Compie 90 anni Topolino, un simbolo suo malgrado

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Compie 90 anni Topolino, un simbolo suo malgrado

Quando il 18 novembre del 1928 Topolino, in originale Mickey Mouse, debutta nel cortometraggio Steamboat Willie, è già un simbolo. Può suonare strano scritto nel 2018, ma Topolino nasce per resistere all'esproprio delle proprietà intellettuali da parte dei boss del cinema: Walt Disney è reduce dall'aver perso il suo personaggio precedente, Oswald il coniglio, perché non ne possiede i diritti di sfruttamento. Prima ancora di diventare il simbolo di un'era, Topolino nasce dunque come dichiarazione d'indipendenza, nella sua genesi ancor prima che nel suo carattere suggerito nei primi corti: la "Walt Disney" così come la conosciamo nasce insieme a lui, gelosa dei propri marchi. Poco importa che nelle primissime avventure Topolino viva le stesse gag di Oswald e non sia molto distinguibile da quest'ultimo o da altri eroi del cartoon dell'epoca come Felix. Topolino appartiene solo a Disney e a nessun altro. Echi di questo concetto potete apprezzarli nelle battute finali del biografico Saving Mr. Banks. Disney decide presto di dargli la voce in prima persona, in un'identificazione totale.



Già da Steamboat Willie, Mickey Mouse è anche il portabandiera dell'incessante esplorazione tecnica e artistica del mezzo cinematografico. Il citato cortometraggio è il primo cartoon pensato in funzione di un sonoro perfettamente sincronizzato (non sonorizzato a posteriori), il che basta di per sè a lanciare il suo protagonista tra le nuove star. Attenzione: è già anche un simbolo (e siamo a tre) di una fusione totale tra necessità artistica e marketing, cifra del modo di procedere di Walt, perché Disney intuisce che il sonoro servirà al personaggio per distinguersi e attirare le folle. Tra la fine degli anni Venti ai primi Trenta, Mickey canalizza l'esplorazione artistica dell'animazione e l'espansione del suo mercato nell'immaginario collettivo: gli animatori dello studio sperimentano su di lui (e sulle coeve Silly Symphonies) le potenzialità di un'arte alle prime armi. Allo stesso tempo, Topolino diventa merchandising che pervade la vita di un'America stremata dalla Grande Depressione e desiderosa di svago e rassicurazione. Qui comincia la definizione caratteriale reale del personaggio e della sua gang, assecondando quella necessità.



Topolino e l'animazione procedono paralleli nel loro percorso di legittimazione commerciale e artistica. Nel 1933 tutta la Hollywood che conta è caricaturizzata in Mickey's Gala Premiere (1933), dove la banda Disney partecipa all'anteprima di un corto-tipo di Mickey (film nel film). Da lì al 1940, la consapevolezza da giocosa diventa seria, complessa, sempre più ambiziosa: in quell'anno arriva nelle sale il film-concerto Fantasia. Nel segmento dell'Apprendista Stregone, a un cambio di grafica del personaggio (diventato più tridimensionale) corrisponde l'onore di tenere per mano il pubblico in un viaggio coraggioso, nell'unione della "cultura" della musica classica con l' "intrattenimento" dei disegni animati. Che Disney mirasse ad abbattere le barriere dei pregiudizi è già stato evidente a tutti tre anni prima con Biancaneve e i sette nani, ora si cerca l'istituzionalità. E Topolino dev'essere lì, in quanto manifesto, per giunta dipinto come fallace, un eterno bambino che non potrebbe mai far sentire il pubblico in difetto con una superiorità che non gli appartiene.
Nel corso dei decenni, sullo schermo i suoi colleghi lo eclissano in popolarità: Pluto diventa un clown migliore di lui, Pippo contrappone al suo ottimismo della volontà la positività della totale incoscienza (e si ride di più), mentre la lotta costante di Paperino col mondo è un veicolo d'identificazione più efficace per un'America che si rialza, affronta la nevrosi della modernità e soprattutto il trauma della II Guerra Mondiale.



Disney smette di doppiare Mickey nella seconda metà degli anni Quaranta, ma avrà ancora bisogno di lui, sempre come concetto, portabandiera. Dal 1955 affiderà alle note di una celebre marcia la sigla del Mickey Mouse Club, contenitore televisivo che sancisce l'esondare della "filosofia Disney" nella formazione dei bambini. Ed è sempre Topolino a finire sulle finte banconote del regno dell'infanzia perenne di Disneyland, inaugurata nello stesso anno e voluta con la massima passione da Walt. Persino Stanley Kubrick, indomito provocatorio demolitore della Singin' in the Rain in Arancia Meccanica, non può (nè vuole) ledere la sacralità della marcetta nel finale di Full Metal Jacket, allo stesso tempo come identificazione di una cultura nazionale e disperato appello a un'innocenza stroncata.



Prima di un recupero stabile del Topolino animato in varie forme televisive a partire dagli anni Novanta (ma senza dimenticare l'exploit del Canto di Natale del 1983), l'incarnazione simbolica di Mickey Mouse, almeno per noi italiani, è stata essenzialmente legata al fumetto e al settimanale (inizialmente mensile) che ne porta il nome. La scuola Disney di sceneggiatori e disegnatori italiani, ispirati dal lavoro immane svolto da Floyd Gottfredson e collaboratori dal 1930 al 1955 sulle pagine dei quotidiani americani, ha espanso e reso più epico e poetico il mondo del topo tra la fine dei Cinquanta fino a oggi. Al di là dei contenuti e dei personaggi creati, il periodico "Topolino" è stato un elemento della cultura dei più piccoli. Non sappiamo quanto valga per le giovani generazioni, ma il quarantenne che scrive può tranquillamente ascriversi alla folla che "ha imparato a leggere su Topolino" (quello dei mitici anni Ottanta, per la precisione).





Questo nostro articolo nulla vuole togliere alla personalità effettiva di Mickey Mouse cesellata nelle varie incarnazioni da più generazioni di autori. Non sentiamo tuttavia di sbagliare cogliendo nella sua natura di simbolo la vera essenza del personaggio: simbolo di indipendenza, di innovazione tecnica e artistica, di capacità commerciale, di ottimismo e resilienza, di ambizione culturale, di didattica. La sua aura titanica è la stessa che, per reazione, porta gli stessi detrattori della casa madre a usarlo per attaccarla o sbeffeggiarla. Volenti o nolenti, è un simbolo potente anche per loro.



Domenico Misciagna
  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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