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Costa-Gavras fa lezione di cinema e dice: "Ogni mio film corrisponde a una mia passione"

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Intervistato dal critico Michel Ciment, il regista si racconta al pubblico del Bif&st.

Costa-Gavras fa lezione di cinema e dice: "Ogni mio film corrisponde a una mia passione"

Fra i grandi maestri internazionali che non potevano non raccogliere l’invito di parlare dei loro film e della loro visione della vita al pubblico del Bif&st c’è il greco naturalizzato in Francia Costa-Gavras, al secolo Constantinos Gavras. Il regista di Amen, Zeta – L’orgia del potere e del recente Verso l’Eden ha parlato del suo cinema politico a una platea composta perlopiù di studenti. Ha raccontato della sua infanzia, del rapport con gli attori e dei temi che più gli stanno più a cuore. A rivolgergli le domande, seduto sul palco accanto a lui, il guru della critica cinematografica francese Michel Ciment.
Questi gli argomenti toccati nella lunga master class:

L’infanzia e la guerra
Io non ho mai cercato di capire quale fosse l’origine dei film che ho diretto, in questo senso non sono sceso in profondità, ma quello che posso dire è che ha molto a che fare che con il mio bagaglio culturale. Quando ero bambino, ho vissuto il dramma dell’occupazione, con la mia famiglia non abitavamo ancora ad Atene. Per quattro anni la nostra vita è stata più che altro una forma di sopravvivenza: potevamo contare solo sulle riserve di pane, di olio e di legna per accendere il fuoco. Tutto questo mi ha permesso di capire e considerare la vita in modo diverso. Oggi per esempio sappiamo che i bambini hanno tutto, semplicemente devono aprire il frigo o fare una telefonata e hanno accesso a ogni cosa. Chiaramente la mia è stata un’esperienza completamente diversa, che non dimenticherò mai.

La fuga dalla Grecia a 19 anni e l’approdo in Francia
Io volevo realizzare ad ogni costo i miei sogni, ma non mi era possibile, dal momento che mio padre era ritenuto un comunista… in realtà lui era semplicemente contro la monarchia, aveva partecipato alla guerra in Asia Minore per quattro anni e aveva assistito alla morte di molti suoi amici. Questa guerra era stata voluta dalla famiglia reale greca, quindi lui era contro la monarchia greca e questo sentimento è stato trasmesso a tutta la nostra famiglia, io sono ancora oggi antimonarchico. All’epoca i figli delle famiglie antimonarchiche non potevano accedere agli studi universitari, perché l’accesso all’università era basato sulla presentazione di una sorta di certificato di buona condotta. Ho scoperto molto rapidamente che l’unico paese dove potevo realizzare i miei studi era la Francia, ecco perché ho deciso di trasferirmi là. La mia famiglia non mi poteva inviare denaro, era piuttosto povera, ma all’epoca in Francia era abbastanza facile trovare dei lavoretti, quindi non ho avuto difficoltà a pagarmi gli studi.

Iniziare con il poliziesco Vagone letto per assassini
Quando muovevo i primi passi nel mondo del cinema, ero molto appassionato di romanzi polizieschi e anche di film polizieschi, perché si tratta di un sistema formidabile per dire tutto quello che si vuole, c’è una totale libertà per chi si avventura in questo genere. Sono stato influenzato più dai polizieschi americani che dalla Nouvelle Vague. La Nuovelle Vague era per me l’espressione giovane del realismo italiano. I registi della Nouvelle Vague provenivano dalle grandi famiglie borghesi e hanno fatto film che parlavano della loro classe sociale e del loro mondo. Io non potevo fare film in stile Nouvelle Vague, sarebbe stato impossibile, al limite avrei potuto fare un film su un immigrato in Francia e all’epoca era una cosa che non mi passava proprio per la testa, ecco perché mi è venuto automatico girare un film poliziesco.

Z – L’orgia del potere
Io non intendevo fare un film politico, all’epoca un film politico era diverso da quello che si intende oggi per film politico. Il film era incentrato sulla questione della presa del potere da parte dei Colonnelli, molte petizioni venivano firmate allora nei paesi democratici e io avevo ricevuto da mio fratello alcune informazioni. Così ho iniziato a elaborare un mio copione e l’ho sottoposto a Jean-Louis Trintignant e a molti altri attori importanti, ma non trovavamo soldi, nessuno voleva finanziarci. C’era un grande produttore francese che un giorno mi ha detto: “Costa, sicuramente hai un’ottima fama, ma questo film sarebbe una catastrofe”. Allora ho chiamato Jacques Perrin e gli ho detto: “Non si può fare il film”. Poi ho cercato coproduttori in Italia, ma ho ricevuto solo risposte negative, ho pensato di girare in Sicilia, dove avrei trovato una città come Salonicco. Ma ovunque andassi, nessuno mi dava retta, mi dicevano che era poco conveniente parlare dei Colonnelli. Sono andato in Algeria, dove ho incontrato un ministro che ha accettato che girassimo là, così Jacques è diventato produttore per la prima volta. Tutti gli attori volevano fare il film quasi rinunciando al loro onorario perché erano convinti dell’utilità di questo film, io conoscevo molto bene questi attori, li avevo conosciuti quando ero assistente alla regia e mi occupavo del casting. Erano tutti colpiti dal mio sentimento anti-Colonnelli. Il film inizialmente è stato un fiasco. Alla seconda settimana la situazione si è un po’ mossa e alla fine il film è diventato un successo mondiale.

Gli uomini e il potere
Sono gli uomini e il potere il mio interesse. Ho cercato di vedere come noi uomini nel mondo reagiamo al potere, come lo accettiamo, come lo seguiamo e come il potere possa essere negativo per l’uomo. Sono gli uomini che suscitano il mio interesse, qualsiasi film io mi trovi a fare. Spesso si cerca di seguire una linea evolutiva nella carriera di un regista, per me è diverso, io ho fatto dei film molto diversi tra loro, ma ogni film era il riflesso di un evento che mi aveva colpito. Ogni film che giro corrisponde a una mia passione. Da giovane guardavo il mondo attraverso gli occhi dei miei amici parigini, gli occhi di Simone Signoret e Yves Montand,  che discutevano del mondo. Noi tutti eravamo il mondo. Io ho cercato di seguire la storia: è la storia che si riflette nei copioni e nei miei film.

Forma e sostanza
Io sono sempre stato interessato al cinema. In un paese come la Francia la forma è ritenuta la principale dimensione di un film, ma io ero interessato più alla sostanza, per me è la sostanza che impone la forma, è la storia che impone la forma ad un film.

Marine Le Pen
Il fenomeno Marine Le Pen è stato coperto con grande interessa dai media. Da quando è diventata presidente del suo partito, Marine non smette mai di essere legittimata dai media, perché ogni giorno vengono trasmessi i sui discorsi, oppure si parla del suo sentimento razzista, lei dice spesso che ci sono troppi stranieri in Francia e cose del genere. Così, a forza di ascoltarla la gente comincia a dire: forse questa è la giusta soluzione e dobbiamo votarla.

Gli attori
Quando sono arrivato in Francia, la gente non faceva altro che dire: “Ah, gli attori americani, quanto sono bravi!”. Quando poi sono andato in America, ho notato che tutti lodavano gli attori francesi. Io parto dal presupposto che l’attore è il collaboratore più stretto del regista, è colui che porta avanti la storia. Bisogna avere ammirazione per gli attori. La fase della lavorazione di un film che mi piace di più è l’avvicinamento dell’attore al personaggio. Poi, quando si va sul set, lascio all’attore la libertà di suggerirmi le modifiche eventuali da apportare al copione. Tuttavia, ad avere l’ultima parola devo essere io, perché il film è il prodotto dell’immaginazione di un regista.

Francesco Rosi
Oggi voglio rendere omaggio a Francesco Rosi, era un caro amico e i suoi film mi hanno ispirato tantissimo, soprattutto Le mani sulla città, Il caso Mattei e Salvatore Giuliano. Rosi è stato il regista italiano che mi ha influenzato di più insieme a Fellini, Scola e Antonioni.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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