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Comingsoon.it sul set de Lo Hobbit! Ecco la prima parte del nostro diario di viaggio

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Siamo volati in Nuova Zelanda, dove abbiamo visitato il set capitanato da Peter Jackson.

Comingsoon.it sul set de Lo Hobbit! Ecco la prima parte del nostro diario di viaggio

Director PETER JACKSON and IAN McKELLEN on the set of New Line Cinema's "THE HOBBIT," a Warner Bros. Pictures release.
Photo by Todd Eyre

Prologo
Nuova Zelanda, 15 maggio 2012

Immaginate un viaggio in aereo di trenta ore. Si parte da New York, si fa scalo prima a Los Angeles e poi Sydney, quindi finalmente si arriva a Wellington. Dopo un esodo del genere, qualsiasi punto di arrivo sembrerebbe meraviglioso, giusto?
Il tragitto in taxi dall’aeroporto all’albergo mi concede finalmente qualche minuto di relax, e allora mi accorgo che la Baia di Evans meravigliosa lo è a prescindere. Il mare è tranquillo, illuminato a sprazzi dai riflessi delle luci che vengono dalle colline che scendono direttamente sul mare. Magnifico paesaggio.
Al Museum Hotel ho appena il tempo di fare una doccia veloce che si va a cena con gli altri giornalisti. Siamo in dieci, provenienti da quattro continenti diversi. Ad aspettarci c’è Carrie Williams, la publicist della Warner Bros che coordinerà i prossimi due giorni della mia vita.
Al ristorante ci arrivano istruzioni precise e soprattutto rigorose: massimo riserbo, niente Twitter, Facebook o qualsiasi altra lontana idea di social network. Non possiamo neppure far sapere dove ci troviamo, figuriamoci il perché. L’embargo che Carrie ci fa firmare sembra più un contratto. Mi sento un po’ un agente segreto in missione
La serata score tranquilla, all’insegna delle chiacchiere cinefile che si ottengono mettendo insieme un gruppo di giornalisti di cinema. Ovviamente siamo ben attenti a non fare tardi, la perché pian piano è salita la tensione di quello che ci aspetta l’indomani .
Tornati in albergo ognuno corre in camera senza troppi convenevoli.
Io mi precipito a dormire. Devo essere in forma smagliante.
Sto per andare sul set de Lo Hobbit.

 

Parte I
Weta Digital, 16 maggio 2012

In Nuova Zelanda siamo alle porte dell’inverno, la mattina è piovosa e più fredda di quanto avessi previsto.
Alle otto e mezzo in punto saliamo sul van che ci porterà agli studi della Weta. Lungo il percorso Carrie ci ripete tutte le indicazioni della sera precedente, che ascoltiamo abbastanza distratti, rapiti dalla bellezza del paesaggio autunnale.
L’arrivo a destinazione riserva la prima sorpresa: niente edifici lussuosi, nessuna insegna sfavillante. L’architettura dei laboratori della Weta rispetta in pieno la semplicità del paesaggio urbano, fatto di casette di legno a un solo piano. Nessuna concessione allo sfarzo, piuttosto ci si trova di fronte al senso pratico di chi per il proprio lavoro ama abbinare comodità ed efficacia.
L’ingresso è un tripudio per gli occhi di un cinefilo. Dappertutto ci sono miniature e modellini in scala dei film a cui la Weta ha partecipato. Si possono ammirare gli immancabili hobbit, orchi, Gollum, ma anche King Kong e i primati de L’alba del pianeta delle scimmie.
Ci fanno accomodare nella saletta riservata agli incontri. Alle pareti svariati manufatti riguardanti la lavorazione de Lo Hobbit. In una teca alle mie spalle ci sono tutti i premi ottenuti dalla Weta in questi anni: Oscar, Golden Globes, Bafta e altri che non riconosco al primo sguardo. Impossibile contarli.


Primi incontri

Il primo ad arrivare è Richard Taylor, co-fondatore della Weta insieme a Peter Jackson e Jamie Selkirk. In poche parole, il genio creativo alla base del lavoro di designing ed effetti speciali della compagnia. Il suo entusiasmo nel raccontarci l’esperienza de Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato è da subito contagioso: “Mentre vi sto parlando abbiamo più di cento persone che lavorano al piano di sotto. Realizzeremo questo progetto in circa tre anni e mezzo, la metà del tempo impiegato per Il Signore degli Anelli. Sono passati più di dieci anni, le tecniche per gli effetti speciali sono migliorate sensibilmente, e la Weta con esse. Abbiamo sviluppato tecnologia robotica come laser per intagliare e stampanti in 3D. Abbiamo sette macchinari predisposti per la zigrinatura dei costumi e delle protesi, e soltanto uno è stato comprato, gli altri li abbiamo creati noi. Abbiamo ottenuto due grandi vantaggi: si produce molto più velocemente e si elimina la noia del lavoro di manifattura (sorride ironico).”
Qual è stata la sfida più grande da affrontare in questo nuovo colossal? “La precedente trilogia è stata girata in pellicola, che è molto più benevola del digitale. Con la pellicola si raccoglie la saturazione dell’umidità nell’aria, la sua grana riproduce l’atmosfera in modo più morbido. Lo Hobbit è stato girato con l’alta definizione del 4K e del 3D digital, e semplicemente non perdonano, non ci sono trucchi che tengano. Dovevamo tutti innalzare le nostre capacità per ottenere il livello di realismo necessario, la telecamera doveva poter inquadrare la pelle dei protagonisti e trovare un effetto credibile.”
Dopo la chiacchierata con Taylor ci spostiamo in un laboratorio che ha dell’incredibile, stracolmo fino al soffitto di parrucche, barbe finte e maschere. Ad aspettarci troviamo Peter King, responsabile del trucco e delle acconciature, e la sua collaboratrice Tami Lane, supervisore delle protesi. “Abbiamo creato una media di sei parrucche e otto barbe per ognuno dei personaggi principali – esordisce King – e tutto doveva essere perfetto perché col digitale e il 3D ogni dettaglio è definito. Sappiamo come lavora Peter Jackson, ama cambiare improvvisamente angolazioni nell’inquadratura, quindi non potevamo permetterci costumi e trucchi di riserva, tutto doveva essere perfetto. Abbiamo nove o dieci pullman per il trucco, ognuno con cinque postazioni. Coordinare tutti gli addetti a vestire, truccare e mettere le protesi ai nani è stata la sfida più grande.” Tami ci racconta invece come è migliorato il suo lavoro: “Da cinque o sei anni l’industria adopera questo prodotto chiamato Plat-Gel. Per le protesi è decisamente migliore, più resistente al calore, all’acqua e agli urti. Per Il Signore degli Anelli adoperavamo protesi che potevano essere usate una volta soltanto e impiegavano molto tempo per essere indossate. Ora invece la Weta ha costruito una specie di calzini di silicone che resistono più di un solo ciak. L’unica cosa su cui non abbiamo dovuto migliorare sono le orecchie degli elfi, fatte di comune gelatina. Andavano già bene ai tempi della prima trilogia, sono praticamente le stesse.”
Dopo di loro tocca a Matt Aitken, supervisore degli effetti speciali de Lo Hobbit. “Il personaggio di Gollum è il vero banco di prova per il nostro lavoro. Dieci anni fa era diventato il simbolo di ciò che i software della Weta erano riusciti ad ottimizzare a livello di animazione digitale. Abbiamo perfezionato ognuno di quei software per poter reggere il confronto con i 48 fotogrammi al secondo scelti da Peter Jackson per girare. Raddoppiando il numero di frames la sfocatura del movimento nell’inquadratura si dimezza, quindi tutto diventa più nitido. Per noi degli effetti speciali ha significato in pratica raddoppiare la quantità di lavoro, ma oltre questo nessuna sfida particolare.”



  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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