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Da Coraline a Boxtrolls: rapida storia della Laika Entertainment

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Una delle poche case di stop-motion attiva su film ad alto budget

Da Coraline a Boxtrolls: rapida storia della Laika Entertainment

Con l'uscita di Boxtrolls - Le scatole magiche, che mette a fuoco e consolida lo stile barocco e a volte grottesco della Laika Entertainment, è il caso di spendere due rapide parole sulla genesi di questa casa di produzione lontana dallo stress californiano.
Situata in Oregon e fondata nel 2005, in realtà nasce sulle ceneri dei Will Vinton Studios. Vinton, originario della zona, aveva gestito la sua azienda alternandosi tra i vari campi in cui l'artigianalità della stop-motion trovava - e trova ancora oggi - accoglienza creativa: pubblicità, video musicali e cortometraggi. Con questi ultimi, di solito realizzati in claymation, vinse un Oscar nel 1975 per Closed Mondays (codiretto con Bob Gardiner), e lo sfiorò di nuovo nel 1983 con The Great Cognito. Vi mostriamo qui sotto il primo dei due lavori.


La sorte dell'azienda di Vinton è cambiata quando, cercando fondi per lungometraggi, sfruttando la presenza nel suo staff di animatori di Travis Knight, figlio del Phil Knight patron della Nike, ha coinvolto proprio Phil come investitore. Knight ha finito presto per assumere il controllo dell'azienda in quanto azionista di maggioranza, arrivando a estromettere Vinton nel 2002. Mentre una causa con Will andava avanti, divenne opportuno riorganizzare l'azienda, fondando così la Laika. Un'origin story tutt'altro che romantica, quindi, ma bisogna ammettere che i primissimi passi della Laika vengono organizzati abbastanza bene, tanto da consentire ai proprietari di rifarsi una verginità in modo convincente. Il primo lavoro ufficiale è il cortometraggio Moongirl (2005), stranamente in un'ancora incerta CGI, diretto dalla persona più lontana da questa tecnica così moderna: Henry Selick.


Noterete che il corto non è particolarmente memorabile, ma la selezione dell'autore sta per portare i suoi frutti. Nata con intenti commerciali e non artistici, la Laika ha se non altro la saggezza di affidarsi all'autorialità altrui per darsi un'identità nei contenuti. Chi meglio di Henry Selick, ribelle dell'animazione americana, può servire alla bisogna? Saggiamente chiudendo il dipartimento di CGI e cercando la competizione nel panorama meno affollato e più particolare della stop-motion (principale concorrenza rimane l'inglese Aardman), la Laika debutta nel lungometraggio con il generoso, appassionato e tecnicamente avanzato Coraline e la porta magica (2009), basato sul romanzo omonimo di Neil Gaiman. Essendo stato responsabile della regia effettiva di un cult come Nightmare Before Christmas, Selick nel suo elemento è l'uomo perfetto per avviare la scintilla di una personalità per l'azienda intera. Ecco una clip di Coraline.


Il problema è piuttosto mantenere una propria identità quando l'uomo-simbolo abbandona l'azienda per divergenze contrattuali. Con Selick che ha levato le tende, la Laika si affida a un altro regista proveniente dalla stop-motion proprio della Aardman, Sam Fell, che con Chris Butler porta in sala nel 2012 Paranorman. Non può essere che un pastiche in tema horror, un genere non solo affine alle corde grottesche e visionarie (paraselickiane) della Laika, ma anche storicamente legato a un'effettistica allestita tramite la stop-motion.


Dopo aver limato la stop-motion fino a darle una duttilità che rivaleggia ormai con la CGI, dopo due nomination all'Oscar per il miglior film animato su due film prodotti, la Laika arriva ora in sala con Boxtrolls. Proseguendo con la sua caccia a veterani dell'industria, ne affida la regia a un bozzettista notissimo nell'ambiente, Tony Stacchi, e a Graham Annable, cartoonist undergound attivo anche nei videogiochi e padre dell'irresistibile universo nero e onirico di Grickle. Lo stupefacente controllo formale del film ci porta a scommettere su un'altra nomination all'Oscar, anche se gli incassi non concorrenziali con i lunghi in CGI ci fanno temere per la sorte dell'attività sul lungo termine. Contiamo sui soldi di Phil Knight: con tutte le scarpe che vende, qualche ammanco si può coprire, in nome dell'arte. O no?


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