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Cosmonauta, il mio film, il Grease dei comunisti – parla la regista Susanna Nicchiarelli

Cosmonauta, il suo lungometraggio d’esordio, è stato la sorpresa annunciata di Venezia 66. E Susanna Nicchiarelli, giovane regista romana si dimostra sinceramente entusiasta ed appassionata, piena di affetto per il film e per i suoi protagonisti.


Cosmonauta, il mio film, il Grease dei comunisti – parla la regista Susanna Nicchiarelli

Cosmonauta, il suo lungometraggio d’esordio, è stato la sorpresa annunciata di Venezia 66. E Susanna Nicchiarelli, giovane regista romana si dimostra sinceramente entusiasta ed appassionata, piena di affetto per il film e per i suoi protagonisti.

Cosmonauta racconta una curiosa storia di crescita personale, eppure collettiva, nella cornice dell’Italia dei primissimi anni Sessanta, protagonista una ragazzina che frequenta la sezione del PCI cui il padre aveva dedicato una vita, scoprendo i primi turbamenti amorosi, scontrandosi con il maschilismo ancora imperante, ma riuscendo a contagiare i compagni con la passione per la cosmonautica sovietica allora all’avanguardia. Passione ereditata a sua volta dal fratello malato e tontolone.

Una storia forse semplice nei suoi temi, ma di grande originalità per setting e situazioni, specie se si considera l’età della Nicchiarelli: “Il fascino di quest’ambientazione per me era quello del contesto "sparito" ma recente,” ci ha raccontato, “sono passati quarant’anni, che non è un tempo così lungo, ma di quel mondo non rimane più nulla: dall’URSS alle sezioni di partito. Pensa che ai ragazzi del mio film gliel’ho dovuto spiegare, cosa fosse una sezione: loro non ne avevano idea.” E l’idea di fare alla corsa allo spazio un perno della narrazione da dove viene? “Beh, la corsa allo spazio, la cosmonautica: sembravano cose fondamentali per il destino dell’umanità allora, e questo circondava tutto di un alone di fiabesco, di magico. E ancora, oggi invece non importa più nulla a nessuno. Ti ricordi Apollo 13? Quando gli veniva negata la diretta televisiva? Già allora dello spazio non importava più nulla: lo sbarco sulla Luna aveva cancellato tutto.”

Pur parlando di politica, di sezioni, del PCI, con una protagonista bambina che all’inizio del film rifiuta la comunione perché lei “è comunista!”, il taglio dato da Susanna Nicchiarelli al suo film è poco ideologico nel senso banale del termine, mentre di quei momenti e di quegli anni emerge soprattutto l’identità culturale, l’aspetto pop. “Volevo raccontare la politica italiana in un modo diverso dal solito,” dice la regista, “senza nostalgie, con ironia. Quindi ho pensato che il riferimento stilistico potesse essere il musicarello: utilizzare quei colori, quei vestiti, quelle acconciature per girare un film che fosse un po’ il Grease dei comunisti. In fondo Grease raccontava gli anni Cinquanta, l’ingenuità prima dei Kennedy, del Vietnam. Un’ingenuità perduta. E io volevo raccontare la politica italiana prima del ’68, prima del terrorismo: durante le ricerche per il film ho scoperto che le sezioni di partito, prima di quegli anni, erano completamente diverse da come poi le abbiamo conosciute.”

Appare abbastanza evidente che il racconto di innocenza (poi) perduta che riguarda la politica e la società si vada a tradurre anche sulle vicende personali di una giovane protagonista, che si trova a confrontarsi con un mondo che spesso fa crollare le sue illusioni, che deve crescere umanamente e personalmente. Come ha lavorato la regista su questo aspetto: “Da una parte volevo usare il linguaggio della musica da jukebox di quegli anni, le canzonette, per raccontare le sue storie d'amore, le sue scelte, in un certo senso banalizzandole o alleggerendole. Sulla musica però abbiamo lavorato: l’abbiamo riarrangiata, volevo fosse una rilettura. Quanto al percorso di Luciana, il suo è un cammino di crescita femminile, durante il quale deve prendere coscienza che gli uomini di riferimento non sono invincibili, ma hanno anche loro debolezze e fragilità. Questa scoperta è sempre un momento importante per una ragazza. Ad esempio lei si vergogna del fratello e lo odia perché non è abbastanza "uomo": ma poi s’impara a volere bene ai maschi proprio per le loro fragilità. Soprattutto allora, ma anche oggi la società ti dice che sono i maschi dei punti di riferimento: lei invece deve accettare la debolezza di suo fratello, l’onta della sua malattia. E gli stessi meccanismi si rispecchiano nelle difficoltà di scegliere il suo fidanzato, nella lotta per affermarsi e essere riconosciuta.”

Nell’affrontare queste questioni, nel suo film Susanna Nicchiarelli utilizza un equilibrio tra prossimità e distanza che può essere definito con una parola (e un concetto) purtroppo oggi fortemente in disuso: quello di pudore. “Ti ringrazio: io volevo evitare i sentimentalismi. Non ha caso non ho fatto mai primi piani durante le crisi epilettiche di Arturo né ho indugiato volontariamente nella tenerezza per i piccoli e nemmeno per i grandi. Credo che i bambini e i ragazzi siano più veri se raccontati così, scadere nel sentimentalismo sarebbe stato pericoloso. Io tenevo molto all’ironia: non volevo assolutamente sfotterli, ma non volevo nemmeno raccontarli con la stessa drammaticità con cui vivono loro. Da adolescenti si vive con molta drammaticità e poca ironia, io volevo distaccarmi da questo ma volergli comunque bene. Volevo che fossero tutti goffi, bambini e adulti: la goffaggine, il difetto fisico: è questo quello che rende vere le persone: la gente vera è sempre un po' così, imbranata e imperfetta. Il mondo degli adulti nel film è separato da quello dei ragazzi, tra loro non c’è comunicazione, ma certe cose valgono anche per loro. Alla fine gli adulti più positivi sono i personaggi della Pandolfi e di Rubini: se ci pensi anche il suo personaggio è imbranato, e per questo non è mai veramente negativo.”

Cosmonauta si va ad inscrivere in quel filone di film italiani che riescono ad essere molto legati alla nostra storia e alla nostra cultura ma che al tempo stesso tradiscono sensibilità e riferimenti ben più ampi e sovranazionali. “Sai, non a caso prima citavo Grease,” dice la Nicchiarelli, “io sono cresciuta col cinema americano. Cosmonauta non sembra di certo americano e i suoi temi sono molto europei, ma il cinema che amo e a cui faccio riferimento, a livello viscerale, è soprattutto quello.”

Parlando di cinema internazionale in libertà, la Nicchiarelli cita titoli recenti come Lasciami entrare, Il divo o il Maria Antonietta di Sofia Coppola. “Il fatto è che credo sia necessario staccarsi dalla realtà. Dieci anni fa, ai tempi del mio primo corto, la pensavo diversamente, avrei girato un film più vicini alla mia quotidianità. Ma ora ho insistito molto per girare un film in costume. Credo che il salto che fai quando fai qualcosa in costume sia quello che riesce a farti sognare. È un salto necessario, secondo me, perché il cinema continui ad avere un suo perché soprattutto in questo momento, negli anni di Tarantino.” Ha mai avuto la regista la tentazione di un anacronismo, come nel film della Coppola? “Sì, e con la musica un po' l'ho fatto. Ma le scarpe da ginnastica no, non ho avuto il coraggio.”

In conclusione, cosa voleva davvero raccontare con Cosmonauta, Susanna Nicchiarelli, sulla realtà e sul cinema che viviamo? “La ricerca di punti di riferimento credo. Noi siamo cresciuti mentre si sgretolavano, loro invece ce li avevano, forti e solidi. Ma non bastavano. Quel che accomuna noi con loro, gli adolescenti di oggi con loro e con noi, è qualcosa di universale, che vale la pena di essere raccontato. Il resto è contingente, legato al momento.”

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