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Davanti e dietro la macchina da presa: quando gli attori diventano registi

Il britannico Anthony Hopkins, che debutta nella regia con Slipstream – Nella mente oscura di H., è solo l’ultimo di una lunga lista di interpreti cinematografici che ad un certo punto della loro carriera hanno deciso di cimentarsi nella regia. Tra i primissimi ci fu il grande Charlie Chaplin, tra gli ultimi è da annoverare Ben Affle...

Davanti e dietro la macchina da presa: quando gli attori diventano registi

Davanti e dietro la macchina da presa: quando gli attori diventano registi

Il passaggio di Sir Anthony Hopkins dietro la macchina da presa con Slipstream rappresenta un processo di evoluzione artistica che coinvolge o ha coinvolto molte delle più importanti star hollywoodiane. Solo per citare il caso più recente (e sorprendente), vogliamo ricordare l’esordio alla regia di Ben Affleck con il durissimo ma splendido Gone Baby Gone, testimonianza di come tutta una serie di interpreti hollywoodiani ritenuti magari non eccelsi abbia invece dimostrato una sensibilità registica in grado di spiazzare critica e pubblico; per avvalorare questa tesi basta pensare ad esempi neppure tanto lontani come quelli di Kevin Costner o Mel Gibson, premiati addirittura con l’Oscar per la regia rispettivamente di Balla coi lupi e Braveheart.

Per un attore, passare a dirigere le proprie pellicole ha spesso rappresentato non solo la possibilità più ampia di esprimere la propria poetica personale, ma anche il mezzo per liberarsi in qualche modo dalla gabbia (anche produttiva) di opere eccessivamente standardizzate sulla propria “maschera” di successo. Il primo grande artista a provare la via della regia è stato Charlie Chaplin, che dopo essere diventato competo gestore del suo cinema ha saputo regalare alla storia della Settima Arte capolavori personali ed in qualche modo scomodi come Tempi moderni, Il grande dittatore o Monsieur Verdoux.

I due più importanti esempi di attori diventati in seguito importanti cineasti si hanno però a partire dal periodo della cosiddetta “nuova Hollywood”, che vede la sua grande affermazione negli anni ’70; stiamo parlando di Robert Redford e Clint Eastwood.
Formatosi come interprete sotto l’ala “liberal” di Sidney Pollack, Redford ha saputo inserire in praticamente tutte le sue pellicole da regista non soltanto il suo credo politico, ma soprattutto la sensibilità non retorica di una mente sempre intenta a ricercare le cause psicologiche e conseguentemente sociali delle ambiguità del suo paese. Già l’esordio Gente comune, anch’esso premiato con l’Academy Award alla regia, era incentrato sulle difficoltà di comunicazione di una famiglia borghese, impossibilitata ad esprimere con lucidità e libertà il dolore accumulato in seguito alla perdita del primogenito. E se questo film rappresenta a nostro avviso ancora oggi il momento più altro della carriera di Redford/cineasta, ciò nonostante molti altri suoi lavori possono essere presi come fulgidi esempi della sua volontà analitica: il toccante In mezzo scorre il fiume racconta il rapporto tra l’individuo e la natura che lo circonda; Quiz Show indaga la mistificazione dei media; l’ultimo, importante Leoni per agnelli esplicita come la “guerra” per la democrazia l’America non debba combatterla fuori dai propri confini, ma garantendo libertà d’informazione e formando pensatori liberi e capaci di giudizio equilibrato.

Dopo essere stato diretto da maestri come Sergio Leone e Don Siegel (che sarà per lui un maestro ed una riconosciuta influenza), Clint Eastwood ha iniziato a dirigere pellicole fin dai primi anni ’70, realizzando almeno un paio di opere notevoli come Breezy o Il texano dagli occhi di ghiaccio. Quando, ormai più lontano dai clamori e dagli incassi da star di primissimo piano, Eastwood ha potuto dedicarsi ad un cinema più personale, ciò che ne è venuto fuori è un autore dallo sguardo malinconico e sinceramente disincantato, capace di guardare al cinema come ad uno strumento per raccontare storie e valori forse ormai sorpassati, espressi secondo coordinate estetiche che lo hanno reso pian piano l’ultimo dei grandi “registi classici”. A partire dagli anni ’80 capolavori come Il cavaliere pallido e Bird, oppure in tempi più recenti pellicole come Gli spietati, Mystic River, Million Dollar Baby o Lettere da Iwo Jima, confermano senza dubbi il fatto che Eastwood rappresenti al momento la massima espressione vivente di come un attore possa trasformarsi in autore a tutto tondo nel passaggio dietro la macchina da presa.

Tra le star che di recente hanno intrapreso la carriera di registi il più lucido e fruttuoso appare senza dubbio George Clooney, che giunto alla sua terza regia sta esprimendo un maturazione sempre più accentuata: se Confessioni di un mente pericolosa e Good Night, and Good Luck erano opere degne di attenzione ed ispirate ad un sincero amore per il cinema del passato, è stato con recentissimo In amore niente regole che Clooney ha saputo esprimere con pienezza la sua intelligente cinefilia, come sempre coniugata ad uno sguardo attento e mai convenzionale rivolto ai problemi ed alle contraddizioni del suo paese.

Altro ammirevole esempio di coerenza stilistica è invece il lavoro di Sean Penn sulla riproposizione delle coordinate estetiche del cinema a lui più caro, ancora quello della “Nuova Hollywood”: dopo un esordio molto apprezzato come Lupo solitario ed il più deludente 3 giorni per la verità, a partire dallo splendido La promessa Penn ha cominciato a trovare una lucidità registica incentrata sull’equilibrio tra forza della messa in scena ed emotività della storia. Il suo ultimo Into the Wild rappresenta quindi la massima espressione fino ad ora raggiunta dal cineasta alla ricerca di un cinema “libero”, che va dietro alla condizione psicologica ed emotiva del suo protagonista – un Emile Hirsch di formidabile aderenza fisica al proprio ruolo. Sotto questo punto di vista la lezione di autori come Hal Ashby, Arthur Penn, forse anche John Cassavetes, sembra finalmente aver trovato un “discepolo” in grado di riproporne lo spirito, non andando dietro alle più sterili scelte specificamente tecniche ma cercando invece di aderire alla loro idea di cinema più personale.



  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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