e si ha ancora tutta la vita davanti? Mmm, non proprio, risponderebbe Tom Hansen, affranto protagonista della commedia sentimentale "indie-pop" (cit.) 500 giorni insieme. Per lui perdere la cinica e scaltra Sole Finn è quasi un trauma, anche se il film che fotografa la sua love-story, saltando avanti e indietro nel tempo, fa ridere. Ogni scena si apre con una cartolina raffigurante il numero del giorno che illustra, con la conseguenza di una varietà di toni e di stili di regia (dietro la macchina da presa c’è Marc Webb). Il film, infine, pullula di citazioni cinematografiche: si va da Il laureato - di cui vengono mostrate delle immagini - a Il grande Lebowski, da Star Wars a Mary Poppins, da Blade Runner a Jean-Luc Godard. Joseph Gordon-Levitt e Zooey Deschanel insieme sono fantastici.

IO E ANNIE (1977)

Con Manhattan è (per noi) il film più bello di Woody Allen, non fosse altro che per la scena delle aragoste messe a bollire e per una sequenza nella quale Allen, in fila per entrare al cinema, vorrebbe uccidere un presunto intellettuale che pontifica e che critica, fra gli altri, il nostro Federico Fellini. Vincitore di 4 Oscar (miglior film, miglior regista, migliore sceneggiatura originale e miglior attrice protagonista), Io e Annie racconta l’inizio, i tempi felici e la fine di una relazione funestata dalle nevrosi e dalle insicurezze. Lo fa con ironia, intelligenza e romanticismo e apre una fase nuova nella filmografia del regista, che aveva già lavorato con Diane Keaton. Woody scrisse il ruolo di Annie appositamente per lei, facendone un personaggio umano, vulnerabile, spiritoso, complicato. Anche se il copione è stato annoverato fra le 100 sceneggiature più buffe del cinema americano, il naufragio della love-story fra i due protagonisti ci immalinconisce sempre un po’.

LA GUERRA DEI ROSES (1989)

La madre di lei che comprava i bicchieri con i fiori in rilievo e la risata fasulla di lui: ne La guerra dei Roses è da queste piccole cose che comincia quell’insofferenza che, come un parassita, si mangia lentamente l’amore fra Oliver e Barbara. L’amore e il matrimonio - istituzione che, come si dice nel film, è paragonabile a un colpo apoplettico. Ecco, degli unhappy ending sentimentali al cinema questo è certamente fra i peggiori, condito (nonostante la suddivisione della casa in due zone ben distinte) da insulti, piatti e gatti lanciati, auto distrutte, falò, percosse fisiche e un epilogo con lampadario tutt’altro che consolatorio. Nella commedia nera con protagonisti Michael Douglas e Kathleen Turner, Danny De Vito è nel cast nei panni dell’avvocato della coppia e si ritaglia anche il ruolo di regista. Il suo stile poco ortodosso, con grandangoli e zoommate improvvise ad assecondare il tono grottesco della vicenda, ha contribuito al successo del film.

Leggi anche: Dopo l'amore, recensione del dramma sulla fine di un amore con Bérénice Bejo



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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