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Dal Taormina Film Fest - la terza giornata

Protagonisti a Taormina di speciali Master Class nella giornata di ieri sono stati l'attore Luigi Lo Cascio ed il critico cinematografico Anthony Lane. Per quanto riguarda i film, ha colpito 14 Kilòmetros del documentarista Gerardo Olivares, storia d'emigrazione insolita vicina al road movie, mentre è stato presentato in anteprima l'i...


Dal Taormina Film Fest - giorno 3

Non sempre un parterre di star internazionali, qualche blockbuster hollywoodiano e un pizzico di glamour sono gli elementi che rendono un festival del cinema inconfondibile.
A volte bastano piccoli film di qualità, seminari sui mestieri del cinema e filmmaker disposti a raccontarsi in interviste che durano più dei soliti cinque minuti a trasformare una manifestazione apparentemente in tono minore in una gradevole sorpresa. È il caso di questa 54esima edizione del Taormina Film Fest, che continua a deliziare il suo pubblico con pellicole di ottimo livello e con accattivanti Master Class.

Uno dei film più interessanti del Festival, finora, è 14 Kilòmetros del documentarista Gerardo Olivares, in cui tre giovani africani attraversano il Sahara per arrivare fino in Marocco, dove partirà la barca che li condurrà clandestinamente in Europa. Non si tratta del solito film sull’immigrazione, ma di un racconto di viaggio attraverso una terra bellissima e spietata in cui molti hanno trovato la morte. A differenza di quanto accade nella realtà, nella nostra storia i personaggi in fuga trovano persone disposte ad aiutarli. Rimane da chiedersi quale sarà il loro destino una volta arrivati in Spagna, ma questo, come ci ha spiegato Gerardo Olivares, è un altro film.
Una curiosità: i 14 chilometri del titolo sono la distanza che divide l’Africa dall’Europa, ma anche la barriera che separa i sogni di milioni di africani che si spingono in Occidente per sfuggire alla fame e alla miseria.

Se i tre attori protagonisti di 14 Kilòmetros sono dei non professionisti, un professionista serio, con una fulgida carriera teatrale e cinematografica alle spalle, ha incontrato invece nel pomeriggio gli studenti delle università siciliane. Reduce da Miracle at St. Anna di Spike Lee, Baarìa di Giuseppe Tornatore e dal nuovo film di Pupi Avati, Luigi Lo Cascio è un habitué di Taormina, dove da ragazzo si esibiva con una compagnia di comici demenziali chiamata Le ascelle e dove, insieme a Pierfrancesco Favino, Alessio Boni e Fabrizio Gifuni, ha interpretato Amleto nel saggio finale del suo apprendistato all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio d’Amico.
Intrecciando aneddoti sulla sua adolescenza da brutto anatroccolo a riflessioni profonde sul lavoro dell’attore, Lo Cascio ha parlato delle differenze fra cinema e teatro, paragonando l’attore teatrale a un maratoneta e quello cinematografico a un saltatore, il cui gesto fulmineo deve folgorare chi guarda.

C’è chi il cinema lo fa e chi lo giudica. Spesso detestato da attori, registi e produttori, il critico cinematografico è una figura che, finché ci sarà la Settima Arte, non cesserà mai di esistere. Alcuni sono intransigenti, altri un po’ old-fashion, altri ancora ossessionati da un solo genere o un solo autore. Anthony Lane, che dal 1993 lavora per il New Yorker e che insegna letteratura inglese a Cambridge, non è niente di tutto questo, anche se appare un po’ tranchant quando giudica quasi tutto il cinema contemporaneo approssimativo e infantile.
Abbiamo conversato con lui dei buoni vecchi film di Alfred Hitchcock, Howard Hawks, Marcel Carné e Jean Renoir, “grandi maestri che, a differenza di un Quentin Tarantino che racconta la violenza senza conoscerla, portavano sul grande schermo realtà e passioni che appartenevano al loro vissuto.”
Con una capacità analitica che ricorda le riflessioni di André Bazin e tenendo a mente la lezione di pilastri della critica cinematografica come Pauline Kael, Lane ha spiegato che il primo dovere di un critico è l’onestà, da accompagnare a uno stile semplice e chiaro. Lo ha ribadito nel corso della sua lunga Master Class, iniziata con una vera e propria lezione di cinema su Il grido di Michelangelo Antonioni, “film di transizione, racconto sospeso, schiaffo per il pubblico che percepisce continuamente un senso di ineluttabilità”.

Chissà se Anthony Lane, che adora Bergman e Bertolucci, apprezzerebbe il movimentato film americano La notte non aspetta, che ha chiuso la terza giornata del Festival. Forse no, perché questo cupo poliziesco ad alto budget sceneggiato da James Ellroy è l’ennesima storia di agenti corrotti alle prese con agenti onesti animati però da una furia autodistruttiva. Appartiene a questa categoria umana il detective Tom Ludlow, che viene coinvolto casualmente nell’esecuzione di un collega e carca di farsi giustizia da solo. Combatte la sua battaglia in una Los Angeles caotica, violenta e di aspetto sgradevole - a parte un paio di sequenze in cui la luce arancione del tramonto la rende quasi romantica e ricca di deliziose promesse per il futuro.
L’impronta di Ellroy è riconoscibile, anche se il film non è certo L.A. Confidential, ma Keanu Reeves non ha gli strumenti per interpretare il disilluso antieroe protagonista della vicenda. Più bravi Forest Whitaker e Hugh Laurie, alias il Dott. House (che qui non zoppica). La regia è di David Ayer, sceneggiatore di quel Training Day che già analizzava le difficoltà insite nell’applicazione della legge.

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