Ciao, Festival di Venezia 2018: tiriamo le somme sulla 75a edizione della Mostra del Cinema

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Ciao, Festival di Venezia 2018: tiriamo le somme sulla 75a edizione della Mostra del Cinema

Allora, com'è stato questo Festival di Venezia 2018?
Beh, buono, decisamente. Forse anche migliore di quello del 2017, e comunque in grado di soddisfare (quasi) completamente le aspettative che aveva suscitato sulla carta, al momento della presentazione del programma.
I primi cinque giorni hanno tenuto un livello altissimo, poi c'è stato un calo - quantitativo e qualitativo - che va però considerato fisiologico: da un lato perché tutti i titoli presentati poi a Toronto, o a Telluride, sono stati piazzati nella prima settimana; dall'altro perché - ed è una mia vecchia battaglia - oramai undici giorni sono un tempo troppo lungo anche per i grandi festival internazionali, per vari motivi, e costringono a utilizzare riempitivi di cui si potrebbe fare tranquillamente a meno. Il giorno in cui un direttore illuminato saprà vendere al pubblico e ai media la riduzione del numero di giorni di festival non come un segnale di crisi, ma di adeguamento ai tempi e rilancio verso il futuro, sarà sempre troppo tardi.

Quali sono stati i tuoi film preferiti?
Su tutti, fuori concorso in tutti i sensi, The Other Side of the Wind, il film postumo di Orson Welles che ha una potenza e una modernità sconcertanti. Lo potrete vedere tutti su Netflix, e ne vale davvero la pena.
Per quanto riguarda il concorso, su tutti il doloroso e intenso Nuestro tiempo di Carlos Reygadas, nonostante le tre ore, e il brillantissimo e intelligentissimo Non-fiction di Olivier Assayas. Subito sotto piazzerei, in ordine sparso, i due western (The Ballad of Buster Scruggs dei Coen e The Sisters Brothers di Audiard, col secondo migliore del primo) e Suspiria. A seguire menzioni speciali per Minervini e il sorprendente Lanthimos.

E gli altri italiani?
Mi son piaciuti Sulla mia pelle (anche quello andrà su Netflix, ma anche in sala) e il film di Gipi.

Sì, ma chi vince?
Ah, non lo so, io non ci azzecco mai. Penso che ROMA (per me un buon film, ma non esaltante) sia il favorito: resta da vedere però se e come Guillermo del Toro farà passare un Leone d'oro destinato a quello che sappiamo tutti essere un suo caro amico. Sarebbe curioso poi vedere le ricadute sull'industria e sul sistema cinema con un Leone d'oro a Netflix.
Anche l'altro messicano, Reygadas - che però è più ostico, e rischia di dividere di più la giuria - potrebbe avere buone chance di vittoria. La sceneggiatura dovrebbe andare di diritto ad Assayas, mentre per quanto riguarda il comparto recitazione, mi piacerebbe vincesse John C. Reilly, anche se allora forse andrebbe premiata la coppia con Joaquin Phoenix, un po' come avvenne per The Master con lo stesso Phoenix e il compianto Philip Seymour Hoffman. Tra le attrici, Olivia Colman è una spanna sopra a tutte le altre, ma chissà.

Le delusioni più grandi?
Peterloo di Mike Leigh e Vox Lux di Brady Corbet, senza dubbio. Anche 22 luglio di Paul Greengrass. Non posso dire Sunset di Nemes perché covavo dei dubbi già da prima.

E le donne?
Che ti devo dire? Premetto che io non sono a favore delle quote, ma sarebbe un discorso troppo lungo da fare, e facilmente fraintendibile. Per farti un esempio: penso che se per avere un donna in concorso metti un film come The Nightingale, allora sarebbe stato meglio non averne; o mettere Valeria Bruni Tedeschi con il suo I villeggianti, perché no? Non avrebbe mica sfigurato.
Questione registe a parte, c'è da dire che molti dei film visti al festival trattavano con attenzione le figure femminili, anche alla luce delle questioni di più stringente attualità, o avevano proprio protagoniste donne. Una cosa che mi ha colpito è che due film che parlavano di eventi storici come Peterloo e Un peuple et son Roi di Pierre Schoeller, il film sulla Rivoluzione Francese, si siano entrambi premurati d'inserire nella sceneggiatura battute che riguardassero il suffragio universale, e il diritto delle donne al voto. Un esempio stupido, se vuoi, ma significativo.

The Nightingale è quel film dove alla fine un giovane giornalista ha insultato la regista, vero?
Sì, un brutto episodio non giustificabile in alcun modo. La reazione della Biennale è stata pronta e sensata: togliere l'accredito a questo ragazzo è l'equivalente istituzionale di prendere il monello per un orecchio e sbatterlo fuori dalla porta. Credo che questa cosa, oltre a raccontare un problema culturale e linguistico, sia anche una spia d'allarme che riguarda l'accesso alla professione, e agli accrediti. Ma io sono un elitista, si sa.

Vabbè, comunque mi pare che nel complesso tu sia soddisfatto.
Sì, decisamente. Torno a casa stanco ma felice, come da luogo comune.

Un ricordo in particolare che porti a casa?
Guarda, a costo di sembrare mitomane: una ragazza (che saluto, con l'occasione: ciao Elisa) in un negozio della stazione mi ha riconosciuto e mi ha chiesto l'autografo, manco fossi una star. Non lo dico perché questa cosa mi faccia sentire chissà chi, ma perché in anni in cui tutti dicono che la critica non conta più niente, che noi critici non capiamo nulla, mi è sembrato il segno - fin troppo esagerato - del fatto che il nostro impegno, un qualche segno, lo lascia. Altrimenti dovremmo cambiare tutti lavoro, no?

Forse.
Eh.

Vabbè, grazie. Ci vediamo l'anno prossimo.
Sicuro. A presto.



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