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Dawson Isla 10, la recensione del film cileno presentato in Concorso a Roma 2009.

Miguel Littin, celebre regista cileno già autore di numerosi film dichiaratamente politici, racconta la vera storia di un campo di prigionia istituito dal regime di Pinochet all’indomani del colpo di stato del 1973 su di una remota isola del sud del Cile.

Dawson Isla 10, la recensione del film cileno presentato in Concorso a Roma 2009.

Dawson Isla 10 - la recensione

All’indomani dell’altro, drammatico 11 settembre della storia contemporanea, quello del 1973, quando scattò il terribile e violento colpo di stato del Generale Pinochet ai danni di Salvador Allende e del suo governo democraticamente eletto, la repressione in Cile contro i nemici politici si fece durissima. Ed in una delle isole aspre e selvagge del sud del paese, l’isola Dawson, fu allestito un campo di prigionia destinato ad ospitare, tra gli altri, proprio i ministri e i collaboratori del presidente barbaramente destituito. Dawson Isla 10, che si basa sul libro autobiografico di uno di loro, il Ministro delle miniere Sergio Bitar, ricostruisce i mesi trascorsi dai deportati in quel campo (che fu chiuso poco più di un anno dopo), ne racconta il dolore, le dinamiche, la quotidianità, gli inaspettati risvolti di umanità.

Miguel Littin - che è uno dei nomi più noti del cinema cileno, e che da Pinochet fu esiliato, e che nel 1984 tornò di nascosto in patria per documentare con immagini la situazione politica del paese – racconta questa storia vera con un particolare equilibrio di toni e registri che è al tempo stesso il punto debole e quello di forza del suo film. Littin rifugge infatti dall’ostentazione più reiterata delle violenze e delle sofferenze fisiche e morali dei prigionieri: le mostra, certo, ma sempre pronto a cambiare rapidamente scena e contesto, confondendo, a tratti persino spiazzando. Al momento più duro e drammatico, il regista ne alterna uno quasi umoristico (ricordano quasi in certe situazioni - indirettamente e alla lontana - Gli eroi di Hogan); a momenti di serenità e di legame con una natura affascinante ma impietosa fanno seguito altri dove è tumultuoso e dolente il legame emotivo tra i prigionieri, ad altri ancora dove emerge, in tutta la sua contradditorità, il legame umano tra i carcerati e (alcuni de) i loro carcerieri.

Sembra quasi che attraverso questo procedere ondivago e a tratti persino eccessivamente episodico - che evidentemente non punta all’empatia più viscerale, ma ad una forma di legame più complesso con quanto avviene sullo schermo – e attraverso una fotografia nervosa e affascinante, in grado di riprendere luoghi e persone con la stessa attenta irrequietezza, Littin abbia voluto raccontare non tanto una storia di prigionia, o un’ingiustizia politica e umanitaria, quanto qualcosa di più profondo e “politico”: il senso di smarrimento personale (e, appunto, politico) di un gruppo di uomini che avevano appena visto infrangere il sogno che per un attimo avevano creduto di aver fatto diventare realtà; il rapporto di amore-odio con la loro terra, simboleggiata nell’isola sulla quale sono detenuti.

Una prigionia, quindi, che per molti di loro sarà soprattutto mentale e interiore per gli anni a venire e non solo per via della ditattura.

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