Damsel: recensione della western comedy con Robert Pattinson e Mia Wasikowska in concorso alla Berlinale 2018

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Damsel: recensione della western comedy con Robert Pattinson e Mia Wasikowska in concorso alla Berlinale 2018

Se di un film ricordiamo la prima scena, ma non l’ultima, c’è qualcosa che non va.
Il tentativo degli iper indie cocchi del Sundance, i fratelli David e Nathan Zellner, è quello di cavalcare un archetipo del genere western, l’eroe che si spinge oltre la frontiera, contro tutto e tutti, per ritrovare la sua damigella, capovolgendolo poi a metà film. Non vi diremo altro per ovvio rischio spoiler e rispetto del lavoro di questi due artigiani del cinema, anche interpreti oltre che sceneggiatori di Damsel. Le premesse, quindi, sono interessanti, con una prima sequenza davvero gustosa, capace di sintetizzare in una manciata di minuti un’immaginario intero, in bilico fra l’avventura all’ovest e la ritirata strategica, omaggiando per ritmi e soprattutto silenzi tanti gioielli del genere cardine del cinema americano, per l’appunto il western.

Due uomini, un anziano e un giovane, si trovano in un’improbabile panchina di legno in mezzo a una gola nel deserto roccioso. Aspettano la diligenza, l’anziano per tornare verso est, da dove era partito verosimilmente molto anni prima, predicatore sconfitto nel suo tentativo di convertire le tribù native americane: ‘ci sono fin troppi cristiani già’, chiosa rassegnato. Il giovane parte verso l’avventura, senza più un passato dopo la morte della moglie di parto.

Subito dopo vediamo sbarcare, da dove non importa, ma con una pregnanza biblica, il pioniere di belle speranze e ottime finanze Samuel, interpretato da Robert Pattinson, insieme a un pony che sembra a dandolo, in cammino come un improbabile Don Chisciotte, in resta ai valori dell’amore puro, presto in compagnia del giovane di cui sopra, nel ruolo di Sancho Panza, nel frattempo attaccato alla bottiglia e con gli abiti da predicatore. I mulini a vento qui sono rappresentati dagli ostacoli che in questo viaggio on the road il poco accogliente western mette loro di fronte.

I fratelli Zellner seminano in maniera promettente, ma non riescono a portare avanti la sfida della novità all’interno del genere consolidato. L’ironia diventa pasticciata in esplosioni splatter e volgarotte buone solo per cercare di riempire un vuoto narrativo che ammorba tutta la seconda parte del film, mentre ritmi e silenzi vengono riproposti sempre più stancamente, senza un guizzo in più, con un citazionismo fine a se stesso, male sempre più radicato dei nostri tempi cinematografici.

Dopo alcune prestazioni convincenti, in Life e Good Time, Pattinson fa almeno due passi indietro con la performance peggiore del film, disordinata e sopra le righe, casuale e sguaiata. Sembra inseguire alcuni excursus di Pitt o Di Caprio dimostrando di non averne la stoffa.



Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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