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Da George Romero a Jordan Peele: la storia del cinema horror in 15 film su Amazon Prime Video

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Si parte con il film che segna lo spartiacque tra l'horror classico e quello moderno, e si arriva al nuovo talento del genere.

Da George Romero a Jordan Peele: la storia del cinema horror in 15 film su Amazon Prime Video

Dopo aver stilato una prima lista di dieci film che ho ritenuto meritevoli della vostra attenzione, ho continuato a spulciare il vastissimo catalogo di film che sono disponibili su Amazon Prime Video, andando a cercare non solo tra le cose più recenti, ma anche andando indietro nel tempo. Mi sono presto reso conto che non solo pochi i film oramai “classici” presenti sulla piattaforma, e che, in particolare, ci sono numerosi film horror che hanno fatto la storia del genere.
Da qui alla lista che sto per proporvi, il passo è stato breve, brevissimo: anche se tra il primo e l’ultimo titolo passano cinquant’anni tondi tondi.
E allora, ecco qui, un compendio della storia del cinema horror in 15 film, dall’inventore dell’horror moderno, George A. Romero, fino al talento non più solo emergente di Jordan Peele.

La notte dei morti viventi (1968)



La notte dei morti viventi, esordio cinematografico di George Romero, non è solo il film che introdotto al cinema la figura degli zombie così come li conosciamo oggi (anche quelli delle versioni veloci e nevrotiche vengono da lì) ma è il film che viene considerato uno spartiacque imprescindibile nella storia del genere. Fino a quel momento l’horror era stato quello dei mostri classici, delle trasposizioni di Edgar Allan Poe, di qualche occasionale psicopatico. Poi, però, arriva questo film, e tutto cambia. L’horror (il new horror) diventa più esplicito, sanguinolento e realistico, e inizia a essere fortemente venato di politica. A più di cinquant’anni dalla sua uscita, è ancora un capolavoro imprescindibile.

Reazione a catena (1971)



Negli Stati Uniti le cose vanno cambiando, ma non è che in Europa e, in quegli anni in particolare, in Italia i registi stessero con le mani in mano, avvitati su quello che sapevano fare ripetendolo ossessivamente. A casa nostra, tanto per fare un esempio, c’era un certo Mario Bava: uno che, dopo aver fatto la storia dell’horror gotico, nel 1971 con il suo bellissimo Reazione a catena ha letteralmente inventato un sottogenere destinato a diventare uno dei più popolari del cinema dell’orrore degli ultimi decenni: quello dello slasher. E avendo profonda influenza sulle saghe più note coi maniaci assassini, oltre che sul connazionale Dario Argento.

Le colline hanno gli occhi (1977)



Oltre a quello di Romero, uno dei nomi più importanti del New Horror che proveniva dagli Stati Uniti è senza dubbio quello di Wes Craven. Uno capace di pescare a mani basse nelle inquietudini sociali e politiche degli anni Settanta, e di trasformarle in opere radicali e capaci di diventare seminali. Come nel caso, nel 1977, di un cult indiscusso come Le colline hanno gli occhi, il film che racconta di una famiglia in vacanza braccata nel deserto da un altro clan familiare, selvaggio, cannibale e affamato di sangue. Indimenticabile il personaggio del sadico Pluto, che ha il volto altrettanto indimenticabile di Michael Berryman.

The Brood (1979)



Negli anni Settanta inizia a muovere i primi passi cinematografici anche un altro regista - questa volta canadese, e non statunitense - che regalerà titoli indimenticabili agli appassionati del cinema dell’orrore (ma non solo): David Cronenberg. Che diventerà il capostipite e l'alfiere di un altro sottogenere di enorme popolarità: quello del cosiddetto body horror, nel quale tramite e traduzione di tutto quello che di perturbante, spaventoso e disturbante viene raccontato è manifestato nei corpi di certi protagonisti, che sono deformi, malati, mutilati. Comunque orribili. Esempio perfetto è quello di The Brood, noto in Italia anche come La covata malefica, dove orribili creature simili a bambini deformi uccidono tutti coloro cui si lega affettivamente la protagonista Samantha Eggar.

Maniac (1980)



Arriviamo così agli anni Ottanta, che sono inaugurati da un regista americano di nome William Lustig (uno che veniva dal porno) con un horror sadicissimo, cupo e sgradevole, la cui essenzialità anche formale - figlia anche del modestissimo budget con cui fa girato - gli regala una patina antispettacolare ancora più scomoda. Il film si chiama Maniac, e vede Joe Spinell (anche sceneggiatore e produttore) nei panni di un uomo che, a causa degli abusi subiti per mano della madre prostituta, è diventato un serial killer che vaga per New York uccidendo giovani donne cui poi prende lo scalpo. Gli effetti speciali sono di Tom Savini.

La casa (1981)



Nel 1981, ecco invece fare il suo debutto cinematografico un altro idolo degli appassionati di horror: Sam Raimi. Che, giovanissimo, e con pochissimi pochissimi soldi a sua disposizione, gira con un gruppo di amici un film che inizierà a modificare le coordinate del New Horror, lanciandolo verso nuove frontiere evolutive. Il film è ovviamente La casa, quello che poi ebbe due sequel e che lanciò il personaggio di Ash, interpretato da uno spiritato Bruce Campbell. Altro che antispettacolare: La casa è velocissimo, spaventosissimo e ultramovimentato: e tra una scena e l’altra s’intravedono chiaramente i semi di quell’ironia e quell’umorismo che sempre più spesso germoglieranno nel cinema horror a seguire. Di Raimi ma non solo.

Un lupo mannaro americano a Londra (1981)



Parlando di umorismo e ironia, applicati al cinema horror ma non solo, è inevitabile citare il nome del grande John Landis. Uno che, proprio mentre Raimi girava La casa, lavorava invece a un altro film che è una vera  e propria pietra miliare del genere, e senza il quale non ci sarebbero stati numerosissimi altri titoli venuti dopo, che gli devono evidentemente tantissimo: sia per l’alternanza tra spavento e risata (che però il genere non lo snatura mai), sia per il tema della licantropia. Parlo, ovviamente, di Un lupo mannaro americano a Londra, quello con gli effetti di Rick Baker e della colonna sonora pop e ironica, con "Blue Moon" e tante altre canzoni a tema lunare.

Society - The Horror (1989)



C’è pochissimo da ridere - anzi, proprio nulla di nulla da ridere - nel film diretto invece del 1989 dall’esordiente Brian Yuzna. Uno che, purtroppo per lui e per noi, non riuscirà più a tornare ai livelli di questo suo primo film. Perché Society - The Horror è ancora oggi un film fuori di testa e scioccante, che parte come un teen movie e che termina con una scena allucinata e allucinante che è una trasposizione letterale e da incubo dell’orgia edonistica e autodistruttiva degli anni Ottanta, e la perfetta pietra tombale su tutto un decennio. Sia dal punto di vista sociale, economico e politico, che da quello più squisitamente legato al cinema horror e non horror.

Cimitero vivente (1989)



Ripercorrendo la storia del cinema horror attraverso il catalogo dei film disponibili su Amazon Prime Video non ci si poteva non imbattere in uno dei tanti film che nel corso degli anni hanno portato al cinema i romanzi di quello che - a ragione, per carità, ma forse anche in maniera un poco riduttiva - viene chiamato il Re del Brivido, Stephen King, che più in generale è “semplicemente” uno dei più grandi scrittori viventi. Nel 1989 fu la regista americana Mary Lambert che, a partire da una sceneggiatura scritta dallo stesso King, adattò per il grande schermo uno dei suoi romanzi più noti e spaventosi, destinato a diventare un film fissato negli incubi di tantissimi spettatori (più per il personaggio di Zelda che per altro): Cimitero vivente.

Vampires (1998)



Dopo un decennio così fecondo per il New Horror come quello degli anni Ottanta, i successivi Novanta e la loro depressa confusione (sono gli anni del grunge, non dimentichiamolo) non furono altrettanto sfruttabili da un genere che rifletteva tantissimo sulla società e sulla politica. A tenere alta la bandiera del cinema dell’orrore, però, c’era sempre un grande maestro come John Carpenter. Che, tanto per fare un esempio, nel 1998, con il Vampiresinterpretato da James Woods e dalla Sheryl Lee di Twin Peaks, reinterpreta a modo suo una delle figure fondanti di tutto il genere, quella del vampiro. Ambientando il suo film nell’assolatissimo deserto del Nuovo Messico.

La casa dei 1000 corpi (2003)



Ed eccoci così entrati nel Terzo Millennio, negli anni Duemila, che a dispetto di quanto piace raccontare non solo solo quelli dei remake e dei reboot dei titoli dei decenni precedenti. Tanti sono i nuovi nomi interessanti che rielaborano a modo loro la lezione dei maestri, e uno di questi è Robert Bartleh Cummings, meglio conosciuto come Rob Zombie: uno che, dopo essersi nutrito di cinema horror, e di aver imbevuto di quell’estetica e quella poetica il suo heavy metal e i suoi live, debutta col botto nel 2003 con il radicalissimo La casa dei 1000 corpi, e affermandosi immediatamente come uno dei nuovi autori da tenere d’occhio. Con Sheri Moon a fare da perfetta scream queen dei nostri anni: non più vittima, ma carnefice.

The Descent (2005)



Oltre a quello di Rob Zombie, l’altro nome di rilievo nel cinema horror dei primi anni Duemila è quello dell’inglese Neil Marshall. Uno che nel 2005, con il suo spaventosissimo e claustrofobico The Descent, è stato in grando anche di arrivare alla Mostra del Cinema di Venezia. Oltre che tesissimo, secco ed essenziale, The Descent è anche un film capace di proporre un discorso teorico sottostante tutt’altro che banale, e anche in qualche modo anticipatore del discorso neo-femminista, col suo cast composto da sole donne e dalla risoluzione degli eventi.

Martyrs (2008)



Il Terzo Millennio, dal punto di vista del cinema horror, è fortemente caratterizzato dalla nascita di una new wave che ha origine in un paese che, storicamente, non è mai stato particolarmente vicino a questo genere di film: la Francia. E tra i nomi di maggior rilievo della new wave horror francese c’è Pascal Laugier. Quello che nel 2008 ha scioccato il pubblico di mezzo mondo con Martyrs, sua opera seconda: che è un film radicalissimo e cupissimo, che colpisce duro con il martiro letterale che infligge ai corpi che racconta e alle menti di chi li sta guardando.

Tusk (2014)



E poi arriva anche Kevin Smith. Uno che fino a qualche tempo fa all’horror non lo avresti avvicinato mai, nemmeno per sbaglio, che invece negli anni Dieci di questo millennio si è messo in testa di cimentarsi col genere, e che nel 2014 lo ha fatto con un film fuori di testa, a tratti un po’ ridicolo, ma con una storia e una messa in scena così dissennate da risultare davvero un po’ disturbanti. Perché il suo Tusk, con protagonisti Justin Long e Michael Parks, guarda di certo alla vasta e nota tradizione degli scienziati pazzi e dei loro folli esperimenti, e magari al mix di horror e commedia di Landis, nel raccontare la storia di un uomo che viene letteralmente tramutato in un tricheco: non con la magia, ma col bisturi e altri strumenti chirurgici.

Scappa Get Out (2017)



Siamo così arrivati ai giorni nostri, e al film che ha lanciato il tutto il mondo il nome di colui che viene ritenuto - a ragione - uno dei più influenti registi horror contemporanei: Jordan Peele. Non è sanguinolento né violento in maniera canonica, Scappa - Get Out, non spaventa coi banali jump scares di troppi film dell’orrore dei nostri giorni, ma lavora con intelligenza e sottigliezza sottopelle, sulle angosce e sui sensi di colpa, declinando la questione razziale (che è tornata di drammatica attualità negli Stati Uniti e non solo) in maniera nuova e radicale.

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  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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