Christopher Lee: piccolo ritratto dell'uomo dietro la leggenda

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Christopher Lee: piccolo ritratto dell'uomo dietro la leggenda

Mi riesce davvero difficile parlare al passato di sir Christopher Lee, un uomo che era, letteralmente e al di là di ogni possibile e fastidiosa retorica, un gigante. Un individuo mitologico, una leggenda vivente e dunque per molti - e per chi scrive - immortale. Le infinite vie del cinema fecero incrociare le nostre vite per una settimana nell'ormai lontano 1997, quando svolsi il compito di segretaria della Giuria al Noir in festival di Courmayeur di Giorgio Gosetti, con cui all'epoca collaboravo. Fu un'edizione strepitosa: oltre a lui, che ne era il Presidente, ne facevano parte Peter Weller, lo sceneggiatore e regista della Hammer Jimmy Sangster (autore proprio dei film interpretati da Lee, ma che, schivo e riservato, ne soffriva l'ingombrante ego), il produttore Gianni Nunnari e Maria Grazia Cucinotta, a cui si associava da esterno l'ospite d'onore William Friedkin.

Christopher Lee, orgoglioso delle sue origini italiane e fiero della discendenza dai marchesi Carandini (il cui stemma di famiglia spiccava su un antichissimo e prezioso anello che amava mostrare) arrivò per primo, accompagnato dalla fedele e indispensabile moglie, Gitte, donna di gran classe ed ex modella di Balençiaga, compagna amabile e sempre paziente. Dire che intimidiva è dire poco: altissimo, burbero, con la sua voce da baritono e le sue manie tipicamente british, all'inizio mi mise un po' in difficoltà. Ma fu solo questione di prenderci le misure: dopo l'impatto iniziale, quando capì di potersi fidare, si dimostrò sempre amabile, generoso e allegro.

Ricordo di aver assistito a una marea di interviste, mentre gli zuccheravo il té che - non fidandosi - si era portato dall'Inghilterra. Assalito dall'affetto di giovani critici che lo identificavano col personaggio di Dracula, se ne dichiarava - ed era - infastidito, invitandoli a considerare la sua lunga e variegata carriera. Tra i quasi 300 titoli della sua filmografia, infatti, i film dedicati al principe dei vampiri sono soltanto 8, incluso quel Dracula padre e figlio di Edouard Molinaro in cui parodiava il ruolo che gli aveva dato la fama.

Certo, era difficile dare torto a colui che era stato eccellente in tanti ruoli iconici, horror e non solo, come Frankenstein, la Mummia, Rasputin, Fu-Manchu, addirittura Sherlock Holmes. E' un peccato dimenticare i tanti horror, thriller, western, film d'avventura, drammi storici, commedie e oscuri film italiani di cui è stato protagonista, fino ai film con Joe Dante e Tim Burton, e all'apoteosi di Star Wars e del Signore degli anelli, che avevano reso il suo volto e il suo aspetto popolari e amati anche dal pubblico più giovane. Anche se il suo ruolo più bello, quello che lui preferiva tra tutti, era Lord Summerisle in quel bizzarro e irripetibile capolavoro che è The Wicker Man. Vederlo in quel film danzare en travesti, immerso anima e corpo in un ruolo selvaggio e di macabro fascino, è la prova di un talento senza confini e senza limiti e dell'intelligenza di un interprete sempre attratto dal nuovo e dal non visto. In realtà lui non rinnegava Dracula, personaggio incarnato con grande carisma e sensualità, ma avrebbe voluto - e verso la fine della sua carriera sembrava esserci riuscito - essere ricordato anche per tutto il resto che aveva fatto. Che è tanto, tantissimo.

Di quella magica Courmayeur, oltre a foto ormai sbiadite che lo ritraggono assieme af altri miti come William Friedkin e il compianto Jack Cardiff, conservo molte immagini e molti aneddoti. Era un ottimo imitatore: una sera a cena ci deliziò con le sue imitazioni di sir John Gielgud, Laurence Oliver e altri mostri sacri del teatro inglese, raccontando episodi di cui era stato protagonista assieme a loro. E si esibiva spontaneamente, per chi volesse ascoltarlo, cantando alla perfezione arie d'opera con la sua incredibile, potentissima voce, con cui ha inciso molti dischi cimentandosi con successo anche con l'heavy metal. Era un uomo all'antica, molto severo e molto inglese, grumpy all'apparenza ma anche tenero. Ad esempio, non faceva che ripetere quanto la giovane modella brasiliana, all'epoca compagna di Nunnari, fosse "too young for him", salvo poi trattarla con simpatia e affetto paterno. Quando fu il momento di decidere l'assegnazione dei premi prese molto sul serio il suo compito, impose lunghe discussioni, intimò a Weller di spegnere l'onnipresente e pestilenziale sigaro cubano e fece valere tutta la sua autorevolezza, come se invece di un premio al cinema di genere si fosse trattato di assegnare l'Oscar.

Ricordo poi la preoccupazione della signora Gitte per la loro unica figlia, Christina, andata in sposa a uno spagnolo “troppo maschilista”, le confidenze e i ricordi che regalarono a me, per una volta libera dal compito di giornalista e di critica e temporaneamente adottata come membro della famiglia. E mi restano nel cuore due cose: la lettera che Christopher Lee mi scrisse di suo pugno per ringraziarmi dopo il festival, e quando, ad uno dei Fantafestival a cui spesso il suo amico Adriano Pintaldi l'aveva voluto ospite, si alzò durante un'intervista per venirmi ad abbracciare, un gesto di cui non l'avrei mai pensato capace. Molti anni dopo lo intervistai per Coming Soon Television, chiudendo un cerchio ideale della mia vita, quando scoprii che ancora si ricordava dell'esperienza di Courmayeur e della sottoscritta. Anche per questo oggi non piango solo la leggenda, come appassionata della sua arte, ma come se avessi perso un nonno carissimo, un po' bislacco e geniale, così diverso e unico, in una famiglia in cui tutti si assomigliano.

 


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