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Buster Keaton: eternità di un genio

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Cinquant'anni dopo la sua morte ricordiamo la vita e l'opera del grandissimo attore, regista, stuntman e inventore di se stesso.


Ci sono destini che nascono sulle tavole di un palcoscenico. Come quello di Buster Keaton, nato alla fine del diciannovesimo secolo il 4 ottobre 1895con il nome di Joseph Frank Keaton e morto il primo febbraio 1966, l'uomo diventato leggendario col soprannome di Buster (ruzzolone), datogli da Henri Houdini, amico di famiglia e collega di lavoro dello spettacolo di vaudeville dei suoi, dopo averlo visto cadere a 18 mesi dalle scale senza riportare neanche un graffio. Vero o no, la sua carriera inizia all'età di 3 anni, quando il padre, approfittando di questa sua straordinaria capacità, lo scaraventa durante il loro numero contro la scenografia, in mezzo all'orchestra o tra il pubblico. Buster si diverte, ma il padre ha spesso guai per maltrattamento di minore, anche se a scagionarlo è proprio il piccolo che dimostra di non avere riportato nessuna ferita o frattura. Alla fine, lo spettacolo venne ribattezzato in suo onore “Il bambino che non può farsi male”.

Dopo 18 anni di vita itinerante sulle scene, i Tre Keaton si sciolgono a causa dell'alcolismo del padre e Buster si butta anima e corpo (letteralmente) nella nuova arte del cinema. Nel 1918 lavora con Fatty Arbuckle in una serie di comiche e diventa ben presto suo aiuto regista e autore di gag (un sodalizio e un'amicizia che dureranno fino alla morte dello sfortunato comico, caduto in disgrazia per uno scandalo di cui è innocente). Dopo la guerra, il giovane Keaton si trasferice da New York a Hollywood e in meno di due anni diventa famoso in tutto il mondo.

Le sue incredibili e rischiosissime acrobazie, la sua lotta contro il mondo animato e inanimato, con la perenne espressione impassibile sul volto, che gli vale il nickname The Great Stone Face, impongono il suo genio nel periodo in cui operano altri grandi comici, ognuno con le sue peculiarità: Charlie Chaplin, Stanlio e Ollio, Harold Lloyd, i fratelli Marx. A un ritmo indiavolato, tra il 1920 e il 1928 Keaton scrive, interpreta e dirige 12 lungometraggi e 19 corti, tutti di altissima qualità. Non si ferma nonostante gli incidenti: un piede schiacciato, il quasi annegamento in un fiume gelato, una palla di cannone che lo sfiora, la rottura del naso e addirittura del collo. Il suo cinema però non è fatto solo di acrobazie, ma di personaggi con cui il pubblico riesce a identificarsi, storie efficaci, a volte oniriche e surreali, gag spassose e una conoscenza degli aspetti tecnici che ne fa un regista straordinario. E' lui a inventare gli inseguimenti cinematografici e a farli meglio di tutti. Del 1924 è La palla numero 13, seguito da Il navigatore, Io e la vacca, e - nel 1926 - Come vinsi la guerra (The General), che Orson Welles definì il miglior film comico di sempre, se non il migliore in assoluto.

Fino al 1928 rimasto libero e indipendente, commette poi quello che definirà il peggior errore della sua carriera e nonostante gli avvertimenti di Chaplin e di Lloyd, rinuncia alla sua libertà per entrare sotto contratto alla MGM. Quando arriva allo Studio è all'apice della fama e del successo, anche se spesso i suoi film complessi e pieni di azione non rientrano dei costi. Ma lo Studio, forse preoccupato per questo, pian piano lo distrugge, imponendogli la sua miope visione di una comicità che non gli appartiene e che lo umilia. Ne esce indenne solo il primo film, Il cameraman, ma da lì in poi è una discesa costante.

Distrutto dalla prepotenza di dirigenti che non gli consentono la minima autonomia, Keaton si attacca alla bottiglia come un tempo suo padre. A deprimerlo ancora di più è il fatto che i film in cui viene malamente inserito e costretto a fare il buffone hanno successo. Nel 1934, dopo la dissoluzione del suo primo matrimonio, la morte dell'amico Fatty e la rovina della sua carriera artistica, tocca il fondo: viene coinvolto in vari scandali e l'alcolismo rischia di portarlo alla morte. Alla fine viene licenziato dalla MGM perché si rifiuta di partecipare a film di qualità sempre più scadente. Per curarlo del vizio del bere viene internato in una clinica dove gli mettono la camicia di forza, dalla quale riesce a liberarsi per fuggire e tornare sulla retta via. Per farlo, con una forza di volontà incredibile, affronta da solo le crisi e il delirium tremens ma alla fine riesce a sconfiggere il demone.

Dopo gli “anni perduti” alla MGM lavora stabilmente, per lo più in film europei e filmati didattici. Nel 1937 torna allo Studio in veste di autore di gag: è pagato meno di un decimo del suo salario precedente ma mantiene i genitori, i fratelli e le loro famiglie. Continua a lavorare fino al 1960, esibendosi a teatro, dov'è accolto con successo soprattutto in Europa (memorabile la sua performance al Circo Medrano a Parigi), e in televisione, dove ancora mostra sprazzi della sua genialità. Nel 1940 si è risposato, stavolta felicemente, con una donna molto più giovane che gli starà accanto fine alla morte. La sua maschera impassibile da sfinge è ancora amata e riconoscibile e nel 1950 Billy Wilder lo sceglie come uno dei “pallidi manichini di cera”, gli ex attori del muto che giocano a bridge con Gloria Swanson nel suo capolavoro Viale del Tramonto.

Per fortuna la vita gli sorride di nuovo e nei 10 anni che gli restano, riscoperto e acclamato da critica e pubblico, torna popolare e più ricco di quanto lo sia stato nel suo periodo di maggior successo. Nel 1960 Hollywood gli assegna un meritato e riparatore Oscar alla carriera. Nel 1965 è in Italia dove alla Mostra del cinema di Venezia, accolto da una standing ovation, presenta il corto da Samuel Beckett, Film e lavora al fianco di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia in Due marines e un generale, ma la sua carriera si chiude l'anno della sua morte, all'età di 70 anni, col delizioso Dolci vizi al foro di Richard Lester, quando è già nella fase terminale del cancro ai polmoni che lo affligge. Nonostante questo, stupisce la troupe e il cast con la sua intatta capacità di compiere di persona i propri stunt.

Ma del resto questo è il piccolo, coriaceo uomo che, nelle sue “Memorie a rotta di collo”, aveva scritto: Credo di aver avuto la più felice e fortunata delle vite. Forse è perché non mi sono mai aspettato tanto quanto ho avuto. E quando sono arrivati i pugni per me non è stata una sorpresa. Ho sempre saputo che la vita era così, piena di uppercut per tutti, che se li meritino o meno.

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  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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