Courmayeur Noir In Festival 2012: si comincia con Hitchcock di Sacha Gervasi

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Courmayeur Noir In Festival 2012: si comincia con Hitchcock di Sacha Gervasi

Il festival che più di ogni altro si accosta al lato oscuro delle cose, tentando di esorcizzare attraverso il cinema e la letteratura l’elemento perturbante che minaccia di trasformare l’ordine in caos, apre la sua 22esima edizione celebrando il grande maestro novecentesco del brivido Alfred Hitchcock. A restituirci parte del suo mistero, senza facili e scontati psicologismi, è il primo film di finzione di Sacha Gervasi Hitchcock, che prendendo liberamente spunto dal libro di Stephen Rebello Hitchcock. L’incredibile storia di Psyco, ci racconta non soltanto la lavorazione di uno dei capolavori americani del regista, ma anche la dimensione privata di un artista che da amici e colleghi si faceva scherzosamente chiamare “just Hitch, without the cock”.
Per Gervasi, l’avventura del film è cominciata subito dopo il suo documentario sulla band canadese heavy metal degli Anvil, con cui Hitchcock condivideva i produttori: “Sapevo che c’era questa sceneggiatura che girava già da un po’ e che al progetto era attaccato il nome di Anthony Hopkins. Ero sicuro che non avrebbero mai preso in considerazione un regista alle prime ami, ma valeva la pena di tentare. Il copione mi piaceva per due ragioni. Da una parte ci mostrava Hitchcock come un artista profondamente in crisi ma disposto, all’età di 60 anni e dopo il successo di Intrigo Internazionale, a rimettersi completamente in gioco. Dall’altra mi sembrava molto interessante il personaggio della signora Hitchcock, Alma Reville, una donna di cui quasi nessuno parlava ma che aveva sostenuto e aiutato il marito in ogni momento. Per me era stata una rivelazione scoprire che questo grande uomo aveva avuto una musa, una consigliera. Credo infatti che il cinema sia un’arte collettiva e che un autore non possa essere tale senza una squadra di validi collaboratori”. Fra il biopic e la sophisticated comedy, viste le scaramucce e le gelosie fra Hitchock e signora, Hitchcock non tradisce le biografie e i manuali su Sir Alfred, tuttavia si concede più di una licenza poetica. “Non volevo fare un documentario su Hitchcock” – spiega ancora Gervasi – “perché mi interessava soprattutto capire quali sentimenti e quali emozioni si agitassero dentro di lui all’epoca di Psycho. Sono partito da dati e fatti concreti e poi li ho drammatizzati. Le conversazioni con Alma, invece, le ho totalmente inventate. Quando una delle più celebri segretarie di edizione di Hitchcock ha visto il film, mi ha detto: ‘In questa storia ci sono la follia, il genio e lo spirito di Hitch’. Mi ha fatto immensamente piacere, perché il mio scopo, fin dall’inizio, era ridare a Hitchcock quel suo sense of humour che molti, fra la sua riduzione a regista di genere e la sua rivalutazione come auteur, sembravano aver dimenticato. Hitchcok faceva continui scherzi, raccontava barzellette e divertiva un mondo i suoi attori, come dimostrano delle foto di scena di Psyco in cui Janet Leigh si tiene la pancia dal ridere. Hitch era un surrealista, un sognatore, un entertainer, una star”.

A proposito di star, in Hitchcock ce ne sono due, e brillano luminosissime. Parliamo di Anthony Hopkins, che sotto strati e strati di finto grasso arriva al nocciolo di una delle personalità più complesse della storia del cinema, e di Helen Mirren, che attraverso sguardi e silenzi lascia intuire quel malinconico senso di frustrazione che contraddistingue le compagne dei grandi uomini. Manca poco all’uscita del film, che arriverà nelle sale nel mese di febbraio a poca distanza dagli Oscar.

Se Hitchcock è la perla del Fuori Concorso del Courmayeur NoirInFestival, il primo dei 3 film italiani in concorso, che si intitola L’innocenza di Clara, si identifica solo parzialmente con ciò che amiamo definire noir, perché, più che un giallo o un thriller, è un dramma umano in cui la forza dei sentimenti scatena la tragedia. La vicenda, che ruota intorno a un triangolo amoroso e a una donna bella e sensuale arrivata chissà da dove, si svolge fra le cave di marmo di Carrara e i boschi della Lunigiana, luoghi in cui il tempo sembra sospeso e la mentalità è ancora quella di 100 anni fa. “Anche se L’innocenza di Clara si riferisce a un fatto accaduto realmente – spiega Tony D’angelo, che prima di fare il regista sognava di diventare calciatore o addirittura rockstar – “il film parte da una mia necessità di raccontare l’Italia in generale e di dimostrare che certe cose non sono cambiate. Nonostante il progresso, ci sono ancora zone dove le donne non hanno voce in capitolo e gli uomini sono dilaniati da antichi rancori. Nella mia storia, però, non c’è un giudizio. Quando un fatto di cronaca viene mostrato in televisione, è come se ci fosse già un punto di vista. Al cinema invece, grazie ai tempi più dilatati e a determinate scelte di regia, si può essere imparziali. I miei personaggi non sono cattivi, sono solo sfortunati. Ognuno di noi compie quotidianamente potenziali omicidi, immaginando per esempio di uccidere chi gli ha tagliato la strada o bucato una gomma. A Maurizio e Giovanni capita semplicemente di trasformare il loro istinto omicida primordiale in crimine concreto solo perché i precari equilibri emotivi che li contraddistinguono vengono bruscamente alterati”.
Se a interpretare i due protagonisti maschili de L’innocenza di Clara sono Luca Lionello e Alberto Gimignani, che nel loro lavoro di sottrazione sui personaggi sono stati molto aiutati dal carattere remoto ed evocativo dei luoghi delle riprese, la femme fatale del film ha il volto di Chiara Conti, che dà vita a una dark lady solo parzialmente consapevole del proprio fascino e animata da un bisogno di essere amata che però distrugge gli altri.





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