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Da un lato De Palma, dall'altro Laurie Anderson (e Skolimowski): a Venezia 72 va in scena tutto lo spettro del cinema

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I film di oggi al Festival di Venezia 2015


Oggi è mercoledì. Il che vuol dire che il Festival di Venezia 2015 è arrivato al suo ottavo giorno di programmazione: e la stanchezza, presso i frequentatori del Lido, inizia a farsi sentire.
Lo scadere dei 7-8 giorni di festival sono per molti, e per me di sicuro, un punto critico, un momento di crisi che porta all'emersione di momenti di stanchezza e di perdita di tono. Personalmente vado ripentendo da tempo che, nel mondo di oggi, i grandi festival durano troppo, con le quasi due settimane di trasferta che richiedono ai suoi frequentatori: è sempre più difficile staccarsi dalle proprie vite (private e lavorative) per un periodo così lungo, immergendosi in una bolla che ti rende difficile restare in contatto con la realtà esterna e parallela. In più, programmare film per 12 o 13 giorni richiede un numero di titoli che costringe, a volte, a scelte non azzeccatissime o convintissime, abbassando di conseguenza la media qualitativa della manifestazione.
Insomma, penso che la durata ideale di un grande festival sia inferiore a quella attuale: da un sabato alla domenica successiva potrebbe essere, forse, quella ideale. Chissà cosa ne pensa di queste mie riflessioni Alberto Barbera, che pure ha ridotto significativamente il numero di titoli presentati alla Mostra all'inizio del quadriennio che è giunto al termine. Chissà se l'anno prossimo (o negli anni prossimi), il Direttore arriverà a valutare una scelta di decrescita di questo tipo: sicuramente molto spinosa da gestire dal punto di vista mediatico e dell'immagine, ma altrettanto sicuramente coraggiosa, rivoluzionaria e magari anche azzeccata.
Già, perché la voce - non ancora ufficiale, ma quasi - che gira per il Lido è che Alberto Barbera resterà: non si sa ancora se solo per un anno ponte verso qualcosa di ancora ignoto, o per un nuovo quadriennio. Io, intanto, mi congratulo e gli dico in bocca al lupo.

Certo, magari ci sarebbe da dirgli anche, a Barbera, che l'ottavo giorno non è forse quello ideale per piazzare una doppietta come quella vista questa mattina, formata da Skolimowski e Anderson (Laurie). Ma si sa che le leggi del programma sono spesso imperscrutabili.
Il regista polacco, 77 anni, deve essere di recente rimasto folgorato dalle strutture narrative e temporali incrociate e coincidenti di tanto cinema recente (quelle di Arriaga e del primo Inarritu, tanto per fare un esempio universale), le stesse che invece, fortunatamente, Marco Bellocchio ha raccontato ieri di voler evitare come la peste. E allora ha realizzato 11 Minutes, che intreccia, e fa nel finale incontrare in un momento di sintesi e catastrofe, una serie di personaggi e le loro vicende nell'arco, appunto di pochissimi minuti, che diventano 81 nella durata complessiva del film. C'è la bella attrice bionda che si reca per un incontro di lavoro nella stanza d'albergo di un regista dalle intenzioni ben poco professionali, e c'è il marito di lei, geloso; 'è un venditore di hot dog ex professore scacciato da un liceo per pedofilia, e c'è suo figlio cocainomane; c'è una coppia di alpinisti in dubbio sul fatto di portare in vetta con loro un pornodivo, ci sono dei medici di un'ambulanza, c'è un adolescente in crisi, e c'è un aereo che vola bassissimo sulla città. 11 Minutes parte come una riflessione sull'immagine, si trasforma in un film sul caso e la crisi dei rapporti, finisce come un Final Destination d'autore: al polacco si deve dare atto della capacità di aver gestito benissimo il suo film narrativamente e visivamente (con la parziale eccezione di una soggettiva canina un po' inutile e fastidiosa), ma l'impressione è che le sue idee non siano proprio avanguardistiche, e che l'operazione nel suo complesso sia vittima di una sterilità che la piazza all'incrocio dei pali, in quel sette dove s'incontrano la genialata giocosa e la sciocchezza un po' altezzosa. Nonostante la simpatica e interessante suggestione legata a dei pixel bruciati che si riflettono in macchie, in anomalie che scardinano l'ordine delle cose.



Difficile, invece, trovare una collocazione di questo tipo per Heart of a Dog, il film di Laurie Anderson con il quale l'artista newyorchese intreccia ed elabora una serie di lutti: quello per l'11 settembre e quelli per la morte del suo cane, di sua madre e, ovviamente, di Lou Reed. Rimanendo nella metafora calcistica, diciamo che la Anderson la spara altissima sopra la traversa.
Sperimentale fuori tempo massimo, con un accavallarsi d'immagini molto seventies che però non approfitta adeguatamente del digitale e anzi usandolo in maniera troppo limpida, Heart of a Dog è un lungo monologo dell'artista che, con voce fuori campo, parla quasi sussurrando del suo cane, di come nell'espressione smarrita lettagli sul muso dopo l'attacco di un falco abbia rivisto lo sgomento di New York dopo l'attacco alle Twin Towers, delle sue lezioni di piano (sue del cane, sic) e della sua morte, di sua madre, dei suoi maestri di meditazione e di buddismo, di Wittgenstein, di Kierkegaard, del vicino di casa Julian (Schnabel, ovviamente), della NSA, del Libro Tibetano dei morti, dei suoi incidenti da bambina, di David Foster Wallace e di Padre Pierre, sacerdote cattolico ebreo egiziano convertito, ma anche playboy e titolare di una biblioteca di oltre 30mila volumi. Al termine della proiezione, il film è stato applaudito: non si sa per sollievo o apprezzamento.



Per fortuna, alla fine arriva anche Brian. Dove per Brian intendiamo De Palma, che a tre giorni dal suo 74esimo compleanno è arrivato al Festival di Venezia come protagonista del film-intervista che porta il suo cognome girato e montato da Noah Baumbach e Jake Paltrow.
Non per fare necessariamente confronti poco utili, ma solo dare delle coordinate, De Palma si colloca sul capo opposto dello spettro cinematografico rispetto alla confessione pubblica di Laurie Anderson: perché la cosa più bella del film in cui il regista si racconta, è proprio il tono semplice, leggero, pragmatico e scherzoso, perfino meravigliosamente cazzone, che De Palma utilizza.
Certo, un film come quello di Baumbach e Paltrow avrei potuto farlo anche io, forse, ma c'è da dire che è a loro che il regista ha deciso di raccontarsi, nel dichiarato intento di trasmettere ai giovani colleghi le esperienze fatte in decenni di lavoro dentro e fuori Hollywood: la struttura è comunque ultralineare, con una camera fissa su De Palma e gli inserti dei vari film di cui il regista man mano parla. E come parla.
La disincantata simpatia di De Palma è rivelatrice dell'approccio e dello spirito di un regista per il quale il cinema è sempre stato, ed è tutt'ora, un meraviglioso giocattolo. un gioco serio e al quale dedicarsi anima e corpo, certo: ma pur sempre un gioco, per sé stessi e per il pubblico. Questo atteggiamento di De Palma gli ha sempre creato dei problemi con gli executives dei grandi Studios di Hollywood, anche questi raccontati con candore e serenità, con un atteggiamento determinato ma pragmatico in difesa delle proprie idee e della propria visione ("arte", in questo caso, è una parola legittimamente e volutamente assente) che dovrebbe essere d'esempio a tanti registi di oggi.
La passione per la tecnica, quella per le donne, quella per Hitchcock, quella per il sangue: racconta tutto De Palma, ridendo da solo nel rievocare momenti divertenti o imbarazzanti, ripercorrendo con diretta semplicità una carriera ricca di esaltazioni quanto di delusioni. E a uno che si racconta in questo modo, con tale spudorato candore, che ha il coraggio di ammettere che, rivedendo Carlito's Way a Berlino ha pensato che non avrebbe potuto girare un film migliore, beh: a uno così, e al suo cinema, non si può che voler bene. E io, a De Palma, gli voglio proprio bene.

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