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Caccia al ladro: l'eleganza senza tempo di Cary Grant, Grace Kelly e Alfred Hitchcock

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Considerato da alcuni (noiosi) uno dei film minori di Hitchcock, è un classico che non smette mai di affascinare, e che rappresenta un traguardo di eleganza e soavità che trascende abiti e luoghi (e gli stessi Grant e Kelly) e si fa ideale quasi metafisico

Caccia al ladro: l'eleganza senza tempo di Cary Grant, Grace Kelly e Alfred Hitchcock

Nella sua meravigliosa autobiografia intitolata "A proposito di niente", un libro che dovreste affrettarvi a leggere nel caso ancora non l’aveste fatto, Woody Allen scrive che il suo amore per il cinema è nato guardando quelle che definisce champagne comedies: "storie che si svolgevano in attici dove dall’ascensore si entrava direttamente nell’appartamento, i tappi volavano e uomini raffinati che pronunciavano dialoghi spiritosi flirtavano con donne bellissime che giravano per casa con vestiti che oggi si userebbero per un matrimonio a Buckingham Palace,” scrive Allen.
Film dove “tutti bevevano in continuazione e nessuno vomitava. Nessuno aveva il cancro, i tubi non perdevano e, se squillava il telefono nel cuore della notte, gli abitanti degli attici di Park Avenue non brancolavano nel buio come mia madre rischiando di rompersi una gamba per cercare l’unico, nero apparecchio di casa e venire a sapere che magari un parente era appena passato a miglior vita.”
Se mi si passa il paragone, anche perché so benissimo di non essere Woody Allen, Caccia al ladro è stato per me quello che per lui sono state le champagne comedies: uno dei film che mi hanno fatto innamorare del cinema, e uno dei film più meravigliosamente soavi ed eleganti di tutti i tempi, nel quale cercare quell’evasione dell’ordinarità della vita che troppo spesso la critica più moralista, bacchettona e petulante indica come un peccato capitale (si pensi, al riguardo, al trattamento ricevuto da parte di alcuni del cinema di Luca Guadagnino o Valeria Bruni Tedeschi, ai quali non si perdona di raccontare l’alta borghesia e la ricchezza, e non i pascoli, le periferie, la sofferenza e il degrado).

Quando ancora praticamente ignoravo cosa fosse realmente, e realmente simboleggiasse, la Costa Azzurra, quando non immaginavo nemmeno che a Cannes si svolgesse uno dei più importanti festival di cinema del mondo, quando ancora razzolavo per terra vestito in modo improbabile (cosa che peraltro mi capita ancora di fare), Caccia al ladro rappresentava comunque per me un’ideale di eleganza capace di travalicare la concretezza fattuale di luoghi, abiti, automobili, ville e alberghi, ma di farsi traguardo ideale metafisico ed esistenziale.
Non mi sono mai vestito come Cary Grant in quel film, né forse lo farò mai. Ritirarmi a vivere nella meravigliosa Villa des Bijoux, la casa dove abita John Robie nel film di Alfred Hitchcock, rappresenta un sogno che probabilmente non realizzerò mai. A dirla tutta, accompagnarmi a una donna che, per quando splendida e impeccabile come lo è Grace Kelly, si cambia d’abito con quella frequenza (ho contato quattro cambi - cinque se consideriamo il costume da bagno - nel tempo in cui John e Frances si incontrano nella camera della mamma di lei, si danno appuntamento nella hall del Carlton per andare in spiaggia, vi arrivano, fanno il bagno, risalgono e poi partono in auto per un picnic) mi darebbe un po’ d’ansia, temo.
E però, Caccia al ladro, con quella sua perfezione estetica, con la sua ironia, la sua avventura e perfino - come diceva Truffaut - il suo cinismo, è davvero un film di fronte al quale non puoi fare altro che abbandonati e sospirare, agognando perlomeno idealmente di poter vivere e incarnare quell’eleganza e quella classe sopraffine.

Molti lo considerano un film minore di Alfred Hitchcock. Per me, è sempre stato uno dei suoi che preferisco. Anche perché messa da parte tutta questa questione superficiale (che però superficiale non è affatto, né vacua, ed è qualcosa che si riflette nei meccanismi narrativi, e nella sua architettura psicologica), Caccia al ladro regala allo spettatore di tutto e di più: il giallo, il rosa, la commedia, perfino delle sfumature di dramma.
Se vi pare esagerato parlare di dramma, guardate bene Cary Grant: sotto all’impeccabile savoir-faire, e un senso dell’ironia troppo innato pe interiorizzato er essere soppresso, raramente è stato così pensoso, preoccupato, gravato dal ricordo del passato e da come questo si riflette nel presente di John Robie.
Allo stesso modo raramente si è visto Grant così tanto sotto scacco di fronte a un personaggio femminile che magari apostrofa con parole e gesti che oggi lo farebbero identificare come un simbolo dell’Impero del male patriarcale, che sembra essere sempre un passo indietro o comunque meno proattivo, ma che alla fine è chiaro l’ha tenuto sempre in pugno, da quel primo bacio dato così, de botto ma non senza senso, come direbbero gli sceneggiatori di Boris (“Genio!”, riferito a Hitchcock, ci sta poi sempre bene), fino al finale in cui gli annuncia che lei e la mamma, lì alla Villa des Bijoux, ci staranno benissimo. E come dar loro torto...

E poi, ovviamente, c’è quella corsa in auto (una Sunbeam Alpine del 1953) lungo i tornanti della Moyenne Corniche, con Grace Kelly che si rivela capace di seminare la polizia che segue John Robie nemmeno fosse alle prese con una prova speciale del Rally di Monte Carlo, mentre il povero Cary Grant non può fare altro che stringere le ginocchia e cercare di placare il sudore delle mani.
Oltre a essere una scena magistrale, è anche quella da quasi quarant’anni riporta tristemente alla memoria l’incidente stradale che costò la vita a Grace Kelly, divenuta Principessa di Monaco proprio dopo aver conosciuto Ranieri durante la lavorazione di Caccia al ladro, abbandonando il cinema a soli 26 anni. Era il 1982, e di anni ne avrebbe compiuti 53 due mesi dopo, quando Grace Kelly, su quelle stesse strade che circondano Monte Carlo, finì fuori strada con la figlia Stéphanie, che rimase miracolosamente viva.



Inevitabile, arrivati a quella scena, mettere in pausa il film per spiegare alle mie figlie cosa sarebbe successo a Grace Kelly, e sentire la commozione montare dentro, specie di fronte allo sguardo costernato delle ragazze, che pure Grace Kelly la vedevano qui forse per la prima volta, e che non conoscevano nemmeno la sua storia da favola con Ranieri.
E però poi il film riparte, e tutti ripiombiamo nella sua storia e nella sue straordinarie soavità ed eleganza, e quando poi arriva la scritta “The End”, la grande sospira e la più piccola grida “si sposano!”, e io capisco che John Robie e Caccia al ladro hanno fatto due nuove vittime.
E che il grande cinema è e rimarrà sempre senza tempo.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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