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Calibro 9: Toni D'Angelo omaggia Fernando Di Leo, ma il modello rimane lontano (anche volutamente)

Da un'idea di Gianluca Curti, figlio dell'Ermanno che di Milano Calibro 9 fu produttore, un omaggio a un capolavoro del cinema di genere italiano, che però più che alla tradizione di casa nostra guarda all'action e alle serie contemporanee. Presentato Fuori Concorso al Torino Film Festival 2020, vede Marco Bocci nel ruolo del figlio di Ugo Piazza.

Calibro 9: Toni D'Angelo omaggia Fernando Di Leo, ma il modello rimane lontano (anche volutamente)

Se non avete mai visto Milano Calibro 9, smettete subito di leggere e andate a recuperare il film, che è in streaming su diverse piattaforme e che si trova anche in DVD.
Ma non perché il Calibro 9 di Toni D’Angelo, che lo omaggia, lo cita e che racconta una storia in qualche modo collegata, non si possa vedere o capire senza averlo visto: semplicemente perché quello di Fernando Di Leo è un capolavoro del cinema di genere italiano, e dovreste colmare il prima possibile la vostra lacuna, invece di stare appresso alle mille insulse novità prodotte dai big dello streaming mondiale.

Milano Calibro 9 è il primo capitolo della cosiddetta Trilogia del milieu di Fernando Di Leo (gli altri sono La mala ordina e Il boss), che dava al poliziottesco italiano un patina noir debitrice tanto alla letteratura di Giorgio Scerbanenco quanto al cinema di Jean Pierre-Melville. In estrema sintesi, raccontava di un malavitoso di nome Ugo Piazza (un leggendario Gastone Moschin) che rubava dei soldi alla mala e doveva cercare di sfangarla (non ce la faceva, e questo non è uno spoiler).
È stato Gianluca Curti, figlio dell’Ermanno che quel film lo produsse, ad avere l’idea di realizzare un film che riprendesse le fila del discorso di Di Leo, e in qualche modo anche dei personaggi di quel film. Curti poi il film l’ha anche sceneggiato, assieme a Toni D’Angelo, al giallista Luca Poldelmengo, e con il supporto di Marco Martani: ecco che allora Calibro 9 racconta di Fernando Piazza (Marco Bocci), figlio di Ugo, avvocato milanese con pochi scrupoli che con l’aiuto di una hacker sottrae 100 milioni dollari che la ‘ndrangheta sta cercando di riciclare: poi la hacker sparisce, i calabresi pensano sia stato lui e lui deve cercare di sfangarla.

Gli omaggi al film di Di Leo, dentro Calibro 9, sono tanti, ovvi e sentiti. A partire dal nome del protagonista e dal cognome del poliziotto interpretato da Alessio Boni: Di Leo, appunto. E poi ci sono il cammeo di Barbara Bouchet nei panni di Nelly, la mamma di Fernando, che in Milano Calibro 9 era una ex di Ugo poi non più ex ma comunque traditrice; il ritorno del personaggio di Rocco Musco, il vendicatore di Ugo ("tu, quando vedi uno come Ugo Piazza il cappello ti devi levare!"), che da Mario Adorf passa a Michele Placido; e il montaggio sui titoli di testa, e tanti dettagli, compresa l’inquadratura finale su una sigaretta che si va consumando, ma anche il tema della fiducia nelle donne (qui la ex è Kseniya Rappoport, calabrese dall'accento russo...) e dell'avidità.
Calibro 9, però, non si esaurisce nel citazionismo e nella nostalgia, ma al contrario scavalca entrambi, nel chiaro tentativo di fare un cinema di genere che guardi al nostro presente più che a quel passato, rievocato anzi in una chiave superficiale, per quanto deferente.
Lontano dalle astrazioni, dalle tensioni, dalle cupezze psicologiche del film di Di Leo, quello di D’Angelo si tramuta presto in una vicenda action che rimanda da un lato a saghe come quelle del Bond più contemporaneo (basti vedere il look del protagonista Marco Bocci) o delle derivazioni alla Jason Bourne che D’Angelo mette in scena con sicurezza, e che dall’altro, nel racconto di una ‘ndrangheta padrona di Milano e di una rete oramai internazionale ammicca a film come Anime nere e a serie come ZeroZeroZero, più che a Lo spietato di Renato De Maria.

In questo suo peculiare strabismo, Calibro 9 finisce con l’essere un po’ schizofrenico, e fuori fuoco, a dispetto di una fotografia pulitissima e nitida, pure troppo, che spesso sembra un po’ quella di uno spot di automobili, specie nelle scene milanesi e in quelle dove le auto di una grande casa francese dominano la scena.
A sporcare un po’ questa pulizia formale, e a cercare di rimettere a fuoco un po’ di cose, ci sono una serie di scelte di sceneggiatura che, nel quadro di una coerenza tutta da rivedere, calcano la mano su un cinismo e una spregiudicatezza da apprezzare a priori, nel contesto così educato, inamidato ed edulcorato del cinema italiano di genere contemporaneo.

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