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Che cinema è stato quello di Cannes 2009

In attesa di conoscere le decisioni della giuria, cerchiamo di ripensare i film che sono stati visti a Cannes in questi giorni e vedere che idee di cinema sono (o non) sono emerse dal concorso e dal fuori concorso di una manifestazione di buon livello ma senza particolari picchi positivi.


Che cinema è stato quello di Cannes 2009

In attesa di conoscere le decisioni della giuria, cerchiamo di ripensare i film che sono stati visti a Cannes in questi giorni e vedere che idee di cinema sono (o non) sono emerse dal concorso e dal fuori concorso di una manifestazione di buon livello ma senza particolari picchi positivi.

Quando un festival si presenta con un programma dove i grandi nomi la fanno da padroni, il rischio è sempre quello che i risultati finali possano non essere all’altezza delle aspettative suscitate. La 62esima edizione del Festival di Cannes questo rischio l’ha evitato, ma solo parzialmente. È indubbio infatti che, se la qualità complessiva dei film presentati – e ci riferiamo primariamente al concorso – è stata sicuramente più che sufficiente, è vero anche che, a fronte di alcuni picchi in negativo, è mancato il film del festival, quello in grado di stupire ed emozionare davvero, di sconvolgere ed entusiasmare.

Il cinema visto in questi giorni a Cannes è stato per lo più tanto magniloquente, autoconsapevole e legato ad una canonicità di motivi e intenti da non riuscire mai a centrare del tutto il bersaglio dell’emozione pura. Si pensi a titoli come Fish Tank, come Looking for Eric o come Un prophète: indubbiamente validi e interessanti, fra loro diversi ed eterogenei, ma accomunati dalla mancanza di quel qualcosa in più in grado di fargli fare un definitivo salto di qualità ed entrare così nel novero dei titoli davvero memorabili. Lo stesso discorso potrebbe valere per i film di Almodovar, della Campion o di Johnnie To.

E allora a rimanere più impressi sono film magari oggettivamente più “imperfetti”, ma che sono stati capaci di osare, di correre dei rischi (in)coscienti, di battere sentieri diversi anche se magari più impervi. Il riferimento principe, in questo caso, è ovviamente quello di Antichrist di Lars von Trier, dalla beffarda e commovente imperfezione. Ma assieme al danese ci sono stati il coreano Park con Thirst, il palestinese Suleiman con The Time that Remains. E, perché no, in parte e a modo suo, anche il grande vecchio Resnais di Les Herbes Folles.

Un discorso a parte meriterebbero forse i film di Tarantino ed Haneke: antipodici, eppur vicinissimi nella selvaggia esplicitazione della compiaciuta consapevolezza delle rispettive idee di cinema, che se da un lato spinge verso l’eccesso di calore e di accumulo, dall’altro porta ad una glacialità assoluta della messa in scena. E il risultato, in entrambi i casi è ambiguo proprio per la totalità del controllo con il quale i registi decidono di raccontare e raccontarsi.

Le emozioni più puramente evasive, eppure mai banali e tutt’altro che prive di contenuto, sono arrivate allora dal fuori concorso, con l’esordio di Up, con la divertita autoironia di Raimi, con il grande cuore e la visionarietà dimostrati ancora una volta da Terry Gilliam. O magari, in misura minore ma non effimera, da piccole operazioni che tentano il ripensamento dal basso della forma film, come L’épine dans le coeur di Gondry o l’animato Panique au village, che con la loro essenzialità sono andati a scontarsi con le grandi durate di altri film più celebrati, che nel minutaggio elevato forse dimostrano anche loro la voglia e la necessità (e la difficoltà) di trovare un linguaggio, di spiegarsi, di raccontare. Ma soprattutto di confrontarsi con un mondo sempre più complesso, aspro e contraddittorio.

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