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Chéri - recensione del film di Stephen Frears, in concorso alla Berlinale 2009

Stephen Frears torna a cimentarsi con il cinema in costume portando al cinema l’adattamento di due opere di Colette. A dargli man forte, una Michelle Pfeiffer che fa bella mostra del suo volto non più giovanissimo.


Chéri - recensione del film di Stephen Frears, in concorso alla Berlinale 2009

Parigi, gli eccessi e la joie de vivre della Belle Epoque. Una cortigiana non più giovanissima ma ancora affascinante, il figlio 19enne, dandy e viziatissimo di una “collega”. Una relazione di sei anni tra i due interrotta da un matrimonio combinato dalla madre del ragazzo. Un amore mai confessato a sé stesso e all’altro dalla noncuranza dettata dal gioco delle parti dei due amanti, che esploderà a causa della separazione, con un conseguente tira e molla che si concluderà solo facendo prevalere la ragione sul sentimento.

Chéri (che prende il titolo dall’omonimo romanzo di Colette e dal nomignolo del giovane protagonista) non tradisce un grammo di quel che promette a giudicare dalla trama, dal contesto e dalle immagini: nel bene come nel male. Un film per gli amanti di certo cinema in costume dove si raccontano amori più o meno travagliati o maledetti, dove a farla da padrone sono i dialoghi serrati, le battute ironiche e taglienti, certe concessioni ai sentimenti e al sentimentalismo. Frears gestisce tutto con grande sicurezza e professionalità, ma anche forse con eccessivo controllo: se Chéri funziona nella sua prima parte, quando descrive contesto e personaggi, quando racconta la nascita dell’amore tra i due protagonisti e mantiene i toni più lievi e ironici, inizia a perdere colpi quando si occupa di raccontarci il senso di vuoto e mancanza provato da Léo e Chéri l’uno lontano dall’altra, adagiandosi senza sforzarsi troppo sulla maniera del genere e peccando nella capacità di essere emotivamente coinvolgente.

In sostanza, il divertimento scema, mentre non si riesce ad appassionarsi più di tanto alle vicende dei protagonisti: vuoi per carenza di introspezione, vuoi per la non eccessiva simpatia che i due ispirano, vuoi perché il racconto appare standardizzato e un po’ esangue. Come l’incarnato di una sempre affascinante Michelle Pfeiffer, che esibisce con giusto orgoglio le rughe del volto.

Curiosità: nei panni di un’anziana cortigiana appare anche Anita Pallenberg, una delle più celebri groupie di sempre, nota per essere stata la compagna di ben tre Rolling Stones: Brian Jones, Keith Richards e Mick Jagger.

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