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Da King Kong a Skull Island: l'evoluzione del maestoso scimmione

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In occasione dell'uscita del film di Jordan Vogt-Roberts, ripercorriamo la storia di Re Kong al cinema, dagli anni 30 a oggi.

Da King Kong a Skull Island: l'evoluzione del maestoso scimmione

Quelli che si sono avvicendati alla regia dei film che vedono Kong protagonista, sono più o meno tutti della stessa pasta: nostalgici del giurassico e nerd degli effetti speciali, con la mania per i robot telecomandati e i modellini in scala, e un debole per gli scontri titanici: di scimmioni con dinosauri, animali mutanti con dinosauri, dinosauri con dinosauri. In occasione dell'uscita in sala del reboot del franchise, Kong: Skull Island di Jordan Vogt-Roberts, ripassiamo insieme i film (e i registi) che hanno consacrato King Kong come "l'ottava meraviglia del mondo" e ne hanno fatto una delle più grandi meraviglie del cinema, grazie ad animatroni, motion capture e meticolosa cgi: fuochi d'artificio nelle mani di questi visionari ragazzoni nerd.

KING KONG di PETER JACKSON (2005)



Fin da piccolo Peter Jackson fantasticava di girare il remake di King Kong: a 9 anni non aveva ancora capito di voler fare film, ma sapeva di voler "fare mostri". Per cui mettersi a fare film sui mostri sembrava il compromesso più logico. Su una mensola di casa sua c'è ancora il modellino di un gorilla realizzato 30 anni fa con la vecchia stola di volpe della madre. Adesso ha il pelo rado e lo scheletro ingobbito, ma si riconosce lo stesso il King Kong spelacchiato con cui conduceva i primi esperimenti di stop motion. Lo scimmione giocattolo ciondolava troppo e mancava di mimica facciale, non andava bene per gli ambiziosi progetti futuri. Jackson voleva, vuole di più: vuole cuore e sopracciglia umane che si sollevino e si corrughino in una gamma di emozioni impreviste, e poi un muso che si arricci e una romantica performance da attore. Vuole una specie di gollum alto 80 metri e coperto di pelo ispido e bruno.
Perciò quando a 44 anni, prende finalmente posto in cabina di regia per girare il suo Kong, richiama al suo fianco l'amico Andy Serkis. Il poverino ogni mattina esce dal trucco con la faccia punteggiata da 135 sensori per la motion capture. Nel cast accanto a lui ci sono Naomi Watts (Ann Darrow), Adrien Brody (Jack Driscoll), Jack Black (Carl Denham). La trama è la stessa del film del 1933. Un regista ciarlatano approda con la sua troupe sull'Isola del Teschio, un luogo misterioso non segnato sulle carte e ammantato da uno strato di nebbia perenne. Dopo lo sbarco, l'attrice Ann Darrow viene rapita dagli indigeni e offerta come vittima sacrificale al gigantesco gorilla Kong. Nel remake a colori, gli abiti arancioni e giallo crema della troupe del cinema contrastano con le camicie sbafate, effetto finto trasandato, della marmaglia piratesca e risaltano sul verde smeraldo degli sfondi naturali. La giungla, ostile e labirintica, schiaccia, calpesta e spintona come un bullo, peggio che in un romanzo di Verne. E come in un romanzo di Verne, insetti e creature gigantesche escono fuori da gole profondissime. Il più temibile è il V Rex o Vestasauro, un T Rex evoluto, col grugno rugoso di un coccodrillo e numerose file di denti in più.
Da fan incallito del genere, Jackson cede alla tentazione di inserire omaggi e richiami alle trasposizioni precedenti: I titoli di coda scorrono sulla riproduzione a colori dello sfondo usato per i titoli di testa degli anni trenta; Le creature sullo schermo sono evoluzioni fantasmagoriche di quelle che popolavano l’isola molti anni prima. C'è spazio anche per elementi di novità, sebbene già collaudati nella versiona romanzata di Kong, firmata Delos Wheeler lovelace, in cui compare ad esempio il personaggio di Lumpy, sempre impersonato da Andy Serkis.

KING KONG di JOHN GUILLERMIN (1976)



Il film del 1933 ha indubbiamente segnato anche l'infanzia del regista John Guillermin, ma in misura minore. Negli anni Settanta Guillermin non era proprio la prima scelta del produttore Dino Di Laurentiis per prendere in mano le redini del remake del grande classico. Si rivolge a lui dopo i grandi rifiuti di Steven Spielberg, Milos Forman, Roman Polanski and Sydney Pollack, confidando nell'enorme talento del regista e nell'ottimistica apertura verso gli effetti speciali. C'è poi un altro elemento, ancora più decisivo: "Guillermin crede in questa storia d'amore fantasticamente umana" dice all'epoca Di Laurentiis "e se ci crede, funziona". E se funziona è anche grazie alle interpretazioni di Jeff Bridges, Charles Grodin e Jessica Lange, e agli effetti speciali animatronici messi a punto da Carlo Rambaldi, il quale si aggiudica anche un premio Oscar. Viene da sorridere a pensare che la stessa tecnologia utilizza per il Mondo Piccolo dei Parchi Disney, possa essere applicata a un robot telecomandato alto 12 metri e al suo braccio meccanico a grandezza naturale utilizzato nelle scene ravvicinate con la Lange. In realtà, nella maggior parte delle riprese, Kong è un attore tenuto sottovuoto dentro a un grosso costume da gorilla.
La storia si discosta dall'originale. Fred Wilson (il vecchio Carl Denham) è un dirigente della compagnia petrolifera Petrox, diretto sull'isola per cercare un giacimento di petrolio. Jack Prescott (Jack Driscoll) è un paleontologo che si imbarca clandestinamente sulla nave, convinto che l'isola sia abitata da una creatura misteriosa. Dwan (Ann) è invece l'unica superstite di un naufragio. Del resto l'intenzione di Guillermin non è quella di realizzare un vero e proprio remake, ma di riprodurre unicamente le sensazioni di meraviglia e sgomento provate guardando l'originale. E riprendere, seppure con toni più cupi e l'assenza di un lieto fine, l'idea fiabesca alla base de "La Bella e la bestia".

KING KONG di MERIAN C. COOPER e ERNEST B. SCHOEDSACK (1933)



Da ragazzo il regista Merian C. Cooper aveva messo insieme una piccola biblioteca di testi scientifici e letteratura di viaggio. Rimasto affascinato dal mondo dei gorilla grazie al libro Explorations and Adventures in Equatorial Africa dell'esploratore statunitense Paul Du Chaillu, passò più tardi alla lettura di The Dragon Lizards of Komodo di W. Douglas Burden, e cominciò a fantasticare di scontri apocalittici tra possenti primati africani e spaventosi draghi di komodo. Per addolcire la trama che andava profilandosi nella sua testa, provò a inserire un personaggio femminile e ottenne così il soggetto che avrebbe realizzato nel 1933 insieme a Ernest B. Schoedsack, con Robert Armstrong nei panni di Carl Denham e Fay Wray in quelli di Ann Darrow.
Per portare King Kong sullo schermo si affida alla squadra di Willis O'Brien, la stessa che aveva modellato le creature de Il mondo perduto del 1925. Il film diventa un frullare di azione ed effetti speciali mai visti prima: una stop-motion più fluida e meno "scattosa" viene miscelata alla retrospezione e alla proiezione miniaturizzata che permettono di far comparire sullo schermo attori e pupazzi insieme, stagliati contro fondali in carta pesta o ottenuti con la rivoluzionaria tecnica del Blue Screen. Kong, un pupazzo alto circa 45 cm, costituito da uno scheletro d'acciaio rivestito in lattice e pelliccia, ballonzola per la giungla e la città riprodotte in scala. I primi piani sono affidati a una grossa testa di pelli d'orso, dentro alla quale, al suono cadenzato di un immaginario "rema!", un gruppetto di 6 uomini forzuti fa roteare gli occhi o aziona le possenti mascelle dentate. I dettagli sono girati con l'ausilio di una grossa mano articolata e una serie di busti di diverse dimensioni.



I film elencati finora sono versioni diverse della stessa trama e con un diverso approccio alla regia e alla gestione degli effetti speciali. Non significa che la figura di Kong non sia stata utilizzata in altri contesti, e al contrario, lo scimmione di New York è stato protagonista di molte avventure collaterali, dall'epica battaglia contro Godzilla ne Il trionfo di King Kong (1962), diretto da Ishida Honda ad altre trasposizioni di matrice orientale come King Kong - Il gigante della foresta, fino all'adattamento animato per ragazzi del 1998, The Mighty Kong, distribuito dalla Warner Bros. E va senz'altro ricordato Il re dell'Africa, un film che ha molti punti in comune con il classico del 1933: diretto da Ernest B. Schoedsak, e prodotto da Merian C. Cooper, vede ancora una volta Robert Armstrong nel cast dei protagonisti.

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