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Da Via col vento a Selma - La Strada per la libertà: dallo stereotipo alla verità

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Un excursus sugli attori e i registi che hanno raccontato la storia degli afroamericani

Da Via col vento a Selma - La Strada per la libertà: dallo stereotipo alla verità

Ci sono voluti decenni perché il cinema americano producesse un film come Selma - La Strada per la libertà e affrontasse in modo realistico, attendibile e rispettoso, temi fondamentali e figure storiche per l’emancipazione della comunità afroamericana dopo lo schiavismo e la segregazione.
Il film diretto da Ava DuVernay racconta, infatti, la marcia di protesta che ebbe luogo nel 1965 a Selma, Alabama. Guidata da un agguerrito Martin Luther King, questa contestazione pacifica aveva lo scopo di ribellarsi agli abusi subiti dai cittadini afroamericani negli Stati Uniti e proprio per la sua natura rivoluzionaria venne repressa nel sangue.
In occasione dell'uscita del film sui nostri schermi, il 12 febbraio, ecco un excursus sugli attori e i registi che hanno raccontato la storia degli afroamericani sul grande schermo negli ultimi 100 anni:



Considerato un capolavoro del cinema, Nascita di una nazione (1915) di David W. Griffith, è indubbiamente un film “razzista”, con sequenze a dir poco discutibili. Con l'eccezione di pochi ruoli importanti, quasi tutti gli interpreti neri del film sono bianchi truccati. 12 anni dopo Al Jolson, figlio di un cantore di sinagoga, passato alla storia per il primo film sonoro della storia del cinema (Il cantante di jazz, 1927), si rifà alla tradizione dei minstrels, dipingendosi la faccia di nero e ingrandendo a dismisura la bocca col trucco. Gli attori di colore hanno in ogni caso un trattamento diverso dai bianchi: il leggendario Bill “Bojangles” Robinson, considerato dallo stesso Fred Astaire il più grande ballerino di tip tap al mondo, fa da spalla alla piccola Shirley Temple e si specializza in ruoli di servitore o maggiordomo. Stessa sorte tocca a Hattie McDaniel, la celeberrima Mami, affezionata schiava di miss Rossella in Via col vento, prima e straordinaria attrice di colore a vincere l’Oscar nel 1940, rinchiusa per il resto della sua carriera in uno stereotipo che le attirò molte critiche da parte della comunità nera. L’eccezione, nel cinema degli anni Quaranta, sono gli attori e cantanti afroamericani – da Dorothy Dandridge a Lena Horne e Ethel Waters - protagonisti di musical all-black come Due cuori in cielo, Stormy Weather e Carmen Jones. Passa però ancora molto tempo prima che il cinema affronti più apertamente il tema del razzismo e, soprattutto, che attori e registi di colore portino sul grande schermo gli eroici leader del popolo afroamericano.

E’ solo negli anni Cinquanta che un attore come Sidney Poitier diventa protagonista e star a tutti gli effetti: premio Oscar nel 1964 per I gigli del campo, Poitier è bello, pacato, intelligente. Ha l’immagine giusta per essere accettato da un pubblico bianco non sempre illuminato. Interpreta film che trattano il tema del razzismo negli Stati del Sud, come La calda notte dell’ispettore Tibbs, e il pregiudizio della borghesia colta e “illuminata” in Indovina chi viene a cena? Nell’accettare l’Oscar alla carriera nel 2002, Poitier fa un memorabile discorso in cui ringrazia tutti i registi, i produttori e gli sceneggiatori (bianchi) che hanno reso possibile col loro coraggio e la loro sensibilità quello che nel 1949 (epoca del suo arrivo in America dalle Bahamas, dov’è nato) sembrava solo un sogno azzardato. Sul finire degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta il tema del razzismo viene affrontato in film come il mélo di Douglas Sirk Lo specchio della vita e il dramma di Elia Kazan, Pinky – La negra bianca. Negli anni Sessanta le battaglie si combattono per le strade ma il cinema non produce opere mainstream sull’argomento, con l’eccezione di titoli poco visti come Gone are the Days! (1963) di Nicholas Webster con Ossie Davis. Ma i tempi stanno cambiando e dopo la stagione delle grandi lotte civili e degli omicidi dettati dall’odio razziale, negli anni Settanta emerge un intero genere commerciale dedicato al pubblico afroamericano, la cosiddetta blaxploitation, con film di grande successo come la serie di Shaft, Cleopatra Jones, Coffy, Foxy Brown e star come Richard Rountree e Pam Grier. Grazie a registi come Melvin Van Peebles, la cultura e l’orgoglio black arrivavano finalmente sullo schermo. Per la prima volta, essere neri è groovy e le pettinature afro vengono copiate anche dai bianchi. Negli anni Ottanta, con l’affermarsi di un regista impegnato e politicizzato come Spike Lee e l’arrivo di star come Denzel Washington, Samuel L. Jackson e Morgan Freeman, le cose cambiano definitivamente a livello di immagine e di contenuti. Lee racconta, in una serie di memorabili film come Fa’ la cosa giusta e Jungle Fever, problemi, drammi e conflitti che coinvolgono la comunità afroamericana newyorkese e con Malcolm X (1992) - scritto assieme all’autore del romanzo Radici, Alex Haley - dipinge un memorabile ritratto dell’intransigente leader nero musulmano assassinato nel 1965.

Negli anni Novanta i giovani filmmaker di colore si concentrano inizialmente sul tessuto urbano degradato in cui vive la gioventù afroamericana, con film come Boyz n the Hood di John Singleton e New Jack City di Mario Van Peebles Anche se illuminati registi bianchi affrontano, nel corso degli anni, temi come il contributo degli afroamericani alla patria matrigna (Edward Zwick con Glory) e il dramma dello schiavismo e del razzismo (Steven Spielberg con Amistad e Lincoln, Richard Attenborough per il Sudafrica con Grido di libertà), sono ancora pochi quelli che raccontano la propria storia e i propri eroi. Il capolavoro sul tema della schiavitù si deve a un regista inglese, Steve McQueen, che nel 2013 firma con 12 anni schiavo6 meritati premi Oscar - l’opera definitiva sull’argomento, con un film che non ci risparmia niente ma è lontano anni luce da ogni compiacimento e sensazionalismo. Nello stesso anno esce The Butler di Lee Daniels, che nel precedente Precious aveva trasposto in maniera ruvida e efficace il romanzo di Sapphire su una giovane donna di colore in una situazione di estremo degrado nella Harlem di fine anni Ottanta. Con la storia del maggiordomo nero che serve sette presidenti e l’intrecciarsi della sua vita con le lotte degli afroamericani per avere giustizia ed eguaglianza, Daniels firma un’opera di grande interesse, grazie anche all’interpretazione di Forest Whitaker.
Nello stesso anno tocca al cinema indipendente americano e a un giovane autore al suo debutto, Ryan Coogler, raccontarci in Prossima fermata: Fruitvale Station un’altra storia vera di ordinario razzismo contemporaneo: l’ingiustificato omicidio a sangue freddo di un ragazzo da parte di un poliziotto, a San Francisco nel 2009. Michael B. Jordan è l’interprete di un film di denuncia che provoca sdegno raccontando “incidenti” sempre attuali in un mondo civile e tollerante a parole e in realtà spesso ancora schiavo dei pregiudizi razziali.



Oggi in Selma – La strada della libertà, si racconta una storica battaglia combattuta nel 1965 per il diritto di voto della gente di colore, con tre marce pacifiche organizzate in Alabama dal reverendo Martin Luther King e brutalmente represse, prima della vittoria finale. Un episodio importante nella storia dei diritti civili che la regista Ava DuVernay affida all’eccellente protagonista David Oyelowo e che, forte di due candidature all’Oscar, arriverà nelle nostre sale il prossimo 12 febbraio.


Ve ne presentiamo oggi una clip in esclusiva (più sotto potete guardare il trailer italiano del film):





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  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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