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Come Stanley Kubrick lottava (e vinceva) contro la comfort zone degli attori

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In una recente intervista per l'uscita in 4K di Full Metal Jacket, Matthew Modine spiega la vera ragione dei tanti ripetuti ciak che Stanley Kubrick chiedeva ai suoi attori.

Come Stanley Kubrick lottava (e vinceva) contro la comfort zone degli attori

Era un perfezionista, certamente, altrimenti Stanley Kubrick non sarebbe potuto arrivare là dove non è arrivato nessun altro.
Quella del cinema è un'arte espressiva che richiede la collaborazione di un gran numero di persone. Lo scopo finale è assecondare la visione del direttore d'orchestra, ovvero il regista, il cui compito è prendere le migliori decisioni possibili per mandare avanti il lavoro di tutti i collaboratori, in funzione della storia da raccontare. Le migliori decisioni al netto dei compromessi tra esigenze artistiche e possibilità produttive.
Perché i film di Kubrick sono capolavori indiscussi? Perché lui non scendeva a compromessi. Mai.

Dopo Spartacus, nei primi anni 60 il regista americano si allontanò da Hollywood trasferendosi in Inghilterra, dove aveva individuato l'ambiente ideale per portare avanti i suoi progetti con la minima interferenza da parte delle logiche produttive e commerciali dietro alla produzione di un film. Kubrick era riuscito a ottenere il valore più prezioso in assoluto per un artista: tempo a oltranza.
E questo significava avere il completo controllo artistico sul film.
Ogni decisione presa era quella giusta. E se dopo due settimane si rivelava un po' meno giusta, nessun problema, si ricominciava e si correggeva il tiro. Tutto il team di collaboratori tecnici e artistici era allineato con la sua metodologia di lavoro, ossessiva indubbiamente. E sì, tra i collaboratori c'erano anche gli attori.

Stanley Kubrick: l'origine e il vero motivo degli infiniti ciak che faceva ripetere ai suoi attori

Con l'uscita di Full Metal Jacket in una nuova versione rimasterizzata in 4K UHD, Matthew Modine, che nel film interpreta il soldato Joker, ha rilasciato un'intervista al The Hollywood Reporter ricordando qualcosa di interessante a proposito della regia di Stanley Kubrick. L'attore racconta di una chiacchierata con Kubrick in cui quest'ultimo diceva che tutti ce l'avevano con lui perché faceva rifare le scene molte volte. "Sai perché lo faccio? Perché gli attori non conoscono le battute", diceva il regista.
Quando Kubrick era sul set di Spartacus aveva 31 anni. Kirk Douglas il quale, oltre a essere il protagonista, era anche uno dei produttori del film, aveva licenziato a riprese iniziate il regista Anthony Mann e aveva offerto la regia a Kubrick. Quest'ultimo soffriva la mancanza di un totale controllo su alcuni aspetti artistici, dallo script alla fotografia, e subiva un certo scetticismo da parte dei grandi interpreti britannici che doveva dirigere, da Peter Ustinov a Laurence Olivier. Kubrick vedeva quegli attori chiacchierare spesso tra loro e quando lui si avvicinava si zittivano, come se pensassero "cosa ne sa questo ragazzino del Bronx di come si dirigono gli attori inglesi?".

Un giorno Kubrick capì che si ripetevano le battute a vicenda, per memorizzarle. "Volevano arriva a quel punto in cui reciti a memoria senza sapere cosa stai dicendo, quel punto in cui non accade nulla se non la logica prosecuzione di ciò che c'è scritto sul copione", diceva Kubrick.
Matthew Modine spiega che il lavoro del regista, se fosse un direttore d'orchestra, sarebbe quello di andare dal violinista, dal contrabbassista o dal percussionista che sanno suonare le note del loro spartito, e dire loro "un po' più forte, un po' più piano o un po' più arrabbiato". "Questo era quello che faceva Stanley Kubrick" dice Modine, "non era un grande manipolatore, anzi, era uno che non sapeva dove avrebbe posizionato la camera prima di capire come l'attore avrebbe recitato la sua parte".

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Stanley Kubrick non mollava un attore finché, per ogni singola scena, non aveva dato quello che serviva alla storia. E senza compromesso alcuno. Modine continua raccontanto un aneddoto che coinvolge un altro attore di Full Metal Jacket, Arliss Howard che interpreta il soldato Cowboy, parole che ancora gli echeggiano nelle orecchie.
A fine riprese, Stanley disse a Arliss "Io ti mancherò, ti macherò quando tu sarai su un altro set il regista griderà stop, buona, ce l'abbiamo, andiamo avanti, tu penserai a me, perché saprai bene che quella scena voi non ce l'avete". Così è stato per Arliss Howard, così è stato per Matthew Modine che ammette di pensare spesso "che a causa dei tempi limitati, molti registi hanno detto stop, buona, ce l'abbiamo, andiamo avanti, anche se la scena non era davvero buona come avrebbe potuto essere".
In un film di Stanley Kubrick non è mai successo e questo è il testamento che ci ha lasciato nei suoi film.

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