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Daniel Day-Lewis: i 60 anni di una star lontana dalla ribalta

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Un importante traguardo per un attore che scompare nei suoi personaggi.

Daniel Day-Lewis: i 60 anni di una star lontana dalla ribalta

Daniel Day-Lewis compie 60 anni il 29 aprile. Se avete difficoltà a inquadrare una sua figura pubblica, ma vi viene spontaneo ricordare alcuni dei suoi personaggi, avete già in mano la chiave per capire questo artista sfuggente, potente e magnetico.

Pare che il piccolo Daniel, figlio di un poeta irlandese e di una madre attrice, con il nonno materno a capo degli Studi Ealing, avesse cominciato a recitare sin da piccolo, ma non perché figlio d'arte: in quel di Greenwich, preso in giro perché ebreo, faceva di tutto per imitare gli altri e non apparire diverso. Sembra incredibile pensarci adesso, dopo tre premi Oscar, ma Day-Lewis avrebbe potuto fare il falegname: interessato all'arte di scolpire il legno, si vide rifiutato perché di non sufficiente esperienza. Di lì ad accettare il destino di famiglia fu un passo, anche perché era già diventato una star del National Youth Theatre. Tutti i primi anni del Daniel attore sono sul palco, entrando e uscendo dalle opere del Bardo, come si addice a ogni grande mostro sacro inglese.



I primi ruoli cinematografici arrivano in Gandhi (1982) e Il Bounty (1984), ma è la sequenza costituita da My Beautiful Laundrette (1985) e Camera con vista (1986) a renderlo noto sia al pubblico sia alla critica. Nel primo è un omosessuale, teppista di strada, che aiuta un vecchio amico d'infanzia a riavviare una lavanderia, mentre nel secondo è lo snob e ricco Cecil: si tratta di due parti una all'opposto dell'altra, un segno di professionismo che di lì a poco sboccia con il primo ruolo da protagonista.



Il film in questione è L'insostenibile leggerezza dell'essere (1988), che Philip Kaufman ricava dal romanzo omonimo di Milan Kundera: la parte del neurochirurgo seduttore ceco Tomáš, al fianco di Juliette Binoche, non gli fa guadagnare nessun premio, ma sul set s'impegna a non perdere mai l'accento, dando il via a quel "method acting" di cui è uno dei massimi esempi viventi. E' questo coinvolgimento che nel 1989 gli causa un esaurimento nervoso direttamente sul palcoscenico, mentre recita l'Amleto (dirà di aver visto il fantasma di suo padre).



Sarebbe difficile però pensare al risultato che Daniel ottiene in Il mio piede sinistro (1990) senza questo rapporto totalizzante con l'arte della recitazione: interpretando il pittore paraplegico Christy Brown, insiste per non usare le gambe durante la lavorazione, mettendo a dura prova chi lo circonda. Ricorderà poi che una signora, durante la proiezione, abbandona la sala, indignata per l'uso nel film di un "vero handicappato". Inevitabilmente e giustamente arriva l'Oscar per il miglior attore protagonista, e inizia felicemente il sodalizio con il regista Jim Sheridan, che lo rivorrà poco dopo in Nel nome del padre (1993, un altro premio Oscar per Daniel), dove è un ladruncolo incolpato e accusato d'essere un terrorista dell'IRA insieme a suo padre, interpretato da un profondo Pete Postlethwaite. Prima però, in questo periodo felicissimo, è il possente e dinamico Occhio di falco, bianco adottato dagli indiani nell'epico L'ultimo dei Mohicani (1992), che lo stile di Michael Mann costruisce sul romanzo di James Fenimore Cooper. Ancora una volta, le performance di Daniel Day-Lewis non sono incasellabili.



Non è un nobile spocchioso, ma un uomo che cela un cuore dilaniato, nel meraviglioso L'età dell'innocenza (1992) di Martin Scorsese: il rapporto che sullo schermo generano lui e Michelle Pfeiffer lo rende uno dei film romantici più toccanti ed eleganti mai girati. Nessun riconoscimento di rilievo per Daniel, ma L'età dell'innocenza completa la perfezione della carriera dell'attore nella prima metà degli anni Novanta.



La seduzione del male (1996), pur non essendo al livello delle glorie appena trascorse, porta l'attore a conoscere e poi sposare Rebecca Miller, figlia del commediografo Arthur, dal cui lavoro "Il crogiuolo" è tratto il film. Il periodo termina con The Boxer (1997) di Jim Sheridan, dove è un ex-terrorista dell'IRA, che sfoga nella boxe le sue frustrazioni. Nonostante una nomination ai Golden Globe, Daniel a questo punto dichiara formalmente ai giornali di volersi ritirare: da sempre stremato dalla fama, negli anni ha sofferto spesso della sovraesposizione mediatica della sua persona (evidentemente meno importante dei suoi personaggi, nei quali preferisce scomparire).



Day-Lewis svanisce dagli schermi per cinque anni, trasferendosi in Italia a Firenze, con l'idea – pare – di darsi alla lavorazione delle scarpe. Ricompare con nomination a Oscar e Golden Globe per Gangs of New York (2002) ancora di Martin Scorsese, girato a Cinecittà: la sua performance mefistofelica nei panni di "Bill il macellaio" salva in corner un film che convince pochi. Forse riconciliatosi con il suo mestiere, accetta di essere coprotagonista di La ballata di Jack e Rose (2005), diretto da sua moglie Rebecca Miller, ma il vero trionfo degli anni 2000 è Il petroliere (2007) di Paul Thomas Anderson: sono scene come i ripetuti scontri con il prete portato sullo schermo da Paul Dano che ricordano a tutti la sua grandezza indiscussa, celebrata da un altro premio Oscar, che Daniel dedica alla memoria di Heath Ledger.





Tralasciando la sua curiosa partecipazione al musical Nine (2009), che almeno agli occhi di noi Italiani sembra stridere con l'idea che ci siamo fatti di lui di artista lontano anni luce da ogni forma di kitsch, l'ultima apparizione cinematografica finora di Daniel Day-Lewis è una delle sue migliori. La combinazione del suo leggendario method acting con un trucco fenomenale riporta in vita Abraham Lincoln nello stratificato Lincoln (2012) di Steven Spielberg. Tra le tante nomination all'Oscar, la sua diventa la terza statuetta di una carriera vissuta con uno slancio totalizzante che ha pochi imitatori. Rifugiatosi in un altro dei suoi periodi di isolamento, lontano dalle scene, è stato riportato sul set per il nuovo lungometraggio di Paul Thomas Anderson, dal titolo provvisorio di Phantom Thread.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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