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Cinecomic all'italiana

Siamo ormai più che abituati al proliferare delle versioni cinematografiche di eroi Marvel e DC, ma l'imminente uscita di Dylan Dog, produzione americana con Brandon Routh tratta dall'omonimo fumetto italiano ideato da Tiziano Sclavi ed edito da Sergio Bonelli dal 1986, è un'occasione per un rapido excursus sulla produzione fumettistic...

Cinecomic all'italiana

Cinecomic all'italiana


Siamo ormai più che abituati al proliferare delle versioni cinematografiche di eroi Marvel e DC, ma l'imminente uscita di Dylan Dog, produzione americana con Brandon Routh tratta dall'omonimo fumetto italiano ideato da Tiziano Sclavi ed edito da Sergio Bonelli dal 1986, è un'occasione per un rapido excursus sulla produzione fumettistica italiana che sia stata trasposta al cinema.


Qui comincia l'avventura


Il leggendario Signor Bonaventura, scritto e disegnato dal multiforme ingegno di Sergio “Sto” Tofano a partire dal 1917, apparso per la prima volta sul Corriere dei Piccoli, forse rivisto oggi non risponde alle caratteristiche di un fumetto sedimentate nell'immaginario: le sue avventure erano infatti pagine singole di otto vignette accompagnate da un testo poetico che ne commentava le avventure. La forma potrà essere antica, ma lo spirito ottimista del personaggio regge bene ancora oggi, grazie anche alla finezza grafica e narrativa di Tofano. Se si considera che non sempre gli autori del fumetto trasposto al cinema collaborano in prima persona alla lavorazione, stupisce che il primo lungometraggio italiano di adattamento di un fumetto nostrano (salvo rinvenimenti futuri) sia diretto dallo stesso Sto. Cenerentola e il Signor Bonaventura risale al 1941 ed è stato recentemente restaurato, anche se ciò non sembra averne purtroppo aumentato la reperibilità. Per interpretare il personaggio baciato sempre dalla sorte con la proverbiale vincita di “un milione” Tofano scelse Paolo Stoppa , pur avendo negli anni Trenta lui stesso in teatro vestito i panni della sua creazione. In tempi non sospetti, una simile traduzione era la cartina al tornasole della popolarità eccezionale del Signor Bonaventura, accostato per l'occasione, senza timor di lesa maestà, a un'eroina dell'infanzia.


L'ebbrezza del sesso e della violenza


Bisogna aspettare gli anni Sessanta per rivedere sul grande schermo fumetti italiani. Le ragioni sottese a questi nuovi adattamenti sono però più sensazionalistiche che sentite. Nella prima metà degli anni Sessanta la creazione da parte delle sorelle Giussani di Diabolik (1962), e da parte della coppia Max Bunker (testi) – Magnus (disegni) di Kriminal e Satanik (entrambi 1964) portò a una sollevazione dei benpensanti nei riguardi di storie che rappresentavano il male con una fascinazione per l'epoca pericolosamente ambigua.
I produttori fiutarono l'affare e nel 1966 Glenn Saxson si diede ai delitti efferati di Kriminal, con tuta scheletrica d'ordinanza, in Kriminal di Umberto Lenzi. Il successo dovette essere più che consistente, se consideriamo che già l'anno dopo fu realizzato il sequel Il marchio di Kriminal, diretto da Fernando Cerchio (e Nando Cicero, non accreditato). Sull'onda del trionfo, la modella polacca Magda Konopka fu agganciata per essere Marnie Bannister, moderna versione sexy vendicativa del dr. Jekyll/Mr.Hyde, nel Satanik (1968) di Piero Vivarelli.
Le sorelle Giussani non vollero essere da meno di Max Bunker e concessero anche loro la licenza per un film tratto dalle avventure del ladro mascherato e Eva Kant: se ne occupò nel 1967 addirittura Dino De Laurentiis con Diabolik, affidandone la regia a Mario Bava, che diresse John Phillip Law nel ruolo del protagonista, Marisa Mell nei panni di Eva e Michel Piccoli in quelli del sempre beffato ma indispensabile ispettore Ginko.
Posto che queste quattro produzioni necessitano tutte di un occhio che sappia guardarle con lo spirito di cinquant'anni fa, pena lo sprofondare in risate irrefrenabili di fronte al dilagare del kitsch accompagnato da colonne sonore datatissime, il Diabolik di Bava rimane una leggera spanna sopra agli altri, per qualità della recitazione e per lo sguardo come sempre vivo del regista, che sostituì un Tonino Cervi poco a suo agio con lo sforzo tecnico richiesto dal progetto.
Nel 1965 un altro personaggio a forte carica erotica era apparso sulle pagine della più intellettuale rivista Linus, inaugurata da Giovanni Gandini nello stesso anno: parliamo di Valentina, scritta e disegnata da Guido Crepax, la cui sensualità immersa in un sottile tratto personalissimo venne affrontata cinematograficamente solo nel 1973. Baba Yaga, questo il titolo del film su soggetto dello stesso Crepax, vede la figlia di Louis De Funès, Isabelle, nei panni della fotografa bohemien, affiancata dalla prestigiosa presenza di Caroll Baker in quelli della strega del titolo, che intreccia un rapporto lesbico con la protagonista. Leggermente lontano (ma non troppo) dalla pop art più o meno volontaria dei titoli precedentemente citati, Baba Yaga fu in realtà impostato dallo sceneggiatore e regista Corrado Farina, anche copywriter e recentemente attivo scrittore, in modo più ambizioso, ma stando al suo autore i tagli effettuati in produzione avrebbero snaturato le sue intenzioni. Attualmente il film gode di una fama cult nell'ambito della cultura gay.


Obbedienza cieka, pronta, assoluten!


Tra i grandi lasciti del '68 c'è da annoverare l'inizio della striscia Sturmtruppen del molto compianto Franco Bonvicini, in arte Bonvi, che sarebbe poi assurta a fenomeno mediatico grazie all'azione combinata della trasmissione Supergulp – Fumetti in Tv e della rivista concorrente di Linus, l'Eureka dell'Editoriale Corno: avventure demenziali di reclute e generali tedeschi sul fronte della II Guerra Mondiale. Nel 1976 Salvatore Samperi, abbandonando provvisoriamente la sua vena erotica, complici Cochi e Renato in sceneggiatura (e sullo schermo), ne ricavò un lungometraggio a metà strada tra l'anarchia quasi metalinguistica dei due comici e la nostrana commedia barzellettiera degli anni Settanta, con musiche curate da Enzo Jannacci. Il cast prevedeva anche nomi  come Teo Teocoli, Massimo Boldi, Felice Andreaasi, Plinio Fernando e Umberto Smaila. Bonvi non collaborò al copione del film, ma cosceneggiò con Giancarlo Governi l'analogo secondo atto, Sturmptruppen II – Tutti al fronte (1982), di nuovo diretto da Samperi ma senza la partecipazione di Cochi e Renato.


Corna di satanasso!


Sembra incredibile, ma una leggenda fumettistica italiana come l'eroico ranger Tex Willer, nato nel 1948 ad opera di Gian Luigi Bonelli nei testi e Aurelio “Galep” Galleppini nei disegni, tuttora edito dalla Sergio Bonelli Editore (siamo a oltre 600 numeri!), vide una sua incarnazione cinematografica solo nel 1985. Nei fatti Tex e il signore degli abissi era un pilota per un'abortita serie televisiva, diretto da Duccio Tessari su soggetto di Bonelli senior. Nonostante l'impegno dinamico di Giuliano Gemma, interprete fisicamente poco somigliante a Tex secondo i fan, è opinione comune che il film sia dimenticabile, pare giudicato non all'altezza del mito nemmeno dallo stesso Gian Luigi Bonelli, che pure vi interpretò con humor un capo-indiano narratore nel prologo e nell'epilogo. Ciò che forse non funziona non è comunque il cast (William Berger rende bene Kit Carson), ma lo stile della pellicola, anacronistica nel suo essere sin troppo affine agli adattamenti di una o due decadi prima.


Ci voleva Pazienza


In definitiva la storia degli adattamenti fumettistici italiani si potrebbe dire poco soddisfacente per un pubblico esigente, se non fosse per un'interessante operazione che il regista Renato De Maria portò a termine nel 2002. Parliamo di Paz!, film corale che miscela tre opere del cartoonist bolognese Andrea Pazienza, deceduto giovanissimo nel 1988: Zanardi, Le straordinarie avventure di Pentothal e Giorno. Con i tre protagonisti ottimamente interpretati da Claudio Santamaria (Pentothal), Flavio Pistilli (Zanardi) e Max Mazzotta (Fiabeschi), la Bologna ribelle del 1977 prende forma in un sincerio delirio grottesco gestito con una buona sicurezza e tanti camei. Come il titolo indica, l'adattamento in questo caso si intreccia con l'omaggio all'autore stesso, ma ciò non toglie che De Maria si sia sul serio impegnato a cercare il modo migliore di restituire lo spirito delle tavole di Paz.


Tirando le somme...


Per quanto foriero di riflessioni storiche e intrigante per il cinefilo archeologo, è abbastanza chiaro che il bilancio qualitativo è in passivo. Come mai? Semplificando quasi criminalmente il discorso, l'adattamento dal vero di molti dei nostri fumetti è impervio, per varie ragioni. Il filone umoristico ha vissuto moltissimo di personaggi deformi, caricature o animali umanizzati, di frequente inscindibili dalle intuizioni grafiche dei loro autori: opere seriali pur amatissime come Lupo Alberto, Cattivik, Alan Ford, la produzione di Jacovitti, la grafica di Altan vivrebbero (e in alcuni casi sono vissute) meglio in contesti d'animazione. Non sono poi mancati gran rifiuti, come quello di Hugo Pratt, che non accettò mai in vita trasposizioni in live-action del suo Corto Maltese. Il nostro fumetto d'avventura, che si concentra invece storicamente nella produzione bonelliana, respira atmosfere americane e/o hollywoodiane che renderebbero le eventuali trasposizioni cinematografiche ridondanti, legate come sono all'idea di un intrattenimento intelligentemente nazional-popolare che trova la sua innegabile giustificazione storica nella tradizione cartacea e che rischia di presentarsi inevitabilmente banalizzato nel trasloco verso la sala.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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