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Death to 2020: l'anno che verrà secondo Netflix e quelli di Black Mirror

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Charlie Brooker e Annabel Jones, autori di Black Mirror, hanno realizzato un mockumentary sul terribile 2020 per esorcizzare le sue tante disgrazie, ma anche per suggerire di darci una svegliata, se vogliamo un 2021 migliore.

Death to 2020: l'anno che verrà secondo Netflix e quelli di Black Mirror

"L'anno vecchio è finito, ormai, ma qualcosa ancora qui non va," cantava Lucio Dalla, e quei versi sembrano quasi scritti per questo nefasto, bisesto e funesto 2020, l'anno che nessuno dimenticherà mai, con grande probabilità il peggiore che chiunque di noi abbia mai vissuto.
Da febbraio in avanti, dallo scoppio della Grande Pandemia in poi, è stato un succedersi di eventi drammatici e catastrofici, talmente serrati e sorprendenti che, ha detto qualcuno, nemmeno uno sceneggiatore di film distopico-catastrofici avrebbe potuto scrivere qualcosa del genere.
Charlie Brooker e Annabel Jones, che sono i creatori di Black Mirror, devono essersi sentiti chiamati in causa: e allora hanno deciso di scrivere e produrre Death to 2020, che trovate in streaming su Netflix, un mockumentary che è il loro modo di salutare con satira e umorismo l'annus horribilis che abbiamo tutti vissuto.
Peraltro, Death to 2020 è anche l'ultimo Netflix Original di quest'anno sfortunatissimo, ma che sulla piattaforma ha visto passare alcuni dei migliori film dell'anno: come Mank, Sto pensando di finirla qui e Diamanti grezzi.

Why the fuck would you do that?

Why the fuck would you do that?
Perché cazzo vuoi fare qualcosa del genere?, chiede il finto giornalista dell'immaginario New Yorkerly Times interpretato da Samuel L. Jackson all'inizio di Death to 2020, quando l'intervistatore gli dice di star realizzando un documentario sul 2020. Domanda legittima, dalla risposta ovvia, nel caso di questa cosa voluta da Brooker e Jones: per ridere, ed esorcizzare (si può, eh: gli antichi greci, che qualcosa sapevano, la chiamavano catarsi). Ma anche per ricordarci di ciò che è accaduto, dei rischi che corriamo, che sono sono solo quelli legati al coronavirus.
Il giornalista di Jackson è solo una delle tante talking heads che appaiono in Death to 2020. Con lui ci sono anche uno storico inglese che confonde la realtà con la trama di film e serie (un favoloso Hugh Grant); una portavoce non ufficiale dei conservatori trumpiani statunitensi (la Lisa Kudrow di Friends); una psicologa comportamentale che disprezza l'umanità (Leslie Jones); un millenial che fattura milioni di dollari con la gig econonomy (il Joe Keery di Stranger Things); lo spietato CEO di una tech company (Kumail Nanjiani); una donna inglese identificata come una delle persone più medie del pianeta (Diane Morgan); una soccer mom suburbana sorridente e seguace dei gruppi cospirazionisti e neonazisti dell'internet (Cristin Milioti); uno scienziato che nessuno ha voglia di ascoltare (Samson Kayo); e perfino la Regina Elisabetta I parte seconda (Tracey Ullmann).

Death to 2020: il trailer

Pandemia ma non solo

In Death to 2020 si parla ovviamente della pandemia e dei lockdown di tutto il mondo ("il più grande fenomeno globale dopo il Marvel Cinematic Universe"), ma l'impressione è che, proprio come raccontato dallo scienziato di nome esilarante di Pyrex Flask, alle cui parole vengono associate immagini di copertura che non c'entrano nulla, di coronavirus non è che Brooker e Jones abbiamo poi davvero tanta voglia di parlare. Il loro sguardo è chiaramente anglocentrico, e i disastri di cui vogliono parlare (preannunciati in gennaio dagli incendi australiani... ve li ricordavate?) sono quelli della Brexit, del trumpismo, dell'uccisione di George Floyd. Certo, di assembramenti, mascherine e contagi si parla di continuo, specie per via dell'operato di Trump (stai dicendo che se l'è andata a cercare perché non aveva la mascherina? questo è victim blaming!, dice il personaggio della Kudrow), e si parla di come la donna più media del mondo abbia sviluppato volutamente personalità multiple per tenersi compagnia durante i lockdown ("stare a due metri di distanza da sé stessi è complicatissimo"), ma l'impressione è che a Brooker e Jones stessero più a cuore altri discorsi, da bravi specialisti di distopie, e non di pandemie.
Il virus, prima o poi passerà, sembra dire implicitamente Death to 2020. Ma ci sono cose che rischiamo di portarci appresso per molto più tempo, se non stiamo attenti, e sono cose altrettanto pericolose e distruttive.
Queste cose sono le derive del trumpismo, la capacità di negare sfacciatamente la realtà per convenienza, si tratti dell'esistenza di un virus o di una nazione ("Scelgo di credere che non ci sia", dice sempre la portavoce non ufficiale della Kudrow, di fronte a evidenze per lei scomode), il razzismo sistemico e sfacciato. Certo, Trump ha perso, anche se non l'ha ancora davvero ammesso, ma il trumpismo non svanirà con lui. E quando in Death to 2020 ci si chiede cosa potrebbe succesere se arrivasse un nuovo Trump, più giovane, più intelligente e più smaliziato beh: vengono i brividi.
Allora, ci dicono Brooker e Jones facendoci ridere di gusto, ma amaramente, bisogna fare attenzione, e uscire dalla logica della contrapposizione totale e partigiana, dall'estremismo delle opposte fazioni in cui ci hanno costretto gli algoritmi dei social network.
La psicologa di Leslie Jones - il personaggio di Death to 2020 con cui chiunque abbia in sé anche solo un pizzico di misantropia non potrà che identificarsi - lo spiega chiaramente: la maggior parte delle persone sono ancora gentili e perbene, ma "ora come ora gli estremi sono più ruvidi che mai: a destra ci sono leccaculo estremisti che si chiedono a voce alta se Hitler fosse davvero così cattivo, e che s'inventano la loro ridicola realtà, e a sinistra ci sono piagnucolanti Signori del Woke che cancellano senza pietà chiunque osi andare a fare la cacca nel momento sbagliato della giornata. Ed entrambe le parti sembrano così infelici che ti viene voglia di vomitare."

Per poter riderci sopra, per continuare a sperare

Di fronte a tutto questo, così come di fronte al coronavirus, inutile girare la testa dall'altra parte, seguendo meccanismi di negazione dettati dalle nostre psicologie o dal fatto che "siamo dei fottuti imbecilli", secondo l'opionione personale della psicologa di Death to 2020.
E questo volevano fare Brooker e Jones: ridere delle disgrazie che ci son capitate per catarsi, ma anche ricordarci che i problemi del nostro tempo sono molti e sono grandi, e non spariranno voltandoci dall'altra parte, o negando la loro esistenza. Come cantava Lucio Dalla: "vedi caro amico cosa si deve inventare, per poter riderci sopra, per continuare a sperare."
Se vogliamo che il 2021 sia davvero un anno migliore del 2020, dovremmo ricordarcelo.

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