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Caterpillar, il film di Koji Wakamatsu in concorso

Tratto da un racconto dell'Edgar Allan Poe nipponico, Edogawa Rampo, Caterpillar è un film spietato ed impietoso, a più livelli, gestito in maniera ambivalente da uno dei più noti autori giapponesi "contro", Koji Wakamatsu.

Caterpillar, il film di Koji Wakamatsu in concorso

Caterpillar, il film di Koji Wakamatsu in concorso

Tratto da un racconto dell'Edgar Allan Poe nipponico, Edogawa Rampo, Caterpillar è un film spietato ed impietoso, a più livelli, gestito in maniera ambivalente da uno dei più noti autori giapponesi "contro", Koji Wakamatsu.

1940: dopo essere stato impegnato nella seconda guerra sino-giapponese, un uomo torna a casa orribilmente mutilato: amputato di tutti e quattro gli arti, il volto parzialmente sfigurato da un'ustione, sordo e praticamente muto. Di lui - onorato con medaglie al valore, acclamato dai giornali come "il dio vivente della guerra" simbolo dello spirito patriottico nipponico, in realtà stupratore di vittime innocenti - si dovrà occupare in tutto e per tutto la moglie: dall’alimentazione alla pulizia, soddisfazione degli istinti sessuali compresi.

Koji Wakamatsu non è mai stato un regista accomodante, per le storie che sceglie e i modi con i quali le racconta: ma con Caterpillar si spinge forse oltre quanto abbia fatto finora, con un film che non teme (né, al contrario, si compiace gratuitamente) di essere apertamente disturbante, scomodo, freddamente accusatorio.

Due sono i fronti sui quali lavora il giapponese: da un lato la denuncia violenta, politica e senza compromessi di strutture di potere e di pensiero che erano e in gran parte sono fondanti della sua cultura nazionale (la parossistica retorica patriottica, l’ossessione per il senso del dovere e delle responsabilità sociali, il ruolo e il senso dell’Esercito e della stessa struttura dell’Impero); dall’altro, con non poche connessioni, lavora sulla psicologia di una donna costretta ad una vera e propria forma di schiavitù fisica e psicologica nei confronti di quel marito che comunque tanto crudele e violento era stato con lei prima di partire per la guerra.

Due fronti che si amalgamano ma che non raggiungono mai una perfetta e funzionale coincidenza, limitandosi a condividere il tappeto comune del discorso di disvelamento e contestazione di ipocrisie fondanti la cultura nazionale e alternandosi costantemente rischiando di sottrarsi attenzione ed efficacia a vicenda.

Se il discorso più prettamente politico di Caterpillar è lucido e preciso, ma quasi sfacciato nel reiterato ritorno alle immagini simbolo delle medaglie, dei giornali, dell’ostentazione in divisa del torso umano tornato dalla guerra e dagli incubi relativi ai suoi misfatti che non riescono più ad essere cancellati o consolati dalle onorificenze o dalla venerazione che gli vengono tributati, è nel rapporto tra l’uomo e la moglie, e soprattutto nel personaggio della donna che il film di Wakamatsu meglio esprime – ma al tempo stesso spreca – le sue migliori potenzialità.

Un legame malato e perverso, fin dal al rifiuto terrorizzato dell’inizio, alla successiva accettazione, alla montante rabbia che scatena un perverso gioco di crudeltà psicologiche reciproche. Anche in questo caso, però, l’ossessiva ripetizione di situazioni e sentimenti, pur funzionale all’idea di fondo del film, rischia di anestetizzare lo spettatore invece di allucinarlo maggiormente, e la costante interruzione ed alternanza con i ragionamenti pubblici del film finisce col penalizzare questa ricognizione privata.

Caterpillar è di certo un film dalle affermazioni violente e provocatorie, ma la fredda ansia di denuncia di Wakamatsu sembra aver a volte mortificato un mondo di sfumature che avrebbero reso l’opera più profonda e complessa.


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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